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UN BAMBINO CHE NASCE E’ LUCE. UNA VISIONE SPIRITUALE SULL’ABORTO E TEMATICHE ETICHE DOPO LA MORTE DI EMMA BONINO

●■In Italia a 6.000.000 (sei milioni) di creature è stato impedito di vedere la luce■●" Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai t...

giovedì 17 settembre 2026

UN BAMBINO CHE NASCE E’ LUCE. UNA VISIONE SPIRITUALE SULL’ABORTO E TEMATICHE ETICHE DOPO LA MORTE DI EMMA BONINO

●■In Italia a 6.000.000 (sei milioni) di creature è stato impedito di vedere la luce■●"


Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Le mie ossa non ti erano nascoste quando fui formato nel segreto» (Salmo 139,13-15)".

È da qui che vorrei partire per questa mia riflessione, rivolta soprattutto a chi si ritiene cristiano e cattolico, e in particolare a coloro che si dichiarano tali, ma poi scelgono di vivere la propria fede secondo le proprie convenienze, come se il Vangelo fosse qualcosa da interpretare a piacimento e il peccato appartenesse ormai a un'altra epoca. Mi riferisco a quelli che potremmo definire dei “cristiani fai da te”, in buona o mala fede, non lo so: stabiliscono autonomamente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è peccato e ciò che non lo è, dimenticando le parole di Gesù:

«Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Matteo 24,35).

Per un cristiano, dunque, non dovrebbe esserci spazio per una fede costruita esclusivamente secondo i propri desideri. Certamente il Signore è misericordioso, ma la misericordia di Dio non significa che possiamo presumere di conoscere i suoi pensieri, la sua volontà o la misura con cui Egli giudicherà ciascuno di noi.Noi non sappiamo se e come i nostri peccati saranno perdonati dal Signore. Sappiamo però che la misericordia di Dio non può essere trasformata in una giustificazione del peccato. Per questo , chi ci induce a peccare in nome della misericordia rischia di confondere il significato stesso della misericordia e, anziché condurci verso Dio, di allontanarci da Lui.                                  Fatta questa premessa, in questi giorni si è parlato molto della morte di Emma Bonino, figura che per decenni ha avuto un ruolo importante nella politica italiana, che come ho spiegato nei precedenti post, la Bonino è stata promotrice di temi etici contro la cristianità, ma è stata anche promotrice di leggi contro i lavoratori, insomma una persona che non è stato in linea  sui valori dell’Italia, ma in una visione del tutto Europea, tant’è che sulla sua bara non è poggiato il tricolore, ma la bandiera dell’Europa, per queste motivazioni, a mio parere non meritava i funerali di stato. Questo non significa che io disprezzo la memoria di Emma Bonino, ma non ho mai condiviso la sua politica.  Non sono nessuno per giudicare la coscienza di una persona, né tantomeno per stabilire quale sarà il giudizio di Dio su di lei. Solo il Signore conosce pienamente il cuore, le intenzioni e la vita di ciascuno di noi. E proprio per questo mi chiedo, senza pretendere di dare una risposta che appartiene soltanto a Dio: quanta misericordia avrà il Signore verso questa donna ? Su Emma Bonino è stato detto molto, e molte delle sue posizioni hanno suscitato negli anni forti discussioni, soprattutto sulle questioni etiche che hanno toccato profondamente la sensibilità dei cristiani. Prendo un solo esempio: l'aborto.

Non vorrei affrontare questo tema dal punto di vista spirituale entrando nella coscienza delle persone. In un contesto di uno stato laico, vorrei soffermarmi su un aspetto sociale e culturale, ma è necessario soffermarsi visto che una gran percentuale di italiani si definisce cristiano, e poi anche perché troppo facilmente si afferma che opporsi ad esempio al  fine vita: eutanasia , suicidio assistito e aborto significhi essere oscurantisti. Ma dare alla luce un bambino non è oscurantismo.  Una nuova vita non è oscurità: è una luce che si accende nel mondo. Per chi crede, è una vita che nasce sotto lo sguardo di Dio, un dono che non può essere considerato semplicemente come un ostacolo, un problema o una scelta da eliminare. Si può non condividere questa visione. Si può avere una concezione diversa della vita e dell'aborto. Ma allora bisogna anche essere coerenti e riconoscere che questa posizione nasce da una precisa concezione dell'uomo, della vita e della fede cristiana. Per chi si professa cristiano e cattolico, invece, non credo sia possibile scegliere del Vangelo soltanto ciò che corrisponde alle proprie convinzioni e mettere da parte ciò che ci mette in discussione. La fede non può diventare un “ fai da te ”, costruito sulla misura delle nostre comodità. Se qualcuno non condivide questi principi, naturalmente è libero di farlo. Ma lo invito, prima di giudicare ciò che ho scritto, a continuare a leggere e a confrontarsi, se lo desidera, in modo costruttivo, civile e rispettoso. Perché possiamo avere idee diverse, ma se ci definiamo cristiani dovremmo almeno ricordarci che anche il modo in cui ci confrontiamo con gli altri dovremmo trovare luce dal Vangelo.

