●■In Italia a 6.000.000 (sei milioni) di creature è stato impedito di vedere la luce■●"
È da qui che vorrei partire per questa mia riflessione, rivolta soprattutto a chi si ritiene cristiano e cattolico, e in particolare a coloro che si dichiarano tali, ma poi scelgono di vivere la propria fede secondo le proprie convenienze, come se il Vangelo fosse qualcosa da interpretare a piacimento e il peccato appartenesse ormai a un'altra epoca. Mi riferisco a quelli che potremmo definire dei “cristiani fai da te”, in buona o mala fede, non lo so: stabiliscono autonomamente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è peccato e ciò che non lo è, dimenticando le parole di Gesù:
«Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Matteo 24,35).
Per un cristiano, dunque, non dovrebbe esserci spazio per una fede costruita esclusivamente secondo i propri desideri. Certamente il Signore è misericordioso, ma la misericordia di Dio non significa che possiamo presumere di conoscere i suoi pensieri, la sua volontà o la misura con cui Egli giudicherà ciascuno di noi.Noi non sappiamo se e come i nostri peccati saranno perdonati dal Signore. Sappiamo però che la misericordia di Dio non può essere trasformata in una giustificazione del peccato. Per questo , chi ci induce a peccare in nome della misericordia rischia di confondere il significato stesso della misericordia e, anziché condurci verso Dio, di allontanarci da Lui. Fatta questa premessa, in questi giorni si è parlato molto della morte di Emma Bonino, figura che per decenni ha avuto un ruolo importante nella politica italiana, che come ho spiegato nei precedenti post, la Bonino è stata promotrice di temi etici contro la cristianità, ma è stata anche promotrice di leggi contro i lavoratori, insomma una persona che non è stato in linea sui valori dell’Italia, ma in una visione del tutto Europea, tant’è che sulla sua bara non è poggiato il tricolore, ma la bandiera dell’Europa, per queste motivazioni, a mio parere non meritava i funerali di stato. Questo non significa che io disprezzo la memoria di Emma Bonino, ma non ho mai condiviso la sua politica. Non sono nessuno per giudicare la coscienza di una persona, né tantomeno per stabilire quale sarà il giudizio di Dio su di lei. Solo il Signore conosce pienamente il cuore, le intenzioni e la vita di ciascuno di noi. E proprio per questo mi chiedo, senza pretendere di dare una risposta che appartiene soltanto a Dio: quanta misericordia avrà il Signore verso questa donna ? Su Emma Bonino è stato detto molto, e molte delle sue posizioni hanno suscitato negli anni forti discussioni, soprattutto sulle questioni etiche che hanno toccato profondamente la sensibilità dei cristiani. Prendo un solo esempio: l'aborto.
Non vorrei affrontare questo tema dal punto di vista spirituale entrando nella coscienza delle persone. In un contesto di uno stato laico, vorrei soffermarmi su un aspetto sociale e culturale, ma è necessario soffermarsi visto che una gran percentuale di italiani si definisce cristiano, e poi anche perché troppo facilmente si afferma che opporsi ad esempio al fine vita: eutanasia , suicidio assistito e aborto significhi essere oscurantisti. Ma dare alla luce un bambino non è oscurantismo. Una nuova vita non è oscurità: è una luce che si accende nel mondo. Per chi crede, è una vita che nasce sotto lo sguardo di Dio, un dono che non può essere considerato semplicemente come un ostacolo, un problema o una scelta da eliminare. Si può non condividere questa visione. Si può avere una concezione diversa della vita e dell'aborto. Ma allora bisogna anche essere coerenti e riconoscere che questa posizione nasce da una precisa concezione dell'uomo, della vita e della fede cristiana. Per chi si professa cristiano e cattolico, invece, non credo sia possibile scegliere del Vangelo soltanto ciò che corrisponde alle proprie convinzioni e mettere da parte ciò che ci mette in discussione. La fede non può diventare un “ fai da te ”, costruito sulla misura delle nostre comodità. Se qualcuno non condivide questi principi, naturalmente è libero di farlo. Ma lo invito, prima di giudicare ciò che ho scritto, a continuare a leggere e a confrontarsi, se lo desidera, in modo costruttivo, civile e rispettoso. Perché possiamo avere idee diverse, ma se ci definiamo cristiani dovremmo almeno ricordarci che anche il modo in cui ci confrontiamo con gli altri dovremmo trovare luce dal Vangelo.
