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ITALIA, IL GRANDE INGANNO: LA FINTA GUERRA TRA ROSSO E NERO ALIMENTA ODIO E DIVISIONI

Gli ultimi casi, Roggero e Fakir, riaccendono lo scontro politico e dividono ancora una volta la gente.  Da decenni, a mio avviso, la politi...

sabato 25 luglio 2026

ITALIA, IL GRANDE INGANNO: LA FINTA GUERRA TRA ROSSO E NERO ALIMENTA ODIO E DIVISIONI


Gli ultimi casi, Roggero e Fakir, riaccendono lo scontro politico e dividono ancora una volta la gente. 

Da decenni, a mio avviso, la politica italiana continua a tradire la fiducia dei cittadini. Eppure, ancora oggi, molti sembrano non rendersene conto, oppure preferiscono ignorarlo. C'è chi sostiene una parte per convinzione, ma c'è anche chi lo fa perché ha ricevuto un favore: una raccomandazione, un incarico, un'opportunità, un contributo o un altro beneficio personale. In questi casi, il rapporto tra cittadino e politica si è trasformato in uno scambio di interessi anziché in una libera scelta fondata su idee e valori.

È così che, secondo questa lettura, si alimenta un sistema in cui le persone vengono spinte a schierarsi e a difendere una fazione come fossero tifosi. Si entra nell'arena politica, oggi come ieri è la stessa rispetto a cio che si consumava nel colosseo. Si finisce per gridare slogan contro l'avversario, senza interrogarsi davvero sui risultati, sulle responsabilità e sulla coerenza di chi governa.

Destra e sinistra vengono presentate come alternative inconciliabili, ma c'è chi ritiene che, nei fatti, abbiano finito per assomigliarsi molto più di quanto vogliano ammettere. Cambiano i simboli, cambiano i colori, cambiano i leader, ma il modo di esercitare il potere appare spesso lo stesso. Le promesse si ripetono, le delusioni anche. È un vero inganno!

I politici conoscono bene le dinamiche della contrapposizione permanente: un Paese diviso è un Paese più facile da governare, ma soprattutto più facile da conquistare in campagna elettorale. Ed è proprio ciò che, a mio avviso, sta accadendo in questi giorni. Con le elezioni politiche all'orizzonte, il dibattito si sposta rapidamente su temi che infiammano gli animi e dividono l'opinione pubblica. Gli ultimi esempi sono il caso del gioielliere Roggero e quello di Fakir, il cittadino marocchino deceduto durante un intervento di polizia.

La domanda che mi pongo è semplice: possibile che gli italiani si lascino trascinare ogni volta in questa dinamica? Possibile che bastino poche dichiarazioni dei leader politici per trasformare vicende complesse in uno scontro tra tifoserie? Abbiamo davvero rinunciato a ragionare con la nostra testa?

Io ho maturato da tempo la convinzione di voler restare fuori da quest'arena. Eppure, ogni volta che si esprime un'opinione indipendente, arriva puntualmente l'etichetta: "sei di destra" oppure "sei di sinistra" Eppure io ho dato prova di autonomia durante gli incarichi istituzionali. Come se non fosse più possibile essere semplicemente cittadini liberi, capaci di valutare ogni vicenda senza dover appartenere a uno schieramento.

Ho l'impressione che gli estremismi non appartengano più soltanto a una parte politica. Mi sembra, invece, che certe logiche di contrapposizione, di intolleranza verso chi dissente e di appartenenza cieca abbiano finito per contaminare entrambi gli schieramenti. Cambiano i colori, ma il metodo sembra spesso lo stesso: alimentare lo scontro anziché il confronto.

Torniamo ai due casi che stanno monopolizzando il dibattito.

Sul caso Roggero, la discussione pubblica è esplosa ancora prima che molti conoscessero il contenuto della sentenza. Si è immediatamente creato uno scontro ideologico, quando invece sarebbe più utile interrogarsi su questioni concrete: ci sono stati o no gli estremi dell'eccesso di legittima difesa? Le norme sono equilibrate? Il sistema risarcitorio è coerente e uguale per tutti? Sono domande legittime, che meritano risposte giuridiche e non slogan politici.