Un invito particolare lo rivolgo a chi si definisce “progressista”. E sia chiaro: non mi riferisco al progressismo in senso politico. Anche a destra ci sono persone che si definiscono progressiste, così come ce ne sono molte che si proclamano difensori dei valori cristiani, ma poi, nei fatti, sostengono o compiono scelte profondamente lontane da quei valori. Penso, ad esempio, a Zaia, Salvini, Meloni e a tanti altri.  Non mi riferisco neppure a quei “finti cattolici” che si nutrono della Sacra Ostia, ma che, sulle questioni etiche e morali, finiscono per passarci sopra e sostenere posizioni persino più lontane dalla visione cristiana di quelle dei cosiddetti progressisti. Non condanno nessuno e rispetto ogni persona. Quello che voglio proporre è semplicemente una riflessione. Chi crede può trovare in queste parole un motivo in più per interrogarsi, per guardarci dentro la coscienza e, magari, riconciliarci con Dio, affinché un giorno, quando ci presenteremo al Suo cospetto, possa concederci il Suo perdono e il dono della vita eterna.                

Veniamo al tema. Oggi siamo costretti a fare i conti con un problema demografico gravissimo, maturato nel corso degli ultimi decenni. Parliamo continuamente di una società sempre più anziana, della necessità di importare forza lavoro straniera e della mancanza di politiche realmente efficaci a sostegno della famiglia. Eppure, quasi mai ci fermiamo a riflettere su una questione fondamentale: in circa 46 anni, milioni di bambini non hanno avuto la possibilità di vedere la luce, avrebbero ringiovanito l’Italia. Secondo le stime che vengono comunemente riportate, parliamo di quasi sei milioni di interruzioni volontarie di gravidanza. Se quei bambini fossero nati, oggi avremmo una popolazione significativamente più numerosa e, soprattutto, una società con una presenza molto maggiore di giovani, anziché una popolazione sempre più anziana come quella che conosciamo..


E questo dato, peraltro, non tiene conto dell'uso della contraccezione, che influisce fortemente sulla mancata di nuove nascite.                                                                             Ma torniamo all'aborto. Per chi crede ancora nella vita e nell'insegnamento di nostro Signore Gesù Cristo, questa non può essere considerata soltanto una questione politica o legislativa. È, prima di tutto, una questione morale, spirituale e sociale. E proprio per questo voglio fare un'altra precisazione: non sto chiedendo l'abolizione della legge sull'aborto, né voglio ignorare il principio della laicità dello Stato. Il mio intento è un altro: invitare a comprendere la profondità del problema e a interrogarci sulle sue conseguenze. Molti si dichiarano non credenti. E va bene: la libertà di coscienza va rispettata. Ma anche chi non crede dovrebbe, a mio avviso, interrogare la propria coscienza su una domanda semplice e drammatica: che cosa significa interrompere una vita che sta iniziando? Non impediamo la nascita di persone che sarebbero stati nuovi cervelli, nuovi geni e talenti? Da una parte parliamo del diritto della donna di abortire; dall'altra, troppo spesso, dimentichiamo di porci la domanda sul diritto di quel bambino a nascere. Cosa è più importante il diritto di abortire o il diritto di nascere? Per chi crede, poi, la questione assume una dimensione ancora più profonda. Un cristiano non può fermarsi soltanto alla prospettiva umana o giuridica. Deve interrogarsi anche davanti a Dio e chiedersi quale responsabilità abbia l'uomo nei confronti della vita che gli è stata affidata.


