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SENZA GESÙ CRISTO, QUALE DESTINO AVRÀ L’ITALIA?

Bisogna sempre affrontare certi argomenti con cautela, soprattutto quando si parla di fede e, ancor più, di cristianesimo. Basta esprimere l...

giovedì 28 maggio 2026

SENZA GESÙ CRISTO, QUALE DESTINO AVRÀ L’ITALIA?


Bisogna sempre affrontare certi argomenti con cautela, soprattutto quando si parla di fede e, ancor più, di cristianesimo. Basta esprimere liberamente il proprio pensiero per essere subito etichettati come fanatici o retrogradi. Eppure io credo che la libertà passi anche attraverso il diritto di parlare apertamente di ciò in cui si crede. D’altronde qualcuno disse: “La verità vi renderà liberi.”

Oggi Nostro Signore Gesù Cristo viene troppo spesso messo da parte. Il suo insegnamento non è più considerato “moderno”, specialmente in Italia, proprio nella nazione che custodisce Roma, sede spirituale di oltre un miliardo di fedeli. Anche qui la secolarizzazione avanza rapidamente: tutto sembra doversi adattare al mondo, al materialismo, mentre il senso del trascendente e del metafisico viene relegato ai margini. Guai a parlarne apertamente.

L’Italia, che per secoli ha riconosciuto in Gesù Cristo l’unico Salvatore, oggi sembra voler accogliere ogni cosa tranne la propria identità cristiana. Si apre a tutto e a tutti, spesso senza discernimento, fino quasi a rinnegare le proprie radici. Si concede spazio anche a culture e visioni che, in alcuni casi, continuano a limitare la dignità e la libertà, soprattutto della donna. E tutto questo avviene nel silenzio di molti che un tempo si proclamavano difensori dei diritti e dell’emancipazione femminile.

È una trasformazione profonda: visibile, ma al tempo stesso silenziosa e raffinata. In nome del progresso e dell’“evoluzione”, si rinuncia gradualmente alla propria cultura e alla propria identità. Come se difendere le radici cristiane significasse automaticamente rifiutare il dialogo, la convivenza o il rispetto degli altri. Eppure un popolo senza memoria è un popolo destinato a smarrirsi.

L’Italia delle cattedrali, dei santi, dei missionari, dei martiri e delle opere di carità nate dal Vangelo sembra quasi vergognarsi della propria anima. Oggi si parla soprattutto di economia, consumo, immagine, successo, e soprattutto di guerre, mentre il senso del sacro viene confinato ai margini della società. Chi parla di fede viene spesso considerato antiquato, mentre ogni nuova ideologia deve essere accolta senza possibilità di critica.

Basta osservare ciò che accade: in Italia trovano spazio e diffusione buddismo, induismo, islam e molte altre visioni religiose o culturali; il cristianesimo, invece, sembra quasi dover arretrare. Il nome di Cristo fa paura: nelle scuole, negli edifici pubblici, perfino nelle tradizioni natalizie. Si eliminano presepi, canzoni di Natale e simboli cristiani in nome di una neutralità che, troppo spesso, finisce per colpire soltanto una fede: quella cristiana. Persino il Natale, secondo alcune visioni ideologiche europee, dovrebbe diventare una semplice “festa d’inverno”.

Ma la vera apertura non consiste nel cancellare sé stessi, non dovrebbe significare rinnegare ciò che si è. Una società che dimentica Cristo rischia di perdere anche quei valori umani che proprio dal cristianesimo hanno tratto forza: la dignità della persona, la solidarietà, il rispetto dei più deboli, il senso autentico della libertà.

Forse il problema non è il cambiamento in sé, ma un cambiamento che sembra chiedere continuamente ai cristiani di tacere, di farsi da parte, di vivere la propria fede quasi come qualcosa da nascondere. Eppure una civiltà che recide le proprie radici spirituali difficilmente può restare viva a lungo.