Allo stesso tempo, molti cittadini si chiedono se esistano disparità di trattamento. Viene spontaneo pensare ai tanti appartenenti alle forze dell'ordine,  poliziotti, carabinieri e altri servitori dello Stato, rimasti uccisi o gravemente feriti durante il servizio, e domandarsi se le loro famiglie abbiano ricevuto un sostegno adeguato. È un tema che può essere affrontato senza trasformarlo in una guerra tra fazioni.

Anche sul caso Fakir il clima si è acceso immediatamente. Ancora prima che fossero chiariti tutti gli elementi della vicenda, sono partite accuse durissime contro gli agenti coinvolti. È giusto pretendere trasparenza e accertare eventuali responsabilità, ma è altrettanto importante attendere gli esiti delle indagini prima di formulare giudizi definitivi.

Colpisce, inoltre, il clima di ostilità che talvolta si manifesta nei confronti delle forze dell'ordine. Basta un intervento di polizia perché qualcuno inizi a filmare e a gridare insulti come "bastardi", "venduti" o altre espressioni offensive, senza conoscere il contesto dell'azione. 


Criticare l'operato delle istituzioni è un diritto fondamentale in una democrazia, ammesso che si possa ancora definire tale. Ben altra cosa, però, è trasformare ogni intervento delle forze dell'ordine in una condanna preventiva, senza attendere che i fatti vengano accertati. Questo atteggiamento non fa altro che alimentare tensioni, sfiducia e un clima di ostilità permanente.

Mi chiedo: vogliamo davvero una società senza forze dell'ordine? Possiamo immaginare uno Stato in cui nessuno faccia rispettare le leggi? È giusto discutere del modo in cui la polizia opera, pretendere trasparenza, formazione adeguata e responsabilità quando emergono eventuali errori. Ma delegittimare in blocco uomini e donne che ogni giorno svolgono un compito difficile significa imboccare una strada pericolosa: l'anarchia.

Anche le manifestazioni organizzate dopo vicende così delicate dovrebbero essere improntate al senso di responsabilità, evitando che il dibattito pubblico si trasformi in una sentenza anticipata o nell'ennesimo scontro politico alimentato dall'emotività. Penso, ad esempio, alla manifestazione di Bologna, che ha suscitato forti polemiche anche perché è voluta dal sindaco della città. Al di là delle diverse opinioni, il punto è un altro: quando la politica entra a gamba tesa in fatti ancora da chiarire, il rischio è che l'obiettivo non sia più la ricerca della verità, ma la conquista del consenso. È così che, a mio avviso, la politica finisce per influenzare il modo in cui interpretiamo la realtà.

Ed è proprio questo il problema di fondo. Ogni fatto di cronaca viene trasformato in una bandiera politica. Non conta più capire cosa sia realmente accaduto, ma stabilire da quale parte stare. La ricerca della verità lascia il posto alla propaganda, mentre il confronto civile viene sostituito dalla logica della tifoseria.

Oggi questa dinamica, secondo me, riguarda sia la destra sia la sinistra. Cambiano i simboli e gli slogan, ma il metodo sembra spesso lo stesso: dividere i cittadini per consolidare il proprio consenso. È una deriva che considero molto pericolosa, perché una società continuamente lacerata dal conflitto perde progressivamente fiducia nelle istituzioni e nelle regole democratiche. La storia insegna che il caos e la contrapposizione permanente possono creare le condizioni favorevoli all'affermazione di forme di potere sempre più autoritarie. Per questo ritengo che chi alimenta sistematicamente l'odio politico e la divisione porti una responsabilità importante, indipendentemente dall'appartenenza ideologica.