E anche mettendo da parte la fede, resta comunque un problema sociale enorme. Un Paese nel quale nascono sempre meno bambini e la popolazione invecchia progressivamente è un Paese che mette a rischio il proprio futuro. La crisi demografica italiana non è un problema astratto: riguarda il lavoro, il sistema pensionistico, il welfare, la sanità, le famiglie e, più in generale, la sostenibilità della nostra società. Ma per un cristiano c'è qualcosa di ancora più importante. La nascita di un bambino non può essere ridotta semplicemente alla categoria di un “diritto” o di una scelta individuale. Per il cristiano, e in modo particolare per il cattolico, un bambino è innanzitutto un dono di Dio. La vita non ci appartiene in modo assoluto. Ci è affidata. Ed è proprio da questa consapevolezza che dovrebbe partire ogni riflessione cristiana sull'aborto: non dalla condanna della persona, non dal giudizio, non dall'insulto, ma dalla responsabilità davanti a Dio e dal valore sacro della vita. Possiamo discutere, confrontarci e anche pensarla diversamente. Ma almeno fermiamoci a riflettere. Perché prima ancora di chiederci che cosa sia legalmente possibile fare, dovremmo avere il coraggio di domandarci che cosa sia moralmente giusto fare. E per chi crede nel Vangelo, questa domanda non può che non essere posta anche davanti a Dio.

martedì 15 settembre 2026

NICOLA "I SONTU", IL CUSTODE DEI BANCHETTI DEI BARONI DRAMMIS

 

Ogni tanto sento il bisogno di fare memoria dei ricordi e delle persone che hanno fatto parte della storia della nostra comunità. Sono ricordi che appartengono alle nostre famiglie, ma che, in qualche modo, appartengono anche alla storia di Scandale.
La fotografia di proprietà di Vincenzino Tiano,  che ringrazio per avermela fatta recapitare, ritrae il nostro bisnonno materno, Nicola Tiano, una figura che considero a pieno titolo parte della memoria storica del nostro paese.
Nicola, che in paese veniva chiamato, se non ricordo male, “Nicola i Sontu”, era il fiduciario dei Baroni Drammis e, soprattutto, il capo del refettorio baronale.
La famiglia Drammis, giunta in Calabria dalla Spagna attraverso i legami con i Borbone, diede vita all'antico borgo di Scandale, nella zona dell'attuale Piazza San Francesco. I baroni in Calabria erano conosciuti per diverse attività e produzioni di pregio: alcuni si distinsero per la produzione di vini e oli, altri per l'allevamento di bestiame e cavalli di razza. I Baroni Drammis di Scandale, invece, erano particolarmente rinomati per la loro cucina, l'accoglienza e l'ospitalità.
Si raccontava che le migliori pietanze venissero preparate proprio nella casa dei Baroni Drammis. A Scandale arrivavano persone di riguardo da diverse parti della Calabria e anche da altre zone dell'Italia meridionale, attratte dalla fama dei banchetti e dalla straordinaria ospitalità dei baroni.
Ma dietro quei banchetti, dietro quelle tavole imbandite e quell'arte dell'accoglienza, c'era anche il grande lavoro di mio bisnonno.
Nicola Tiano non era semplicemente un cuoco. Essere responsabile del refettorio baronale significava occuparsi delle cucine, delle dispense, dell'organizzazione del servizio e della tavola. Era una figura di fiducia e di prestigio, chiamata a interpretare i gusti degli ospiti e a trasformare ogni occasione in un'esperienza speciale.
Ogni banchetto doveva essere diverso dall'altro. Nicola sapeva scegliere e organizzare le portate, immaginare pietanze nuove e adattare il menù agli ospiti che arrivavano al palazzo. Era lui, al momento opportuno, ad annunciare ad alta voce, che rimbobava per tutta la piazza, le portate e a guidare il servizio, contribuendo a dare ordine e solennità a quei momenti.
E quei banchetti non erano soltanto occasioni per mangiare bene. Erano anche momenti nei quali i baroni mostravano la propria magnanimità, la generosità e l'ospitalità, rafforzando il prestigio della loro casa.
Non a caso, i Baroni Drammis di Scandale erano ricordati e conosciuti ben oltre i confini del paese come esempio di umanità e accoglienza. In tutto questo, Nicola “i Sontu” aveva un ruolo fondamentale. Era un uomo di fiducia dei baroni, un professionista della cucina e dell'organizzazione dei banchetti, ma soprattutto una persona che aveva saputo conquistarsi un posto importante all'interno della vita della baronia.
Nella sua vita familiare aveva sposato Luisa Cosentino, che, secondo i ricordi tramandati in famiglia, era la prima maestra elementare a Scandale e proveniva da Catanzaro.
Oggi, guardando questa fotografia, penso a quanto sia importante conservare la memoria di uomini come Nicola Tiano. Persone che magari non compaiono nei grandi libri di storia, ma che hanno contribuito, con il proprio lavoro, la propria professionalità e la propria dedizione, a costruire la storia quotidiana di un paese.
Nicola “i Sontu”, mio bisnonno, fu certamente uno di questi uomini. E per i Baroni Drammis rappresentò, senza dubbio, un vero “pezzo da novanta” della loro baronia.