L’Europa di oggi ne appare, per molti, la dimostrazione più evidente: un continente che troppo spesso sembra impegnato a cancellare la propria tradizione cristiana, lasciando spazio a un vuoto culturale e spirituale. E l'Italia? Ahimè, ci sta cascando dentro ...!

sabato 25 aprile 2026

CROTONE, CONTRO TRASFORMISMI E "POTERI": LA COERENZA PAGA ANCORA

Uso un titolo forte, sì. Ma non per condannare o puntare il dito contro i circa 300 candidati alle prossime elezioni comunali di fine maggio. Singolarmente, molti sono persone perbene, animate, almeno nelle intenzioni, dal desiderio di fare il bene della città. Il problema, però, è un altro. Nelle amministrazioni non sempre prevale la volontà dei singoli: a decidere davvero sono spesso le logiche della politica apicale, quella fatta di equilibri, pressioni e interessi che poco hanno a che vedere con i bisogni reali dei cittadini. I candidati nel futuro saranno capaci di tenere alta la barra?  Oggi, alle ore 12:00, scade il termine per la presentazione delle liste. La sfida principale, sul piano numerico e politico, sarà tra Vincenzo Voce e Giuseppe Trocino. Ci sarà poi la lista dell’avvocato Meo, che con la sua esperienza farà certamente sentire la propria voce, e quella che dovrebbe essere guidata da Vito Barresi.

Ma torno al punto iniziale, e lo faccio con cognizione di causa: da quasi sei anni siedo in Consiglio comunale a Crotone. Poco più di un mese prima delle elezioni del 2020 fui contattato da Andrea Arcuri, ideatore del movimento “  Stanchi dei Soliti  ”. Già nel 2011, giovanissimo, aveva dato vita a un’esperienza politica che, pur breve, ottenne un risultato significativo. Decisi di aderire non per ambizione personale, non potevo nemmeno votarmi, essendo residente a Scandale,  ma per mettere a disposizione il mio nome e la mia storia politica. Eppure i crotonesi mi diedero fiducia, consentendomi di entrare in Consiglio nella coalizione dell’attuale sindaco Voce.

Ho sempre creduto nei partiti come strumenti fondamentali della democrazia. Fin da ragazzo frequentavo la sezione della Democrazia Cristiana, un partito che rappresentava valori nei quali mi riconoscevo profondamente. Anche dopo il suo scioglimento, ho cercato di restare fedele a quell’idea di politica: dialogo, rispetto, confronto, con un solo obiettivo, il bene comune.

Nel 2020 ho apprezzato Andrea Arcuri proprio per questo: un giovane capace di dire no, di rifiutare il compromesso. Aveva colto una verità amara: a Crotone, da anni, la politica “dall’alto” ha finito per servire se stessa. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: isolamento, ritardi, una città troppo spesso agli ultimi posti delle classifiche nazionali. Quella voglia di cambiamento mi convinse a scendere in campo. Con Vincenzo Voce siamo partiti condividendo idee e obiettivi. Ma, una volta dentro le istituzioni, ho visto quelle stesse idee affievolirsi.

Accade sempre così: una sorta di “malattia” della politica porta a chiudersi, ad allontanarsi dai valori iniziali, a tornare sotto l’influenza dei soliti poteri. Ed è proprio da questo che Crotone deve liberarsi. Noi ci avevamo creduto davvero. Pensavamo che fosse arrivato il momento della svolta. E invece no. Ancora una volta, sono tornati gli stessi schemi, gli stessi partiti che hanno bloccato lo sviluppo della città, responsabili delle mancate bonifiche e dell’espansione incontrollata del distretto energetico. E se un tempo a Crotone venivano elargite le briciole, oggi possiamo dire che manco quelle ci sono! 

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a tutto: giravolte, salti di campo, acrobazie politiche. Persone che per anni si sono dette orgogliose di fare opposizione a Voce e che oggi ritroviamo al suo fianco. Persino consiglieri d’opposizione candidati nelle sue liste. E che dire di gruppi e partiti che per oltre cinque anni si sono dichiarati acerrimi nemici di Voce, oggi sono i migliori amici. Questa è la fotografia di una politica impazzita a Crotone. E allora la domanda è inevitabile: chi sa ancora dire no? La risposta, per fortuna, esiste. Non è in questa competizione elettorale, ma c’è. È rappresentata da giovani come Andrea Arcuri, Cristian Prisma, Chiara Capparelli: ragazzi che, pur giovanissimi, hanno dimostrato coerenza, lucidità e coraggio. Ed è lì che ho ritrovato la speranza. Perché finché ci saranno persone capaci di dire no, di non piegarsi, di non svendersi, allora ci sarà ancora una possibilità per il riscatto di Crotone.