È arrivato il momento di uscire da questa logica e tornare a discutere dei fatti con equilibrio, senza lasciarci trascinare ogni volta nell'ennesima arena costruita dalla politica.

Troppi cittadini finiscono per identificarsi con una bandiera anziché pretendere trasparenza, competenza, coerenza e responsabilità da chi li rappresenta. Io continuo a credere che gli italiani, nella loro grande maggioranza, siano persone perbene. Non penso che siano un popolo naturalmente estremista o razzista. Ritengo piuttosto che etichette di questo tipo vengano spesso utilizzate nel dibattito politico per semplificare la realtà, contrapporre le persone e rafforzare gli schieramenti. Una politica  velenosa contro i propri cittadini, favorendo lo scontro.

La vera sfida non è decidere se stare dalla parte del rosso o del nero, ma liberarsi dalla logica dell'appartenenza e tornare a giudicare la per ciò che si realizza concretamente. Significa recuperare il senso critico, il rispetto reciproco e, per chi vi si riconosce, anche quei valori cristiani che per molti hanno rappresentato un punto di riferimento: la dignità della persona, la solidarietà, il rispetto della vita e il bene comune.

L'invito che rivolgo a tutti è semplice: non lasciamoci trascinare dall'odio, dalla propaganda o dalla paura. Manteniamo la testa sulle spalle, analizziamo i fatti prima di schierarci e pretendiamo una politica che metta davvero al centro l'interesse collettivo, ritornare ai valori cristiani, spesso dimenticati da che è preposto, invece della fedeltà cieca a delle fazioni, che appaiono sempre più luciferine.

domenica 14 giugno 2026

E ORA RINO E ROSARIO, IN UN ABBRACCIO ETERNO NEL CIELO PIÙ BLU

Nella splendida mattinata di ieri mi sono trovato a Crotone con il pensiero rivolto al caro Rosario. Lui amava le albe e i tramonti, il cielo e il mare. Quanti video, quante fotografie ci ha regalato per raccontare i suoi momenti, le sue emozioni, i suoi frammenti di vita. Era un libro aperto: spontaneo, libero, senza filtri. Astuto e intelligente, ma soprattutto autentico. Con quella purezza che, a volte, appartiene solo ai bambini. E proprio ai bambini mi riportano le parole di Nostro Signore Gesù Cristo: «Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli». Rosario aveva dentro di sé quella semplicità disarmante, quella capacità di meravigliarsi e di vivere con sincerità. Per questo mi piace pensare che sia entrato subito in quel Regno, in quel cielo che tanto amava contemplare e che il suo amato Rino cantava nelle sue canzoni. E sono certo che, appena arrivato, Rino lo abbia accolto con un sorriso e un abbraccio fraterno.


Rosario dedicava una parte importante della sua vita a raccontare e custodire la memoria di Rino Gaetano. Storie, aneddoti, conferenze, incontri, momenti di condivisione: tutto parlava di quella passione autentica che lo accompagnava da sempre. Le pagine del suo blog “Ry.Ros” ne erano la testimonianza più viva, perché lui non si limitava a raccontare Rino: lo viveva. Rino era parte della sua anima, del suo modo di vedere il mondo.

Non è un caso che, nel pomeriggio di ieri, al termine della cerimonia religiosa, Rosario sia stato accompagnato proprio dalle note delle canzoni di Rino. È stata una giornata intensa, carica di emozioni e di affetto. Un continuo pellegrinaggio di persone presso la camera ardente: uomini e donne di ogni età, provenienti dal mondo della scuola, della politica, della cultura e dell'associazionismo. Tutti uniti da un sentimento comune: il desiderio di rendere omaggio a una persona che ha lasciato un segno sincero nella vita di tanti. Particolarmente toccante è stato il ricordo della rappresentanza della Kathmandu Band, che al termine del rito religioso ha dedicato a Rosario parole profonde e sentite, capaci di raccontare il valore umano e culturale del suo impegno.