lunedì 27 luglio 2026

UN HANGAR ALL'AEROPORTO DI CROTONE: SVILUPPO O NUOVA INCOGNITA?

 


Sui progetti che riguardano il territorio servono prima chiarezza e garanzie, poi gli annunci.
Il dibattito politico sulla difesa del nostro territorio è sempre stato piuttosto spento. Si riaccende solo quando arrivano annunci, buoni o cattivi che siano, per poi spegnersi nuovamente nel silenzio. Ormai la politica, a ogni livello, sembra aver perfezionato una strategia ben precisa nei confronti di Crotone: quella del "u duciu e l'amaru". Prima si annuncia una buona notizia, poi ne arriva un'altra meno rassicurante o avvolta nell'incertezza. E, alla fine, ai cittadini resta il compito di accontentarsi e sperare.
Nei giorni scorsi è stato annunciato l'inserimento della realizzazione del nuovo Ospedale di Crotone nel programma degli investimenti sanitari valutabili dall'INAIL, per un importo previsto di 300 milioni di euro. È certamente una notizia positiva e voglio accoglierla con fiducia.
Tuttavia, non possiamo ignorare un dato evidente: nelle altre province calabresi i nuovi ospedali sono cantieri avviati da tempo e, in alcuni casi, prossimi al completamento. Per Crotone, invece, siamo ancora alla fase degli annunci. Ancora una volta siamo in ritardo, proprio noi che da oltre mezzo secolo conviviamo con le conseguenze sanitarie della vecchia area industriale e continuiamo a pagare un prezzo altissimo in termini di salute pubblica.
Ma, subito dopo questa notizia, ne è arrivata un'altra che, almeno per come è stata presentata, lascia aperti molti interrogativi. Non perché si voglia criticare a tutti i costi, ma perché la mancanza di informazioni genera inevitabilmente dubbi. Se gli annunci fossero accompagnati da tutti gli elementi necessari, ci sarebbe ben poco da contestare. Invece si comunica solo una parte della realtà, mentre le domande restano senza risposta e il silenzio della politica finisce per alimentare la sfiducia.
Nel mio precedente intervento avevo già affrontato il tema dell'aeroporto di Crotone, evidenziando come il progetto della Regione Calabria, insieme alla Basilicata, di realizzare un quarto aeroporto possa rappresentare un elemento di criticità per lo scalo pitagorico, nonostante i numeri del traffico siano in costante crescita. Adesso emerge un altro elemento. La SACAL ha concesso ad Avioart S.r.l., a titolo gratuito e per 25 anni, un'area di circa 15.000 metri quadrati all'interno dell'aeroporto di Crotone. Qui sorgerà un hangar destinato al disassemblaggio, allo smantellamento e al riciclo di aeromobili a fine vita. Non si tratta quindi di un normale centro di manutenzione o riparazione, ma di un vero e proprio polo industriale dedicato al recupero dei materiali degli aerei dismessi.
La domanda non è se l'investimento sia, in astratto, positivo o negativo. La vera questione è un'altra: quali garanzie sono state chieste e ottenute per tutelare il futuro dell'aeroporto di Crotone e del territorio?
Sono stati valutati gli impatti ambientali? Come saranno gestiti e smaltiti i materiali derivanti dallo smantellamento degli aeromobili? Dove finiranno i residui delle lavorazioni? Quali controlli saranno effettuati? E soprattutto, questa attività sarà compatibile con lo sviluppo dello scalo e con la crescita del traffico passeggeri?
C'è poi una domanda che molti cittadini si pongono: non rischiamo di aggiungere un'altra potenziale criticità ambientale, la realizzazione di un'altra discarica, in un territorio che attende ancora la bonifica dei siti contaminati della vecchia area industriale? Sono domande legittime, non pregiudizi. Domande che meritano risposte precise e trasparenti.