Se, per coerenza, “Stanchi dei Soliti” in questa tornata non aderisce, questo non significa che abbia smesso di esistere. Non significa che non tornerà. Non significa che chi amministrerà potrà ignorare le nostre idee. Noi ci siamo. E ci saremo. Io, mi sforzerò per stare accanto a quei giovani che credono davvero nel cambiamento, che non accettano compromessi al ribasso, che mettono Crotone davanti a tutto. Il nostro gruppo è stato coerente fin dall’inizio, certo abbiamo fatto anche degli errori, e chi non li fa? Avremmo potuto scegliere la strada più facile: poltrone, incarichi, vantaggi personali. Avremmo potuto restare comodamente in maggioranza. Ma non lo abbiamo fatto.

Abbiamo scelto la via più difficile. La via stretta. Quella che non garantisce privilegi, ma dignità. Quella che non promette scorciatoie, ma costruisce futuro. Ricordiamoci che la via stretta è redenzione, un Uomo ce lo disse 2.000 anni fa. E se davvero credete che Crotone meriti di più, allora è il momento di scegliere da che parte stare. Noi comunque ci saremo, anche senza incarichi, poiché crediamo ancora che le buone idee e le buone azioni sono sempre valori e presupposti vicenti per il miglioramento socio-culturale ed economico di questa città. Colgo l'occasione per ringraziare chi in questi anni chi mi è stato vicino ed ha sostenuto le nostre  battaglie, in primis il mio gruppo consiliare e il Movimento che ho avuto l'onore di aderire, poi tanti cittadini che mi hanno veramente incoraggiato ad andare avanti.

domenica 19 aprile 2026

CROTONE E LE SUE ELEZIONI, IL SILENZIO CHE PESA: POLITICA E IL CASO "TEOREMA"

 

Avrei voluto restare in disparte in questa campagna elettorale. Per questa tornata ho scelto di non candidarmi insieme al mio gruppo, e l’idea era quella di osservare, senza intervenire. Ma ci sono momenti in cui il silenzio diventa impossibile. Un po’ perché, anche se per poco più di un mese, sono ancora  amministratore della città di Crotone; un po’ perché, quando la politica è fatta di passione e senso di responsabilità, tacere davanti a certe evidenze diventa difficile, se non ingiusto.

Per questo sento il dovere di condividere una riflessione sull’indagine “Teorema”, che coinvolge figure di primo piano e di indubbio peso politico. È una vicenda che dovrebbe inquietare. Eppure, ancora più inquietante delle accuse stesse, è il vuoto che le circonda nel pieno della campagna elettorale. Su questo mi trovo d’accordo con il giornalista #GaetanoMegna, che in questi giorni ha richiamato con forza l’attenzione sul tema.

Quando emergono ipotesi così gravi, come quelle legate a presunte associazioni costruite per drenare risorse pubbliche, ci si aspetterebbe una reazione immediata della politica. Non per sostituirsi alla magistratura, né per cedere al giustizialismo, che non mi appartiene: ogni indagato ha diritto a difendersi e a dimostrare la propria innocenza. Ma per affermare un principio chiaro e non negoziabile: certe pratiche sono incompatibili con l’idea stessa di amministrazione pubblica. E allora la domanda è inevitabile: se questo principio non viene ribadito con forza durante una campagna elettorale, quando dovrebbe esserlo?

Il rispetto per il lavoro della magistratura è doveroso, ma non può tradursi in assenza di posizione. Lo scalpore, l’indignazione pubblica, le prese di distanza sono elementi necessari per tenere viva la fiducia dei cittadini. Colpisce, invece, proprio l’assenza di tutto questo. Il silenzio del sindaco, innanzitutto, e quello dei candidati, che a mio parere, dovrebbero fare della legalità la bandiera della loro proposta politica.

Ancora più sorprendente è quanto accaduto nella maggioranza di Voce, con la sostituzione del nostro gruppo con esponenti del partito maggiormente coinvolto nell’inchiesta. Una scelta che, al di là delle valutazioni politiche, avrebbe richiesto almeno una riflessione pubblica, un chiarimento, un segnale.

Ai futuri amministratori va trasmesso un messaggio semplice: la legalità non è uno slogan, ma il fondamento dell’azione politica. Altrimenti non ha senso esporre le immagini di Falcone e Borsellino nelle aule istituzionali, se poi si sceglie l’omertà nei comportamenti.