Ricordo bene come, nelle tante iniziative socio-culturali condivise, mi chiedesse sempre di trovare uno spazio per ricordare Rino Gaetano. Si batté con determinazione affinché a Scandale fosse intitolata una via al grande cantautore. Un obiettivo che riuscì a raggiungere durante l'amministrazione Brescia, della quale lui stesso fece parte. Successivamente, io da sindaco, ebbi il piacere di confermare e sostenere quell'idea, dedicando momenti e iniziative alla memoria di Rino. Nel pomeriggio di ieri, giorno di Sant'Antonio di Padova e onomastico di suo figlio, il corteo funebre ha lasciato la Chiesa Madre San Nicola Vescovo di Scandale per accompagnare Rosario nel suo ultimo viaggio terreno. A chiudere quel cammino è stato un brano di Rino Gaetano: A mano a mano. Una scelta che sembrava scritta dal destino. "Poco alla volta", come una fiamma che lentamente si affievolisce, come una vita che si spegne con discrezione, lasciando però una luce capace di restare nel cuore di chi rimane. In quel brano c'è un verso che colpisce più di ogni altro: «Ti soffia sul viso e ti ruba un sorriso». È il vento del tempo che passa, che cambia le cose, che porta via le persone care ma non il loro ricordo. E quel cambiamento, ieri, si è compiuto.

Da oggi volerai per sempre in quello sconfinato cielo sempre più blu che tanto amavi. Sarai nell'abbraccio di Rino, di tuo padre e di tutti coloro che ti hanno preceduto e che ti hanno voluto bene. Ma soprattutto sarai nell'abbraccio eterno di Nostro Signore, perché chi ha saputo vivere con autenticità, generosità e amore non lascia mai davvero questa terra: continua a vivere nei cuori che ha toccato e nella luce di Dio che non si spegne mai.

venerdì 12 giugno 2026


Ci ha lasciato il nostro Rosario. Una notizia che mi ha profondamente sconvolto, perché con lui ho condiviso tanti anni di attività sociali, culturali e politiche locali. Rosario c’era sempre: discreto ma presente, con la sua macchina fotografica pronta a immortalare i momenti più belli della vita di Scandale e, negli ultimi anni, anche della città di Crotone, dove viveva.Era un giornalista autentico, senza peli sulla lingua. Raccontava i fatti con onestà, attenzione e passione, soffermandosi anche sui particolari più piccoli, quelli che spesso fanno la differenza e aiutano a comprendere la verità degli avvenimenti. Le sue cronache erano ricche di dettagli, capaci di restituire fedelmente persone, emozioni e momenti vissuti.

I suoi scritti non mancavano mai in occasione di qualsiasi evento. Ricordo con affetto l’attenzione che dedicava alla banda musicale, di cui ero presidente: seguiva ogni nostra attività, documentando con entusiasmo concerti e viaggi, anche all’estero. Era sempre pronto a raccontare i vari raduni bandistici, le estati scandalesi, le nostre rassegne teatrali, le sagre, le feste popolari, i dibattiti e le riunioni politiche e amministrative. Rosario era ovunque ci fosse vita. Presente nelle ricorrenze religiose, nelle feste mariane, nelle processioni, nelle comunioni, nelle cresime e in tanti altri momenti che scandivano la vita della nostra comunità. Con il suo lavoro ha custodito la memoria collettiva di un paese, lasciandoci un patrimonio prezioso di immagini, racconti e testimonianze.

Se ne va una persona che, nonostante la sofferenza che lo attanagliava in diversi periodi dell’anno, amava profondamente la vita. Sapeva gioire della natura, del creato, delle cose semplici e di quelle fatte bene. Amava osservare, raccontare e condividere. Aveva il raro dono di trasformare ogni avvenimento in una storia da tramandare. Potrei continuare ancora a lungo, perché per raccontare davvero Rosario servirebbe un libro. Ma basta scorrere i social o rileggere gli articoli del suo vecchio blog “By Ros” per rendersi conto dell’immenso lavoro che ha lasciato. In quelle pagine troviamo i momenti della squadra di calcio di Scandale, che lui seguiva, commentava e sosteneva attivamente. Non troviamo soltanto il racconto di alcuni eventi: troviamo, a mio avviso, una parte importante della storia di Scandale, degli anni che lui ha vissuto e raccontato con passione instancabile.