La politica, e in primo luogo l'Amministrazione comunale di Crotone, ha il dovere di pretendere chiarimenti e di informarci con la massima trasparenza. Perché lo sviluppo non può essere costruito sulla fiducia cieca, ma sulla chiarezza, sulla tutela del territorio e sul rispetto dei cittadini. Crotone non ha bisogno di slogan o di annunci a metà. Ha bisogno di certezze, programmazione e scelte che garantiscano davvero il futuro della città.

sabato 25 luglio 2026

ITALIA, IL GRANDE INGANNO: LA FINTA GUERRA TRA ROSSO E NERO ALIMENTA ODIO E DIVISIONI


Gli ultimi casi, Roggero e Fakir, riaccendono lo scontro politico e dividono ancora una volta la gente. 

Da decenni, a mio avviso, la politica italiana continua a tradire la fiducia dei cittadini. Eppure, ancora oggi, molti sembrano non rendersene conto, oppure preferiscono ignorarlo. C'è chi sostiene una parte per convinzione, ma c'è anche chi lo fa perché ha ricevuto un favore: una raccomandazione, un incarico, un'opportunità, un contributo o un altro beneficio personale. In questi casi, il rapporto tra cittadino e politica si è trasformato in uno scambio di interessi anziché in una libera scelta fondata su idee e valori.

È così che, secondo questa lettura, si alimenta un sistema in cui le persone vengono spinte a schierarsi e a difendere una fazione come fossero tifosi. Si entra nell'arena politica, oggi come ieri è la stessa rispetto a cio che si consumava nel colosseo. Si finisce per gridare slogan contro l'avversario, senza interrogarsi davvero sui risultati, sulle responsabilità e sulla coerenza di chi governa.

Destra e sinistra vengono presentate come alternative inconciliabili, ma c'è chi ritiene che, nei fatti, abbiano finito per assomigliarsi molto più di quanto vogliano ammettere. Cambiano i simboli, cambiano i colori, cambiano i leader, ma il modo di esercitare il potere appare spesso lo stesso. Le promesse si ripetono, le delusioni anche. È un vero inganno!

I politici conoscono bene le dinamiche della contrapposizione permanente: un Paese diviso è un Paese più facile da governare, ma soprattutto più facile da conquistare in campagna elettorale. Ed è proprio ciò che, a mio avviso, sta accadendo in questi giorni. Con le elezioni politiche all'orizzonte, il dibattito si sposta rapidamente su temi che infiammano gli animi e dividono l'opinione pubblica. Gli ultimi esempi sono il caso del gioielliere Roggero e quello di Fakir, il cittadino marocchino deceduto durante un intervento di polizia.

La domanda che mi pongo è semplice: possibile che gli italiani si lascino trascinare ogni volta in questa dinamica? Possibile che bastino poche dichiarazioni dei leader politici per trasformare vicende complesse in uno scontro tra tifoserie? Abbiamo davvero rinunciato a ragionare con la nostra testa?

Io ho maturato da tempo la convinzione di voler restare fuori da quest'arena. Eppure, ogni volta che si esprime un'opinione indipendente, arriva puntualmente l'etichetta: "sei di destra" oppure "sei di sinistra" Eppure io ho dato prova di autonomia durante gli incarichi istituzionali. Come se non fosse più possibile essere semplicemente cittadini liberi, capaci di valutare ogni vicenda senza dover appartenere a uno schieramento.

Ho l'impressione che gli estremismi non appartengano più soltanto a una parte politica. Mi sembra, invece, che certe logiche di contrapposizione, di intolleranza verso chi dissente e di appartenenza cieca abbiano finito per contaminare entrambi gli schieramenti. Cambiano i colori, ma il metodo sembra spesso lo stesso: alimentare lo scontro anziché il confronto.