Anche gli altri attori politici non possono rifugiarsi nella neutralità. In politica, il silenzio è un linguaggio: può essere prudenza, ma può anche apparire come calcolo o imbarazzo. E quando riguarda questioni che toccano la fiducia pubblica, rischia di trasformarsi in indifferenza. Ed è proprio questa indifferenza che oggi preoccupa.


Ricordo quando, in aula consiliare, sollevavo questi temi: qualcuno li liquidava con ironia, come se volessi fare il moralizzatore della politica. Oggi rivendico quella posizione con convinzione. Non per presunzione, ma perché i fatti dimostrano quanto fosse necessario parlarne. La politica a Crotone,  ma il discorso vale per la Calabria e per l’Italia intera,  ha bisogno di una seria moralizzazione. Non servono sentenze anticipate, ma chiarezza sui valori. Dire “aspettiamo la giustizia” è giusto; non dire nulla, invece, alimenta il sospetto che il problema non sia ritenuto urgente.


C’è poi un aspetto ancora più profondo. Quando la politica si concentra solo sulla costruzione delle liste e sulla competizione elettorale, mentre emergono vicende di questo tipo, trasmette un messaggio implicito: che la priorità non è la qualità dell’amministrazione, ma la conquista del potere. È un vero e proprio scollamento tra etica e strategia. 

Infine, l’assenza di indignazione non resta mai davvero vuota: viene riempita. Dalla sfiducia, dal cinismo, dall’idea che “tanto sono tutti uguali”. Ed è questo il rischio più grande. Perché quando l’indignazione scompare, non resta la serenità, ma l’abitudine. E l’abitudine, di fronte a ipotesi di corruzione, è forse la forma più pericolosa di resa civile.

venerdì 3 aprile 2026

 

O Maria Santissima Addolorata, tu che sei rimasta fedele fino all’ultimo, ai piedi della Croce di tuo figlio, con il cuore trafitto dal dolore e colmo d’amore, intercedi per noi.Prega affinché l’umanità, smarrita e lontana, ritrovi la via della conversione, la pace e ritorni con cuore sincero alla fede, in un mondo in cui rifiuta nostro Signore Gesù Cristo.




mercoledì 1 aprile 2026

CROTONE, TRA LEGALITÀ E RESPONSABILITÀ UN NUOVO AFFONDO POLITICO

 


Non entro nel merito dei fatti accaduti a Crotone né delle ultime indagini della procura: finché non ci saranno conclusioni definitive, non ritengo giusto esprimere giudizi, peggio ancora, strumentalizzare vicende ancora aperte. Tuttavia, le recenti dichiarazioni del sindaco Vincenzo Voce mi impongono una riflessione critica.

Da un lato, le sue parole possono apparire formalmente corrette: delimitare le responsabilità, ribadire l’estraneità dell’ente e difendere l’operato della macchina amministrativa. Eppure, proprio questa nettezza istituzionale entra in tensione con la realtà politica attuale.

La distinzione tra responsabilità penale e responsabilità politica, implicitamente richiamata dal sindaco, è legittima sul piano giuridico, ma lo è molto meno su quello etico-politico. Se è vero che nessun altro amministratore risulta coinvolto, è altrettanto vero che le dinamiche di ricostruzione della maggioranza non sono affatto neutre. Accogliere nella propria area consiglieri provenienti dall’opposizione significa assumerne anche il peso politico, soprattutto in un momento delicato come quello che precede le elezioni di maggio.

Il messaggio che ne deriva rischia di essere ambiguo: da un lato si rivendicano estraneità e correttezza istituzionale, dall’altro si evita di affrontare fino in fondo il nodo politico. Ed è proprio lì che si gioca la credibilità di chi sceglie di impegnarsi nella vita pubblica.

A questo si aggiunge un elemento che non può essere ignorato: chi si è presentato come espressione civica, prendendo le distanze dai partiti, oggi governa anche grazie a quegli stessi partiti che in passato aveva criticato. Alla luce di questa vicenda, sarebbe lecito attendersi un gesto di responsabilità, fino alle dimissioni. Se questo non accade, allora spetta anche all’opposizione assumersi il compito di alzare il livello dello scontro politico, magari dare le dimissioni in blocco, come semplice atto simbolico, al fine di ripartire e dare dignità politica e sociale a questa città.

Eppure, anche questo spazio viene compresso. Lo abbiamo sperimentato direttamente: mesi fa, insieme al consigliere Fabrizio Meo, ci è stata negata la parola in Consiglio comunale attraverso una semplice pregiudiziale voluta dalla maggioranza. In pratica, su temi cruciali per la città possiamo intervenire solo se la maggioranza lo consente. Un fatto grave, difficile da accettare in un contesto democratico.