 Caro Rosario, ti porterò sempre nel cuore e nelle mie preghiere. Sono convinto che il Signore ti accoglierà tra le Sue braccia e ti donerà quella pace e quella serenità che hai meritato con una vita intensa, segnata dalla sofferenza ma vissuta con grande dignità. Addio, amico mio. La tua voce si è spenta, ma il ricordo che hai lasciato e l’esempio che ci hai donato continueranno a vivere in mezzo a noi, custoditi nel tempo e nella gratitudine di un’intera comunità.


giovedì 28 maggio 2026

SENZA GESÙ CRISTO, QUALE DESTINO AVRÀ L’ITALIA?


Bisogna sempre affrontare certi argomenti con cautela, soprattutto quando si parla di fede e, ancor più, di cristianesimo. Basta esprimere liberamente il proprio pensiero per essere subito etichettati come fanatici o retrogradi. Eppure io credo che la libertà passi anche attraverso il diritto di parlare apertamente di ciò in cui si crede. D’altronde qualcuno disse: “La verità vi renderà liberi.”

Oggi Nostro Signore Gesù Cristo viene troppo spesso messo da parte. Il suo insegnamento non è più considerato “moderno”, specialmente in Italia, proprio nella nazione che custodisce Roma, sede spirituale di oltre un miliardo di fedeli. Anche qui la secolarizzazione avanza rapidamente: tutto sembra doversi adattare al mondo, al materialismo, mentre il senso del trascendente e del metafisico viene relegato ai margini. Guai a parlarne apertamente.

L’Italia, che per secoli ha riconosciuto in Gesù Cristo l’unico Salvatore, oggi sembra voler accogliere ogni cosa tranne la propria identità cristiana. Si apre a tutto e a tutti, spesso senza discernimento, fino quasi a rinnegare le proprie radici. Si concede spazio anche a culture e visioni che, in alcuni casi, continuano a limitare la dignità e la libertà, soprattutto della donna. E tutto questo avviene nel silenzio di molti che un tempo si proclamavano difensori dei diritti e dell’emancipazione femminile.

È una trasformazione profonda: visibile, ma al tempo stesso silenziosa e raffinata. In nome del progresso e dell’“evoluzione”, si rinuncia gradualmente alla propria cultura e alla propria identità. Come se difendere le radici cristiane significasse automaticamente rifiutare il dialogo, la convivenza o il rispetto degli altri. Eppure un popolo senza memoria è un popolo destinato a smarrirsi.

L’Italia delle cattedrali, dei santi, dei missionari, dei martiri e delle opere di carità nate dal Vangelo sembra quasi vergognarsi della propria anima. Oggi si parla soprattutto di economia, consumo, immagine, successo, e soprattutto di guerre, mentre il senso del sacro viene confinato ai margini della società. Chi parla di fede viene spesso considerato antiquato, mentre ogni nuova ideologia deve essere accolta senza possibilità di critica.

Basta osservare ciò che accade: in Italia trovano spazio e diffusione buddismo, induismo, islam e molte altre visioni religiose o culturali; il cristianesimo, invece, sembra quasi dover arretrare. Il nome di Cristo fa paura: nelle scuole, negli edifici pubblici, perfino nelle tradizioni natalizie. Si eliminano presepi, canzoni di Natale e simboli cristiani in nome di una neutralità che, troppo spesso, finisce per colpire soltanto una fede: quella cristiana. Persino il Natale, secondo alcune visioni ideologiche europee, dovrebbe diventare una semplice “festa d’inverno”.

