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LA FEDE SOTTO ATTACCO: IL MALE AVANZA, L'APOSTASIA DILAGA, MA LE PORTE DEGLI INFERI NON PREVARRANNO!

  Un pensiero, una preghiera nel giorno di "tutti i santi" In un mondo in cui tutto sembra destinato a essere sostituito, persino ...

domenica 1 novembre 2026

LA FEDE SOTTO ATTACCO: IL MALE AVANZA, L'APOSTASIA DILAGA, MA LE PORTE DEGLI INFERI NON PREVARRANNO!

 


Un pensiero, una preghiera nel giorno di "tutti i santi"

In un mondo in cui tutto sembra destinato a essere sostituito, persino le nostre tradizioni cristiane stanno progressivamente perdendo il loro significato. La celebrazione di Ognissanti e la commemorazione dei nostri defunti vengono sempre più affiancate, e talvolta oscurate, da una festa come #Halloween, legata a streghe, diavoli e simboli dell'occulto. Mi dispiace per chi ancora non se ne accorge.  Assistiamo, inoltre, a un clima in cui il cristianesimo sembra essere sempre più screditato e relegato ai margini, mentre si fa strada una progressiva sostituzione delle nostre radici cristiane con altre tradizioni religiose, tra cui quella islamica. Basti pensare a quanto accaduto proprio in questi ultimi giorni, con la proposta, attribuita da una persona in alto grado ecclesiasticoco (chiamata a diffondere la fede cristiana) di introdurre l'insegnamento della religione islamica nelle scuole. Ma quanti uomini di Chiesa stanno svendendo la propria identità cristiana, proprio a coloro dai quali dovrebbero difendere il depositum fidei, il deposito della fede? È una situazione che merita una seria riflessione. Io, nel mio piccolo, cerco di farlo e di richiamare l'attenzione su questi temi in ogni modo, ma troppo spesso resto inascoltato. Ciò che maggiormente mi preoccupa è che determinate posizioni provengano proprio da persone appartenenti alla Chiesa. Per me è il segnale di qualcosa di ben più profondo, un processo che ritengo già iniziato da tempo: l'apostasia della fede, annunciata nelle Scritture e collegata ai tempi ultimi. Sembrano così tornare alla mente le parole di Gesù Cristo: «Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Luca 18,8).

Alla luce delle parole e delle interpretazioni profetiche attribuite a suor Lucia di Fatima, custode del terzo segreto di Fatima, viene spontaneo interrogarsi su ciò che sta accadendo. Per coloro che contribuiscono a indebolire la Chiesa dall'interno, preferisco utilizzare un'espressione forte: "partigiani di Satana". Da circa tre secoli, secondo alcune letture della storia della Chiesa, forze e correnti ideologiche cercano di minarne le fondamenta, fra queste c'è la massoneria eclassiastica. Forse oggi siamo giunti a uno dei momenti più critici di questo lungo processo. Ma stiano attenti tutti, anche coloro che conoscono la situazione e preferiscono fingere di non vedere, perché le parole di Nostro Signore Gesù Cristo sono chiare: «Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (Matteo 16,18). In tempi come questi, nei quali si consuma uno scontro tra il bene e il male, non dobbiamo dimenticare che, alla fine, il bene trionferà. A noi spetta il compito di farci trovare pronti, di convertirci, aspirare alla santità e dare testimonianza concreta della nostra fede. Ogni credente è chiamato a operare per il bene, a respingere con fermezza il male e a non lasciarsi sedurre dal potere di Satana. 

 Questo è il tempo in cui la Chiesa di Gesù Cristo viene colpita non soltanto dall'esterno, ma anche dall'interno. Dobbiamo aprire gli occhi e non restare indifferenti davanti a coloro che, attraverso le proprie parole, le proprie scelte e i propri comportamenti, sembrano assestare continue picconate alle fondamenta della Chiesa.Eppure, non dobbiamo dimenticare una verità fondamentale: la Chiesa appartiene a Cristo. Ed è proprio alla sua fede, alla sua storia e alle sue radici che non dobbiamo mai rinunciare. Ognuno di noi è chiamato alla santità e a diventare un autentico difensore della fede, senza compromessi con il male. In questo giorno dedicato a tutti i Santi, rivolgo la mia preghiera a Nostro Signore affinché rafforzi la nostra fede, illumini il nostro cammino e ci conceda la grazia della salvezza. Perché la nostra speranza non deve essere riposta in questo mondo, effimero e destinato a passare, ma nella vita eterna, promessa da Cristo a coloro che rimangono fedeli a Lui. Il mondo passa, ma la Parola di Dio rimane in eterno.