Per questo motivo, non escludo che già da domani, forse anche in seguito, potrei non occupare più gli scranni del Consiglio comunale. Non nascondo l’amarezza per un territorio per il quale lotto da decenni, nel tentativo di vederlo risollevarsi, senza però intravedere una svolta reale. E allora mi chiedo: ha davvero senso continuare a fare politica in queste condizioni? In un contesto in cui troppo spesso si pensa a tutto, tranne che al bene comune?

Ha senso ricandidarsi in questa città, soprattutto quando vedo tante persone valide restare in panchina, senza trovare spazio? Crotone è una città meravigliosa, con un potenziale enorme. Eppure sembra rimanere intrappolata nelle sue difficoltà. Da anni raccontiamo storie, fatti e misfatti della politica, senza riuscire davvero a cambiare rotta. I problemi si accumulano, l’entusiasmo si spegne, e sempre più cittadini si allontanano dalla partecipazione attiva. Così si finisce per restare ostaggio della cattiva politica.

Un territorio come il nostro, disagiato, martoriato, isolato, ha bisogno di una politica diversa. Una politica fatta da donne e uomini che la vivano come servizio, prima ancora che come ruolo. Quasi sei anni fa entrai in Consiglio comunale quasi per caso. Accettai quella candidatura senza ambizioni, senza l’idea di intraprendere un percorso politico strutturato. Ma non volli dire di no ad Andrea Arcuri, un giovane che crede sinceramente nella politica come servizio alla comunità.

Dissi sì senza aspettarmi nulla. Non chiesi voti, non feci campagna elettorale. Eppure, i voti arrivarono: da persone che mi conoscevano, che avevano visto il mio impegno, soprattutto nelle battaglie ambientali, da sindaco e da cittadino. Sono entrato in Consiglio senza chiedere nulla in cambio, scegliendo di essere una voce libera, al servizio della città.

Oggi, però, provo amarezza e dolore. Dentro di me cresce un’inquietudine profonda davanti alla realtà che ci circonda. E allora la domanda torna, più forte di prima: vale davvero la pena continuare così? Forse la risposta sta proprio nel coraggio di cambiare. Anche a costo di fare un passo indietro, per permettere alla città di farne uno avanti.

domenica 29 marzo 2026

TRA GLI OSANNA E LA CROCE: LA VIGILANZA DEL CUORE PRIMA DI TUTTO!


Non dimentichiamolo: Gesù, Figlio di Dio, è stato uomo. Persona vera, con sentimenti profondi, paure reali e sofferenze immense. Ha conosciuto l’ora più buia: la solitudine, il tradimento, l’angoscia, il peso di non sentirsi compreso. Sa cosa significa sentirsi soli anche quando si è circondati da persone che ci vogliono bene.

Nel giorno di festa, tra gli osanna della Domenica delle Palme, Gesù sapeva già, che sarebbe rimasto da solo al grido: crocifiggilo! Vedeva le fragilità dell’uomo, portava nel cuore il peso di ciò che sarebbe accaduto.

E proprio per questo, oggi più che mai, siamo chiamati a vigilare. Anche nei momenti più belli e luminosi, quando tutto sembra andare bene, il maligno è pronto a colpire.

Solo la preghiera ci rende saldi. Solo la fede ci tiene in piedi. Solo rimanendo uniti a Dio possiamo non cadere. 

BUONA DOMENICA DELLE PALME!

domenica 22 marzo 2026

MEMORIA E RISPETTO NON SONO LA STESSA COSA

 

È inevitabile che una parte del Paese, soprattutto al Sud, provi un certo disagio nel sentire parole così concilianti verso chi, per anni, ha costruito consenso anche su toni duri, divisivi e soprattutto, eversivi! Proprio contro quei territori (o “terroni”). Non è una contraddizione da ignorare, ma una ferita politica che resta nella memoria collettiva. Il rispetto istituzionale può convivere con una memoria critica. La Repubblica è chiamata a essere più grande delle polemiche, ma i cittadini non sono obbligati a dimenticare. E io, da meridionale, sento che quella ferita rimane aperta verso chi ha visto la nostra gente come bersaglio di ingiurie e insulti. E io non dimenticherò mai.