Ma la vera apertura non consiste nel cancellare sé stessi, non dovrebbe significare rinnegare ciò che si è. Una società che dimentica Cristo rischia di perdere anche quei valori umani che proprio dal cristianesimo hanno tratto forza: la dignità della persona, la solidarietà, il rispetto dei più deboli, il senso autentico della libertà.

Forse il problema non è il cambiamento in sé, ma un cambiamento che sembra chiedere continuamente ai cristiani di tacere, di farsi da parte, di vivere la propria fede quasi come qualcosa da nascondere. Eppure una civiltà che recide le proprie radici spirituali difficilmente può restare viva a lungo.

L’Europa di oggi ne appare, per molti, la dimostrazione più evidente: un continente che troppo spesso sembra impegnato a cancellare la propria tradizione cristiana, lasciando spazio a un vuoto culturale e spirituale. E l'Italia? Ahimè, ci sta cascando dentro ...!

sabato 25 aprile 2026

CROTONE, CONTRO TRASFORMISMI E "POTERI": LA COERENZA PAGA ANCORA

Uso un titolo forte, sì. Ma non per condannare o puntare il dito contro i circa 300 candidati alle prossime elezioni comunali di fine maggio. Singolarmente, molti sono persone perbene, animate, almeno nelle intenzioni, dal desiderio di fare il bene della città. Il problema, però, è un altro. Nelle amministrazioni non sempre prevale la volontà dei singoli: a decidere davvero sono spesso le logiche della politica apicale, quella fatta di equilibri, pressioni e interessi che poco hanno a che vedere con i bisogni reali dei cittadini. I candidati nel futuro saranno capaci di tenere alta la barra?  Oggi, alle ore 12:00, scade il termine per la presentazione delle liste. La sfida principale, sul piano numerico e politico, sarà tra Vincenzo Voce e Giuseppe Trocino. Ci sarà poi la lista dell’avvocato Meo, che con la sua esperienza farà certamente sentire la propria voce, e quella che dovrebbe essere guidata da Vito Barresi.

Ma torno al punto iniziale, e lo faccio con cognizione di causa: da quasi sei anni siedo in Consiglio comunale a Crotone. Poco più di un mese prima delle elezioni del 2020 fui contattato da Andrea Arcuri, ideatore del movimento “  Stanchi dei Soliti  ”. Già nel 2011, giovanissimo, aveva dato vita a un’esperienza politica che, pur breve, ottenne un risultato significativo. Decisi di aderire non per ambizione personale, non potevo nemmeno votarmi, essendo residente a Scandale,  ma per mettere a disposizione il mio nome e la mia storia politica. Eppure i crotonesi mi diedero fiducia, consentendomi di entrare in Consiglio nella coalizione dell’attuale sindaco Voce.

Ho sempre creduto nei partiti come strumenti fondamentali della democrazia. Fin da ragazzo frequentavo la sezione della Democrazia Cristiana, un partito che rappresentava valori nei quali mi riconoscevo profondamente. Anche dopo il suo scioglimento, ho cercato di restare fedele a quell’idea di politica: dialogo, rispetto, confronto, con un solo obiettivo, il bene comune.

Nel 2020 ho apprezzato Andrea Arcuri proprio per questo: un giovane capace di dire no, di rifiutare il compromesso. Aveva colto una verità amara: a Crotone, da anni, la politica “dall’alto” ha finito per servire se stessa. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: isolamento, ritardi, una città troppo spesso agli ultimi posti delle classifiche nazionali. Quella voglia di cambiamento mi convinse a scendere in campo. Con Vincenzo Voce siamo partiti condividendo idee e obiettivi. Ma, una volta dentro le istituzioni, ho visto quelle stesse idee affievolirsi.

Accade sempre così: una sorta di “malattia” della politica porta a chiudersi, ad allontanarsi dai valori iniziali, a tornare sotto l’influenza dei soliti poteri. Ed è proprio da questo che Crotone deve liberarsi. Noi ci avevamo creduto davvero. Pensavamo che fosse arrivato il momento della svolta. E invece no. Ancora una volta, sono tornati gli stessi schemi, gli stessi partiti che hanno bloccato lo sviluppo della città, responsabili delle mancate bonifiche e dell’espansione incontrollata del distretto energetico. E se un tempo a Crotone venivano elargite le briciole, oggi possiamo dire che manco quelle ci sono! 