sabato 24 ottobre 2026

L’ITALIA CHE TI SORPRENDE: DAL SUD UNA LEZIONE DI DIGNITÀ, SOLIDARIETÀ E UNITÀ NAZIONALE

 


Questa volta, la protesta che ha cercato rompere l’indifferenza e di aprire gli occhi a tutti gli italiani è partita dal Sud. Una lezione che non dobbiamo sottovalutare, ma custodire e farne tesoro. In un clima di compostezza, serietà e responsabilità, siamo stati capaci di mobilitare mezza Italia, dimostrando solidarietà, vicinanza e conforto a chi, per lungo tempo, è rimasto in strada, spesso insieme alla propria famiglia, portando avanti la propria protesta nonostante le difficoltà, non è mancata la tazzina di caffè, il panino e financo il piatto di pasta per i manifestanti e perché, no? Anche per le forze dell'ordine. Gesti di grande umanità che i meridionali in questo sono maestri.

Eppure, anche questa volta, non sono mancati i tentativi di fomentare tensioni e screditare la manifestazione. Alcuni esponenti politici, con dichiarazioni sconclusionate e inaccettabili,che bisognerebbe chiedere le dimissioni, hanno cercato di farla passare come una protesta organizzata dalla mafia. Una narrazione, spesso efficace, ma questa volta non ha convinto nessuno. A distanza di oltre 170 anni dall’Unità d’Italia, tanti italiani, dal Nord al Sud, hanno scelto di non fermarsi alle etichette e ai pregiudizi, ma di guardare alle ragioni della protesta.

Forse è proprio da qui che può nascere una vera unità nazionale: dalla capacità di ascoltarci, di comprendere le difficoltà degli altri e di riconoscere che le ragioni di una parte del Paese riguardano, in fondo, tutti noi. L’Italia può continuare a essere una potenza, non attraverso la forza delle armi o la sopraffazione, ma attraverso la sua potenza morale: quella fatta di dignità, solidarietà, senso di responsabilità e rispetto reciproco. Un esempio per l’Europa e per il mondo intero.

Non siamo scaduti nella violenza, né abbiamo trasformato la protesta in una sequenza di fatti di cronaca. Abbiamo dimostrato che si può manifestare con fermezza senza perdere il senso della misura, che si può dissentire senza distruggere e che si può far sentire la propria voce senza cedere alle provocazioni. Forse è proprio questo che qualcuno avrebbe preferito evitare: che la protesta degenerasse, offrendo un pretesto per spostare l’attenzione dalle ragioni delle persone all’ordine pubblico, dalla sostanza ai disordini. Ma non è andata così. Se ne faccia una ragione la politica, di destra e sinistra, se vogliono ancora essere credibile dovranno stare dalla parte dei cittadini e non servi dei poteri forti e delle multinazionali.

domenica 18 ottobre 2026

GINO SCALISE, IL SINDACO SANTO: UNA VITA ILLUMINATA DALLA FEDE E DALL'AMORE

 


Oggi ricorre l’anniversario della morte di Gino Scalise, ma proprio in questo mese, il 5 ottobre, è stato anche il centenario della sua nascita. Due ricorrenze che si intrecciano nel segno della memoria, dell’affetto e della gratitudine verso un uomo che ha lasciato un’impronta indelebile nella comunità di Scandale e non solo.

Poeta e scrittore, presidente diocesano dell’Azione Cattolica e sindaco del paese, Luigi Scalise, conosciuto da tutti come Gino, fu un uomo di straordinaria umanità. Mio zio, Iginio Carvelli, nel suo libro lo definì il «sindaco santo», un appellativo che racchiude pienamente la sua esistenza, vissuta all’insegna della fede, della carità e del servizio agli altri.