Torniamo ai due casi che stanno monopolizzando il dibattito.

Sul caso Roggero, la discussione pubblica è esplosa ancora prima che molti conoscessero il contenuto della sentenza. Si è immediatamente creato uno scontro ideologico, quando invece sarebbe più utile interrogarsi su questioni concrete: ci sono stati o no gli estremi dell'eccesso di legittima difesa? Le norme sono equilibrate? Il sistema risarcitorio è coerente e uguale per tutti? Sono domande legittime, che meritano risposte giuridiche e non slogan politici.

Allo stesso tempo, molti cittadini si chiedono se esistano disparità di trattamento. Viene spontaneo pensare ai tanti appartenenti alle forze dell'ordine,  poliziotti, carabinieri e altri servitori dello Stato, rimasti uccisi o gravemente feriti durante il servizio, e domandarsi se le loro famiglie abbiano ricevuto un sostegno adeguato. È un tema che può essere affrontato senza trasformarlo in una guerra tra fazioni.

Anche sul caso Fakir il clima si è acceso immediatamente. Ancora prima che fossero chiariti tutti gli elementi della vicenda, sono partite accuse durissime contro gli agenti coinvolti. È giusto pretendere trasparenza e accertare eventuali responsabilità, ma è altrettanto importante attendere gli esiti delle indagini prima di formulare giudizi definitivi.

Colpisce, inoltre, il clima di ostilità che talvolta si manifesta nei confronti delle forze dell'ordine. Basta un intervento di polizia perché qualcuno inizi a filmare e a gridare insulti come "bastardi", "venduti" o altre espressioni offensive, senza conoscere il contesto dell'azione. 


Criticare l'operato delle istituzioni è un diritto fondamentale in una democrazia, ammesso che si possa ancora definire tale. Ben altra cosa, però, è trasformare ogni intervento delle forze dell'ordine in una condanna preventiva, senza attendere che i fatti vengano accertati. Questo atteggiamento non fa altro che alimentare tensioni, sfiducia e un clima di ostilità permanente.

Mi chiedo: vogliamo davvero una società senza forze dell'ordine? Possiamo immaginare uno Stato in cui nessuno faccia rispettare le leggi? È giusto discutere del modo in cui la polizia opera, pretendere trasparenza, formazione adeguata e responsabilità quando emergono eventuali errori. Ma delegittimare in blocco uomini e donne che ogni giorno svolgono un compito difficile significa imboccare una strada pericolosa: l'anarchia.

Anche le manifestazioni organizzate dopo vicende così delicate dovrebbero essere improntate al senso di responsabilità, evitando che il dibattito pubblico si trasformi in una sentenza anticipata o nell'ennesimo scontro politico alimentato dall'emotività. Penso, ad esempio, alla manifestazione di Bologna, che ha suscitato forti polemiche anche perché è voluta dal sindaco della città. Al di là delle diverse opinioni, il punto è un altro: quando la politica entra a gamba tesa in fatti ancora da chiarire, il rischio è che l'obiettivo non sia più la ricerca della verità, ma la conquista del consenso. È così che, a mio avviso, la politica finisce per influenzare il modo in cui interpretiamo la realtà.

Ed è proprio questo il problema di fondo. Ogni fatto di cronaca viene trasformato in una bandiera politica. Non conta più capire cosa sia realmente accaduto, ma stabilire da quale parte stare. La ricerca della verità lascia il posto alla propaganda, mentre il confronto civile viene sostituito dalla logica della tifoseria.

Oggi questa dinamica, secondo me, riguarda sia la destra sia la sinistra. Cambiano i simboli e gli slogan, ma il metodo sembra spesso lo stesso: dividere i cittadini per consolidare il proprio consenso. È una deriva che considero molto pericolosa, perché una società continuamente lacerata dal conflitto perde progressivamente fiducia nelle istituzioni e nelle regole democratiche. La storia insegna che il caos e la contrapposizione permanente possono creare le condizioni favorevoli all'affermazione di forme di potere sempre più autoritarie. Per questo ritengo che chi alimenta sistematicamente l'odio politico e la divisione porti una responsabilità importante, indipendentemente dall'appartenenza ideologica.