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a tutto: giravolte, salti di campo, acrobazie politiche. Persone che per anni si sono dette orgogliose di fare opposizione a Voce e che oggi ritroviamo al suo fianco. Persino consiglieri d’opposizione candidati nelle sue liste. E che dire di gruppi e partiti che per oltre cinque anni si sono dichiarati acerrimi nemici di Voce, oggi sono i migliori amici. Questa è la fotografia di una politica impazzita a Crotone. E allora la domanda è inevitabile: chi sa ancora dire no? La risposta, per fortuna, esiste. Non è in questa competizione elettorale, ma c’è. È rappresentata da giovani come Andrea Arcuri, Cristian Prisma, Chiara Capparelli: ragazzi che, pur giovanissimi, hanno dimostrato coerenza, lucidità e coraggio. Ed è lì che ho ritrovato la speranza. Perché finché ci saranno persone capaci di dire no, di non piegarsi, di non svendersi, allora ci sarà ancora una possibilità per il riscatto di Crotone.

Se, per coerenza, “Stanchi dei Soliti” in questa tornata non aderisce, questo non significa che abbia smesso di esistere. Non significa che non tornerà. Non significa che chi amministrerà potrà ignorare le nostre idee. Noi ci siamo. E ci saremo. Io, mi sforzerò per stare accanto a quei giovani che credono davvero nel cambiamento, che non accettano compromessi al ribasso, che mettono Crotone davanti a tutto. Il nostro gruppo è stato coerente fin dall’inizio, certo abbiamo fatto anche degli errori, e chi non li fa? Avremmo potuto scegliere la strada più facile: poltrone, incarichi, vantaggi personali. Avremmo potuto restare comodamente in maggioranza. Ma non lo abbiamo fatto.

Abbiamo scelto la via più difficile. La via stretta. Quella che non garantisce privilegi, ma dignità. Quella che non promette scorciatoie, ma costruisce futuro. Ricordiamoci che la via stretta è redenzione, un Uomo ce lo disse 2.000 anni fa. E se davvero credete che Crotone meriti di più, allora è il momento di scegliere da che parte stare. Noi comunque ci saremo, anche senza incarichi, poiché crediamo ancora che le buone idee e le buone azioni sono sempre valori e presupposti vicenti per il miglioramento socio-culturale ed economico di questa città. Colgo l'occasione per ringraziare chi in questi anni chi mi è stato vicino ed ha sostenuto le nostre  battaglie, in primis il mio gruppo consiliare e il Movimento che ho avuto l'onore di aderire, poi tanti cittadini che mi hanno veramente incoraggiato ad andare avanti.

domenica 19 aprile 2026

CROTONE E LE SUE ELEZIONI, IL SILENZIO CHE PESA: POLITICA E IL CASO "TEOREMA"

 

Avrei voluto restare in disparte in questa campagna elettorale. Per questa tornata ho scelto di non candidarmi insieme al mio gruppo, e l’idea era quella di osservare, senza intervenire. Ma ci sono momenti in cui il silenzio diventa impossibile. Un po’ perché, anche se per poco più di un mese, sono ancora  amministratore della città di Crotone; un po’ perché, quando la politica è fatta di passione e senso di responsabilità, tacere davanti a certe evidenze diventa difficile, se non ingiusto.

Per questo sento il dovere di condividere una riflessione sull’indagine “Teorema”, che coinvolge figure di primo piano e di indubbio peso politico. È una vicenda che dovrebbe inquietare. Eppure, ancora più inquietante delle accuse stesse, è il vuoto che le circonda nel pieno della campagna elettorale. Su questo mi trovo d’accordo con il giornalista #GaetanoMegna, che in questi giorni ha richiamato con forza l’attenzione sul tema.