Ascetico, profondamente radicato nella dottrina cattolica e saldo nei suoi principi, Gino è stato per me un fondamentale punto di riferimento spirituale. La sua casa era una meta continua di persone che vi giungevano alla ricerca di una parola buona, di conforto, di consiglio e di pace. Era come una sorgente d’acqua pura alla quale tanti sentivano il bisogno di dissetarsi, trovando ristoro per l’anima e sollievo per il cuore.

La sua porta era aperta a tutti, senza distinzioni. Anche le persone di altre confessioni religiose e persino gli atei trovavano accoglienza, ascolto e conforto. Nessuno veniva respinto, nessuno si sentiva estraneo. In quella casa regnavano l’amore, il rispetto e una profonda umanità, capaci di andare oltre ogni differenza.

A lui devo anche la mia devozione alla Vergine Maria. Fino alla sua dipartita, nella sua casa non trascorreva giorno senza la recita del Santo Rosario. Ricordo ancora quando mi trovavo lì, immerso in quell’atmosfera di raccoglimento, tra le preghiere rivolte a Dio e le innumerevoli Ave Maria che scandivano quei momenti di intensa spiritualità. Ricordi che porto nel cuore e che continuano ad accompagnare il mio cammino di fede.

Ma ciò che rendeva quella casa davvero speciale era la sensazione di trovarsi in un luogo dove il male non aveva dimora. Il suo sorriso, la sua dolcezza, la sua capacità di ascoltare e di consolare sembravano allontanare ogni inquietudine e liberare gli animi dalle insidie del maligno. Chi entrava turbato spesso ritrovava serenità; chi arrivava con il cuore appesantito poteva ripartire con una nuova speranza. Nella sua vita aveva amato tutti, senza riserve, senza alimentare rancori o risentimenti. Non conosceva l’odio e non rispondeva al male con il male. La sua unica, vera arma di difesa era il perdono.

Il suo ricordo rimane una luce per Scandale, una testimonianza di fede e un’eredità spirituale che non deve andare perduta. E per me, personalmente, Gino non sarà mai soltanto un ricordo: resterà sempre una presenza viva nel cuore, l'uomo che mi ha avvicinato alla Maria e insegnato, con l'esempio della sua vita, che la vera santità si manifesta nell'amore, nell'umiltà e nella capacità di perdonare.

venerdì 16 ottobre 2026

CHI FA DAVVERO GLI INTERESSI DELL’ITALIA? I POLITICI SICURAMENTE NO!

 



Intanto Trump e Putin si stringono la mano: alla faccia nostra!

Ma chi fa davvero gli interessi dell’Italia? Né la destra né la sinistra. Ma vogliamo capirlo o no? Piano piano ci stanno portando via tutto. Da Paese che ha avuto un ruolo di primo piano nel mondo, forte di un patrimonio artistico e culturale invidiato da tutti, stiamo diventando sempre più marginali, più autorazzisti, maledicendoci sempre.

Ma la patria non deve essere amata? L’Italia, pur non essendo stata sempre unita nel corso della sua storia, è stata una grande potenza mondiale, come se Dio avesse dato un ruolo specifico a questa nazione. E quando parlo di potenza, non mi riferisco soltanto alle conquiste dell’Impero romano o imprese militari, ma soprattutto al fatto che l’Italia è stata, ed è ancora, una delle culle della cultura mondiale. Una volta eravamo veramente la culla del cristianesimo nel mondo, oggi invece prevalgono idee di falsi profeti laici e religiosi

Perché non dovrei amare l’Italia? Perché dovremmo svendere i nostri valori, compresi quelli religiosi, soprattutto di fronte a ideologie oscurantiste che, in nome di Dio, finiscono per calpestare i diritti umani?

Torniamo alla destra e alla sinistra italiane. Quando capiremo che questi partiti, troppo spesso, sembrano più interessati a rispondere alle logiche dei poteri forti che a difendere gli interessi nazionali? È un fenomeno che, a mio avviso, va avanti da circa trent’anni: mentre i cittadini si dividono e si scontrano, gran parte della nostra classe politica ha progressivamente indebolito il ruolo dell’Italia, sacrificandone l’autonomia e gli interessi.