È arrivato il momento di uscire da questa logica e tornare a discutere dei fatti con equilibrio, senza lasciarci trascinare ogni volta nell'ennesima arena costruita dalla politica.

Troppi cittadini finiscono per identificarsi con una bandiera anziché pretendere trasparenza, competenza, coerenza e responsabilità da chi li rappresenta. Io continuo a credere che gli italiani, nella loro grande maggioranza, siano persone perbene. Non penso che siano un popolo naturalmente estremista o razzista. Ritengo piuttosto che etichette di questo tipo vengano spesso utilizzate nel dibattito politico per semplificare la realtà, contrapporre le persone e rafforzare gli schieramenti. Una politica  velenosa contro i propri cittadini, favorendo lo scontro.

La vera sfida non è decidere se stare dalla parte del rosso o del nero, ma liberarsi dalla logica dell'appartenenza e tornare a giudicare la per ciò che si realizza concretamente. Significa recuperare il senso critico, il rispetto reciproco e, per chi vi si riconosce, anche quei valori cristiani che per molti hanno rappresentato un punto di riferimento: la dignità della persona, la solidarietà, il rispetto della vita e il bene comune.

L'invito che rivolgo a tutti è semplice: non lasciamoci trascinare dall'odio, dalla propaganda o dalla paura. Manteniamo la testa sulle spalle, analizziamo i fatti prima di schierarci e pretendiamo una politica che metta davvero al centro l'interesse collettivo, ritornare ai valori cristiani, spesso dimenticati da che è preposto, invece della fedeltà cieca a delle fazioni, che appaiono sempre più luciferine.

domenica 14 giugno 2026

E ORA RINO E ROSARIO, IN UN ABBRACCIO ETERNO NEL CIELO PIÙ BLU

Nella splendida mattinata di ieri mi sono trovato a Crotone con il pensiero rivolto al caro Rosario. Lui amava le albe e i tramonti, il cielo e il mare. Quanti video, quante fotografie ci ha regalato per raccontare i suoi momenti, le sue emozioni, i suoi frammenti di vita. Era un libro aperto: spontaneo, libero, senza filtri. Astuto e intelligente, ma soprattutto autentico. Con quella purezza che, a volte, appartiene solo ai bambini. E proprio ai bambini mi riportano le parole di Nostro Signore Gesù Cristo: «Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli». Rosario aveva dentro di sé quella semplicità disarmante, quella capacità di meravigliarsi e di vivere con sincerità. Per questo mi piace pensare che sia entrato subito in quel Regno, in quel cielo che tanto amava contemplare e che il suo amato Rino cantava nelle sue canzoni. E sono certo che, appena arrivato, Rino lo abbia accolto con un sorriso e un abbraccio fraterno.


Rosario dedicava una parte importante della sua vita a raccontare e custodire la memoria di Rino Gaetano. Storie, aneddoti, conferenze, incontri, momenti di condivisione: tutto parlava di quella passione autentica che lo accompagnava da sempre. Le pagine del suo blog “Ry.Ros” ne erano la testimonianza più viva, perché lui non si limitava a raccontare Rino: lo viveva. Rino era parte della sua anima, del suo modo di vedere il mondo.

Non è un caso che, nel pomeriggio di ieri, al termine della cerimonia religiosa, Rosario sia stato accompagnato proprio dalle note delle canzoni di Rino. È stata una giornata intensa, carica di emozioni e di affetto. Un continuo pellegrinaggio di persone presso la camera ardente: uomini e donne di ogni età, provenienti dal mondo della scuola, della politica, della cultura e dell'associazionismo. Tutti uniti da un sentimento comune: il desiderio di rendere omaggio a una persona che ha lasciato un segno sincero nella vita di tanti. Particolarmente toccante è stato il ricordo della rappresentanza della Kathmandu Band, che al termine del rito religioso ha dedicato a Rosario parole profonde e sentite, capaci di raccontare il valore umano e culturale del suo impegno.