Un invito particolare lo rivolgo a chi si definisce “progressista”. E sia chiaro: non mi riferisco al progressismo in senso politico. Anche a destra ci sono persone che si definiscono progressiste, così come ce ne sono molte che si proclamano difensori dei valori cristiani, ma poi, nei fatti, sostengono o compiono scelte profondamente lontane da quei valori. Penso, ad esempio, a Zaia, Salvini, Meloni e a tanti altri. Non mi riferisco neppure a quei “finti cattolici” che si nutrono della Sacra Ostia, ma che, sulle questioni etiche e morali, finiscono per passarci sopra e sostenere posizioni persino più lontane dalla visione cristiana di quelle dei cosiddetti progressisti. Non condanno nessuno e rispetto ogni persona. Quello che voglio proporre è semplicemente una riflessione. Chi crede può trovare in queste parole un motivo in più per interrogarsi, per guardarci dentro la coscienza e, magari, riconciliarci con Dio, affinché un giorno, quando ci presenteremo al Suo cospetto, possa concederci il Suo perdono e il dono della vita eterna.
Veniamo al tema. Oggi siamo costretti a fare i conti con un problema demografico gravissimo, maturato nel corso degli ultimi decenni. Parliamo continuamente di una società sempre più anziana, della necessità di importare forza lavoro straniera e della mancanza di politiche realmente efficaci a sostegno della famiglia. Eppure, quasi mai ci fermiamo a riflettere su una questione fondamentale: in circa 46 anni, milioni di bambini non hanno avuto la possibilità di vedere la luce, avrebbero ringiovanito l’Italia. Secondo le stime che vengono comunemente riportate, parliamo di quasi sei milioni di interruzioni volontarie di gravidanza. Se quei bambini fossero nati, oggi avremmo una popolazione significativamente più numerosa e, soprattutto, una società con una presenza molto maggiore di giovani, anziché una popolazione sempre più anziana come quella che conosciamo..
E questo dato, peraltro, non tiene conto dell'uso della contraccezione, che influisce fortemente sulla mancata di nuove nascite. Ma torniamo all'aborto. Per chi crede ancora nella vita e nell'insegnamento di nostro Signore Gesù Cristo, questa non può essere considerata soltanto una questione politica o legislativa. È, prima di tutto, una questione morale, spirituale e sociale. E proprio per questo voglio fare un'altra precisazione: non sto chiedendo l'abolizione della legge sull'aborto, né voglio ignorare il principio della laicità dello Stato. Il mio intento è un altro: invitare a comprendere la profondità del problema e a interrogarci sulle sue conseguenze. Molti si dichiarano non credenti. E va bene: la libertà di coscienza va rispettata. Ma anche chi non crede dovrebbe, a mio avviso, interrogare la propria coscienza su una domanda semplice e drammatica: che cosa significa interrompere una vita che sta iniziando? Non impediamo la nascita di persone che sarebbero stati nuovi cervelli, nuovi geni e talenti? Da una parte parliamo del diritto della donna di abortire; dall'altra, troppo spesso, dimentichiamo di porci la domanda sul diritto di quel bambino a nascere. Cosa è più importante il diritto di abortire o il diritto di nascere? Per chi crede, poi, la questione assume una dimensione ancora più profonda. Un cristiano non può fermarsi soltanto alla prospettiva umana o giuridica. Deve interrogarsi anche davanti a Dio e chiedersi quale responsabilità abbia l'uomo nei confronti della vita che gli è stata affidata.
E anche mettendo da parte la fede, resta comunque un problema sociale enorme. Un Paese nel quale nascono sempre meno bambini e la popolazione invecchia progressivamente è un Paese che mette a rischio il proprio futuro. La crisi demografica italiana non è un problema astratto: riguarda il lavoro, il sistema pensionistico, il welfare, la sanità, le famiglie e, più in generale, la sostenibilità della nostra società. Ma per un cristiano c'è qualcosa di ancora più importante. La nascita di un bambino non può essere ridotta semplicemente alla categoria di un “diritto” o di una scelta individuale. Per il cristiano, e in modo particolare per il cattolico, un bambino è innanzitutto un dono di Dio. La vita non ci appartiene in modo assoluto. Ci è affidata. Ed è proprio da questa consapevolezza che dovrebbe partire ogni riflessione cristiana sull'aborto: non dalla condanna della persona, non dal giudizio, non dall'insulto, ma dalla responsabilità davanti a Dio e dal valore sacro della vita. Possiamo discutere, confrontarci e anche pensarla diversamente. Ma almeno fermiamoci a riflettere. Perché prima ancora di chiederci che cosa sia legalmente possibile fare, dovremmo avere il coraggio di domandarci che cosa sia moralmente giusto fare. E per chi crede nel Vangelo, questa domanda non può che non essere posta anche davanti a Dio.