Eravamo in rapporti di collaborazione con la Russia di Putin, dalla quale acquistavamo gas a prezzi che contribuivano a sostenere il nostro sistema produttivo e lo sviluppo del Paese. Avevamo anche rapporti economici con la Libia di Gheddafi, dai quali traevamo vantaggi in termini di approvvigionamento energetico e di altre risorse. Poi Gheddafi è stato rovesciato e ucciso, in un contesto internazionale nel quale anche l’Italia ha avuto un ruolo controverso. Ma  perché ci facciamo male da soli?

Oggi, invece, ci ritroviamo in una posizione difficile: non riusciamo a esprimere fino in fondo una politica estera autonoma, né nei rapporti con gli Stati Uniti né in quelli con la Russia, e rischiamo di perdere peso anche nei confronti di altre aree del mondo. Ma perché siamo diventati nemici della Rusdia e finanziamo la guerra in Ucraina guidata da un patetico guerrafondaio? 

Pensiamo soprattutto al Mediterraneo, una regione strategica per la nostra sicurezza, la nostra economia e il nostro futuro. Per posizione geografica, storia e interessi economici, l’Italia dovrebbe avere un ruolo centrale nelle dinamiche mediterranee, anziché limitarsi a inseguire le decisioni altrui. Un tempo i nostri politici avevano un ruolo importante nel mediterraneo.

Eppure, noi cittadini continuiamo a dividerci tra destra e sinistra, alimentando un clima di scontro e di tifoseria che impedisce qualsiasi confronto serio. Nel frattempo, ci dimentichiamo della questione fondamentale: chi sta davvero difendendo gli interessi del nostro Paese? La politica dovrebbe servire l’Italia, non servirsi dell’Italia. Dovrebbe tutelare il lavoro, le imprese, le risorse, la cultura, la sovranità e la dignità del nostro popolo. L’amore per la patria non dovrebbe appartenere né alla destra né alla sinistra: dovrebbe essere un valore condiviso da tutti. Perché, prima di essere di destra o di sinistra, siamo italiani. E l’Italia merita una classe politica che la rispetti, la difenda e la rappresenti davvero e non questi sprovveduti. Intanto, Trump e Putin si stringono la mano, come si dice: alla faccia nostra!


mercoledì 7 ottobre 2026

LEPANTO, IL ROSARIO E L'EUROPA: COSA SAREBBE ACCADUTO SE AVESSERO VINTO I MUSULMANI?

 

Oggi, 7 ottobre, è una data importante soprattutto per i cattolici: si celebra la Madonna del Rosario, una ricorrenza profondamente legata alla memoria della battaglia di Lepanto, combattuta proprio il 7 ottobre 1571. Quel giorno la flotta della Lega Santa sconfisse quella dell’Impero ottomano, allora una delle più grandi potenze del Mediterraneo. La tradizione cattolica attribuisce quella vittoria anche all’intercessione della Vergine Maria: mentre la flotta cristiana si preparava allo scontro, in Europa si pregava il Rosario invocando la sua protezione. Dopo la vittoria, papa Pio V istituì la festa di Santa Maria della Vittoria, che successivamente assunse il titolo di Madonna del Rosario. Ma Lepanto non fu soltanto una battaglia navale. Fu uno degli episodi più importanti dello scontro politico, militare e religioso che per secoli coinvolse il Mediterraneo e l’Europa. Per gli uomini di quell’epoca, quella vittoria rappresentò anche la difesa della cristianità europea. La Lega Santa contribuì così a rafforzare un’identità collettiva fondata sulla fede cristiana e sulla percezione di una minaccia comune. Ed è proprio qui che la storia può interrogarci sul presente. Oggi il rapporto tra Europa, cristianesimo e Islam è nuovamente al centro del dibattito pubblico. Naturalmente, sarebbe storicamente scorretto paragonare l’immigrazione contemporanea alla conquista ottomana. Sono fenomeni profondamente diversi. Ma una domanda rimane legittima: che cosa accade quando una società perde progressivamente consapevolezza della propria identità culturale e religiosa?