Quando emergono ipotesi così gravi, come quelle legate a presunte associazioni costruite per drenare risorse pubbliche, ci si aspetterebbe una reazione immediata della politica. Non per sostituirsi alla magistratura, né per cedere al giustizialismo, che non mi appartiene: ogni indagato ha diritto a difendersi e a dimostrare la propria innocenza. Ma per affermare un principio chiaro e non negoziabile: certe pratiche sono incompatibili con l’idea stessa di amministrazione pubblica. E allora la domanda è inevitabile: se questo principio non viene ribadito con forza durante una campagna elettorale, quando dovrebbe esserlo?

Il rispetto per il lavoro della magistratura è doveroso, ma non può tradursi in assenza di posizione. Lo scalpore, l’indignazione pubblica, le prese di distanza sono elementi necessari per tenere viva la fiducia dei cittadini. Colpisce, invece, proprio l’assenza di tutto questo. Il silenzio del sindaco, innanzitutto, e quello dei candidati, che a mio parere, dovrebbero fare della legalità la bandiera della loro proposta politica.

Ancora più sorprendente è quanto accaduto nella maggioranza di Voce, con la sostituzione del nostro gruppo con esponenti del partito maggiormente coinvolto nell’inchiesta. Una scelta che, al di là delle valutazioni politiche, avrebbe richiesto almeno una riflessione pubblica, un chiarimento, un segnale.

Ai futuri amministratori va trasmesso un messaggio semplice: la legalità non è uno slogan, ma il fondamento dell’azione politica. Altrimenti non ha senso esporre le immagini di Falcone e Borsellino nelle aule istituzionali, se poi si sceglie l’omertà nei comportamenti.

Anche gli altri attori politici non possono rifugiarsi nella neutralità. In politica, il silenzio è un linguaggio: può essere prudenza, ma può anche apparire come calcolo o imbarazzo. E quando riguarda questioni che toccano la fiducia pubblica, rischia di trasformarsi in indifferenza. Ed è proprio questa indifferenza che oggi preoccupa.


Ricordo quando, in aula consiliare, sollevavo questi temi: qualcuno li liquidava con ironia, come se volessi fare il moralizzatore della politica. Oggi rivendico quella posizione con convinzione. Non per presunzione, ma perché i fatti dimostrano quanto fosse necessario parlarne. La politica a Crotone,  ma il discorso vale per la Calabria e per l’Italia intera,  ha bisogno di una seria moralizzazione. Non servono sentenze anticipate, ma chiarezza sui valori. Dire “aspettiamo la giustizia” è giusto; non dire nulla, invece, alimenta il sospetto che il problema non sia ritenuto urgente.


C’è poi un aspetto ancora più profondo. Quando la politica si concentra solo sulla costruzione delle liste e sulla competizione elettorale, mentre emergono vicende di questo tipo, trasmette un messaggio implicito: che la priorità non è la qualità dell’amministrazione, ma la conquista del potere. È un vero e proprio scollamento tra etica e strategia. 

Infine, l’assenza di indignazione non resta mai davvero vuota: viene riempita. Dalla sfiducia, dal cinismo, dall’idea che “tanto sono tutti uguali”. Ed è questo il rischio più grande. Perché quando l’indignazione scompare, non resta la serenità, ma l’abitudine. E l’abitudine, di fronte a ipotesi di corruzione, è forse la forma più pericolosa di resa civile.

venerdì 3 aprile 2026

 

O Maria Santissima Addolorata, tu che sei rimasta fedele fino all’ultimo, ai piedi della Croce di tuo figlio, con il cuore trafitto dal dolore e colmo d’amore, intercedi per noi.Prega affinché l’umanità, smarrita e lontana, ritrovi la via della conversione, la pace e ritorni con cuore sincero alla fede, in un mondo in cui rifiuta nostro Signore Gesù Cristo.