Avrei voluto restare in disparte in questa campagna elettorale. Per questa tornata ho scelto di non candidarmi insieme al mio gruppo, e l’idea era quella di osservare, senza intervenire. Ma ci sono momenti in cui il silenzio diventa impossibile. Un po’ perché, anche se per poco più di un mese, sono ancora amministratore della città di Crotone; un po’ perché, quando la politica è fatta di passione e senso di responsabilità, tacere davanti a certe evidenze diventa difficile, se non ingiusto.
Per questo sento il dovere di condividere una riflessione sull’indagine “Teorema”, che coinvolge figure di primo piano e di indubbio peso politico. È una vicenda che dovrebbe inquietare. Eppure, ancora più inquietante delle accuse stesse, è il vuoto che le circonda nel pieno della campagna elettorale. Su questo mi trovo d’accordo con il giornalista #GaetanoMegna, che in questi giorni ha richiamato con forza l’attenzione sul tema.
Quando emergono ipotesi così gravi, come quelle legate a presunte associazioni costruite per drenare risorse pubbliche, ci si aspetterebbe una reazione immediata della politica. Non per sostituirsi alla magistratura, né per cedere al giustizialismo, che non mi appartiene: ogni indagato ha diritto a difendersi e a dimostrare la propria innocenza. Ma per affermare un principio chiaro e non negoziabile: certe pratiche sono incompatibili con l’idea stessa di amministrazione pubblica. E allora la domanda è inevitabile: se questo principio non viene ribadito con forza durante una campagna elettorale, quando dovrebbe esserlo?
Il rispetto per il lavoro della magistratura è doveroso, ma non può tradursi in assenza di posizione. Lo scalpore, l’indignazione pubblica, le prese di distanza sono elementi necessari per tenere viva la fiducia dei cittadini. Colpisce, invece, proprio l’assenza di tutto questo. Il silenzio del sindaco, innanzitutto, e quello dei candidati, che a mio parere, dovrebbero fare della legalità la bandiera della loro proposta politica.
Ancora più sorprendente è quanto accaduto nella maggioranza di Voce, con la sostituzione del nostro gruppo con esponenti del partito maggiormente coinvolto nell’inchiesta. Una scelta che, al di là delle valutazioni politiche, avrebbe richiesto almeno una riflessione pubblica, un chiarimento, un segnale.
Ai futuri amministratori va trasmesso un messaggio semplice: la legalità non è uno slogan, ma il fondamento dell’azione politica. Altrimenti non ha senso esporre le immagini di Falcone e Borsellino nelle aule istituzionali, se poi si sceglie l’omertà nei comportamenti.
Anche gli altri attori politici non possono rifugiarsi nella neutralità. In politica, il silenzio è un linguaggio: può essere prudenza, ma può anche apparire come calcolo o imbarazzo. E quando riguarda questioni che toccano la fiducia pubblica, rischia di trasformarsi in indifferenza. Ed è proprio questa indifferenza che oggi preoccupa.
Ricordo quando, in aula consiliare, sollevavo questi temi: qualcuno li liquidava con ironia, come se volessi fare il moralizzatore della politica. Oggi rivendico quella posizione con convinzione. Non per presunzione, ma perché i fatti dimostrano quanto fosse necessario parlarne. La politica a Crotone, ma il discorso vale per la Calabria e per l’Italia intera, ha bisogno di una seria moralizzazione. Non servono sentenze anticipate, ma chiarezza sui valori. Dire “aspettiamo la giustizia” è giusto; non dire nulla, invece, alimenta il sospetto che il problema non sia ritenuto urgente.
C’è poi un aspetto ancora più profondo. Quando la politica si concentra solo sulla costruzione delle liste e sulla competizione elettorale, mentre emergono vicende di questo tipo, trasmette un messaggio implicito: che la priorità non è la qualità dell’amministrazione, ma la conquista del potere. È un vero e proprio scollamento tra etica e strategia.
Infine, l’assenza di indignazione non resta mai davvero vuota: viene riempita. Dalla sfiducia, dal cinismo, dall’idea che “tanto sono tutti uguali”. Ed è questo il rischio più grande. Perché quando l’indignazione scompare, non resta la serenità, ma l’abitudine. E l’abitudine, di fronte a ipotesi di corruzione, è forse la forma più pericolosa di resa civile.
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