L’Europa di oggi non è quella del XVI secolo. La Chiesa non svolge più il ruolo che aveva allora e la secolarizzazione ha profondamente trasformato il continente.  Allo stesso tempo, l’arrivo di popolazioni provenienti da Paesi a maggioranza musulmana ha reso più visibile il confronto tra tradizioni, religioni e modelli culturali differenti.Questo non significa che debba necessariamente nascere un conflitto tra cristiani e musulmani.  Significa, però, che l’Europa deve interrogarsi su come conciliare accoglienza, integrazione, libertà religiosa, sicurezza e tutela della propria identità culturale. Ed è forse questo il punto più interessante che ci consegna Lepanto. Quella battaglia è rimasta nella memoria europea non soltanto perché una flotta sconfisse un’altra flotta, ma perché quella vittoria venne interpretata come la difesa di una civiltà e di una fede. E allora una domanda, forse provocatoria, possiamo ancora porcela: se a Lepanto avessero vinto gli Ottomani, oggi l’Europa sarebbe ancora cristiana?

Non possiamo saperlo. La storia non è un esperimento che possiamo ripetere cambiando un solo avvenimento. Una vittoria ottomana avrebbe potuto modificare profondamente gli equilibri del Mediterraneo, ma nessuno può stabilire quale sarebbe stata, dopo quattro secoli e mezzo, la situazione religiosa e culturale dell’Europa.Forse, però, ricordare Lepanto oggi non significa guardare con paura all’altro. Significa piuttosto chiederci se conosciamo ancora ciò che siamo, da dove veniamo e quali valori vogliamo trasmettere alle generazioni future. Perché una cultura che dimentica la propria storia rischia, prima o poi, di non comprendere più nemmeno il proprio presente.


domenica 27 settembre 2026

VELO ISLAMICO E VELO DELLE SUORE: UN PARAGONE INESISTENTE E STRUMENTALE

 


In queste ore vedo diversi post nei quali si tende a paragonare il velo islamico a quello indossato dalle suore. Trovo questi paragoni alquanto offensivi per l’intelligenza umana. Alcuni di questi post, a mio avviso, non dovrebbero nemmeno essere pubblicati dai gestori dei social, poiché sono palesemente privi di fondamento e, soprattutto, perché si percepisce chiaramente la volontà di politicizzare qualsiasi argomento.

Il velo, infatti, non è utilizzato soltanto dalle comunità musulmane, ma anche da quelle cristiane. Tuttavia, non possiamo automaticamente attribuire lo stesso significato alle due realtà. In determinati contesti islamici il velo può essere imposto non soltanto dalle autorità politiche, ma anche, quando non esiste un'imposizione legislativa, dalle pressioni familiari e sociali, fino ad arrivare in alcuni casi all'imposizione da parte del marito. Per quanto riguarda il mondo islamico, occorre innanzitutto distinguere tra le diverse forme di velo e le diverse realtà dei Paesi musulmani. In alcuni contesti più miderati, il velo può essere una scelta personale e religiosa; in altri è spesso imposto dalla legge o dalle pressioni familiari e sociali. In alcuni casi, inoltre, si arriva al burqa, che lascia scoperti soltanto gli occhi.

Ora facciamo il confronto con il velo delle suore. Quest’ultimo, se proprio vogliamo parlare di sottomissione, è una sottomissione esclusivamente nei confronti del Padre Eterno e non di un uomo: le suore, infatti, non sono neanche sposate. Se parliamo di religione, il velo è anche utilizzato nelle tradizionali della Chiesa cattolica, secondo quanto indicato da San Paolo, ma non ha nulla a che vedere, per significato e contesto, con il velo islamico. Nelle messe cattoliche, infatti, donne e uomini partecipano insieme alla celebrazione, mentre nelle tradizioni islamiche uomini e donne sono separati durante i riti religiosi. Quindi, finiamola una volta per tutte di pubblicare queste che considero vere e proprie bufale.

Io, comunque, ritengo che le ragazze musulmane a scuola debbano essere libere di professare la propria fede: se per loro indossare il velo è una questione religiosa, che possano continuare a portarlo. Ritengo però che il volto debba rimanere scoperto, soprattutto in un ambiente scolastico, dove è importante poter riconoscere e identificare le persone. E, personalmente, penso che sarebbe un peccato nascondere quei volti, spesso così espressivi, che rappresentano anche la bellezza e il fascino delle culture da cui queste ragazze provengono.


venerdì 25 settembre 2026

«NE GATTU FÙ E NE DIMMAGGIU FICI»


Un frammento di storia scandalese e di memoria linguistica calabrese

Scavo sempre nella mia memoria e, ogni tanto, riaffiora qualche detto antico, di quelli che sembrano essere rimasti sepolti sotto la polvere del tempo. Questa volta è tornata alla luce un’espressione di Scandale che ho sentito tante volte, in un’epoca ormai lontana, ma il cui significato non ho mai compreso fino in fondo:
"Ne gattu fu e ne dimmaggiu fici". Tradotto letteralmente in italiano: "non fu nè il gatto e né danni si sono arrecati".
Per molto tempo questo detto è rimasto per me quasi un enigma. Ho chiesto spiegazioni a qualcuno più anziano, nella speranza di trovare una risposta capace di sciogliere quel piccolo mistero, ma le spiegazioni raccolte non mi sono mai sembrate del tutto convincenti.
Eppure, mettendo insieme quei frammenti di memoria, le parole ascoltate dagli anziani e ciò che io stesso ho cercato di interpretare, alla fine mi è apparsa un’immagine che, forse, racchiude il vero senso di quella frase.
Immaginiamo una casa di una volta. All’improvviso si sente un gran rumore: qualcosa si muove tra una credenza e un tavolo, passa da una parte all’altra della stanza, fa cadere o urta qualcosa. Il rumore cresce e, nella confusione, sembra che sia successo chissà cosa.

La prima impressione è quella di un grosso guaio. Poi, però, tutto si calma. Si guarda meglio e si scopre che non è successo nulla: nessun danno, nessuna conseguenza. E magari, alla fine, non c’era neppure il gatto che tutti pensavano di aver sentito. Sarà semplicemente che sia caduta qualcosa facendo un gran rumore.
Una frase breve, capace di raccontare ciò che oggi avremmo forse bisogno di spiegare con molte più parole.
Il linguaggio di un tempo è veramente un grande patrimonio da tutelare: una piccola scena quotidiana che diventa metafora della vita, di un avvenimento che sembra annunciare guai e che, invece, si conclude senza conseguenze. La paura passa e ciò che rimane è soltanto il ricordo di quello spavento.
Prima ancora di cercare di interpretare il significato del detto, bisogna soffermarsi sulle sue parole e, soprattutto, sul tempo verbale con cui sono espresse: il passato remoto.
Un particolare che potrebbe sembrare insignificante, ma che invece racconta molto del nostro dialetto e, forse, anche del modo in cui i nostri nonni concepivano il tempo.
Ricordo che gli anziani parlavano spesso al passato remoto anche per raccontare fatti appena accaduti. A Scandale, quando narravano qualcosa successo poco prima, potevano tranquillamente usare il passato remoto, come se quell’evento fosse già entrato nella memoria. Non era soltanto un modo di parlare. Era quasi un modo di concepire il tempo. Un fatto accadeva e, nel momento stesso in cui veniva raccontato, sembrava già appartenere alla memoria.

Lo stesso uso del passato remoto, del resto, appartiene alla parlata di un territorio della Calabria molto più ampio, dal Catanzarese al Reggino, e credo che un tempo fosse presente anche in buona parte del nostro comprensorio. Con il passare degli anni, da noi questa consuetudine si è lentamente perduta e il presente ha preso sempre più il posto di quella forma antica.
Ed è proprio in queste piccole tracce linguistiche che possiamo riscoprire una parte della cultura che abbiamo perduto.
"Ne gattu fu e ne dimmaggiu fici" è forse uno di quei frammenti. Sembra un piccolo pezzo di pellicola rimasto nella memoria, come quei vecchi fotogrammi che il tempo ha scolorito, ma non è riuscito a cancellare.
E più lo ripeto nella mente, più mi sembra che dietro quella frase ci sia molto più di quanto appare a prima vista: non soltanto un gatto che fa rumore tra i mobili, non soltanto un danno che alla fine non c’è stato, ma un modo antico di raccontare la paura, l’attesa e la liberazione nello spazio di poche parole.
Una volta, tra gesti, detti e proverbi, il nostro linguaggio era sintetico ed efficace.
E ogni volta che uno di quei detti riaffiora, è come se qualcuno riaccendesse per un istante il vecchio proiettore della memoria.
E sullo schermo, per qualche secondo, torna a scorrere la vita di un tempo.