Ricordo bene come, nelle tante iniziative socio-culturali condivise, mi chiedesse sempre di trovare uno spazio per ricordare Rino Gaetano. Si batté con determinazione affinché a Scandale fosse intitolata una via al grande cantautore. Un obiettivo che riuscì a raggiungere durante l'amministrazione Brescia, della quale lui stesso fece parte. Successivamente, io da sindaco, ebbi il piacere di confermare e sostenere quell'idea, dedicando momenti e iniziative alla memoria di Rino. Nel pomeriggio di ieri, giorno di Sant'Antonio di Padova e onomastico di suo figlio, il corteo funebre ha lasciato la Chiesa Madre San Nicola Vescovo di Scandale per accompagnare Rosario nel suo ultimo viaggio terreno. A chiudere quel cammino è stato un brano di Rino Gaetano: A mano a mano. Una scelta che sembrava scritta dal destino. "Poco alla volta", come una fiamma che lentamente si affievolisce, come una vita che si spegne con discrezione, lasciando però una luce capace di restare nel cuore di chi rimane. In quel brano c'è un verso che colpisce più di ogni altro: «Ti soffia sul viso e ti ruba un sorriso». È il vento del tempo che passa, che cambia le cose, che porta via le persone care ma non il loro ricordo. E quel cambiamento, ieri, si è compiuto.

Da oggi volerai per sempre in quello sconfinato cielo sempre più blu che tanto amavi. Sarai nell'abbraccio di Rino, di tuo padre e di tutti coloro che ti hanno preceduto e che ti hanno voluto bene. Ma soprattutto sarai nell'abbraccio eterno di Nostro Signore, perché chi ha saputo vivere con autenticità, generosità e amore non lascia mai davvero questa terra: continua a vivere nei cuori che ha toccato e nella luce di Dio che non si spegne mai.

venerdì 12 giugno 2026


Ci ha lasciato il nostro Rosario. Una notizia che mi ha profondamente sconvolto, perché con lui ho condiviso tanti anni di attività sociali, culturali e politiche locali. Rosario c’era sempre: discreto ma presente, con la sua macchina fotografica pronta a immortalare i momenti più belli della vita di Scandale e, negli ultimi anni, anche della città di Crotone, dove viveva.Era un giornalista autentico, senza peli sulla lingua. Raccontava i fatti con onestà, attenzione e passione, soffermandosi anche sui particolari più piccoli, quelli che spesso fanno la differenza e aiutano a comprendere la verità degli avvenimenti. Le sue cronache erano ricche di dettagli, capaci di restituire fedelmente persone, emozioni e momenti vissuti.

I suoi scritti non mancavano mai in occasione di qualsiasi evento. Ricordo con affetto l’attenzione che dedicava alla banda musicale, di cui ero presidente: seguiva ogni nostra attività, documentando con entusiasmo concerti e viaggi, anche all’estero. Era sempre pronto a raccontare i vari raduni bandistici, le estati scandalesi, le nostre rassegne teatrali, le sagre, le feste popolari, i dibattiti e le riunioni politiche e amministrative. Rosario era ovunque ci fosse vita. Presente nelle ricorrenze religiose, nelle feste mariane, nelle processioni, nelle comunioni, nelle cresime e in tanti altri momenti che scandivano la vita della nostra comunità. Con il suo lavoro ha custodito la memoria collettiva di un paese, lasciandoci un patrimonio prezioso di immagini, racconti e testimonianze.

Se ne va una persona che, nonostante la sofferenza che lo attanagliava in diversi periodi dell’anno, amava profondamente la vita. Sapeva gioire della natura, del creato, delle cose semplici e di quelle fatte bene. Amava osservare, raccontare e condividere. Aveva il raro dono di trasformare ogni avvenimento in una storia da tramandare. Potrei continuare ancora a lungo, perché per raccontare davvero Rosario servirebbe un libro. Ma basta scorrere i social o rileggere gli articoli del suo vecchio blog “By Ros” per rendersi conto dell’immenso lavoro che ha lasciato. In quelle pagine troviamo i momenti della squadra di calcio di Scandale, che lui seguiva, commentava e sosteneva attivamente. Non troviamo soltanto il racconto di alcuni eventi: troviamo, a mio avviso, una parte importante della storia di Scandale, degli anni che lui ha vissuto e raccontato con passione instancabile.

 Caro Rosario, ti porterò sempre nel cuore e nelle mie preghiere. Sono convinto che il Signore ti accoglierà tra le Sue braccia e ti donerà quella pace e quella serenità che hai meritato con una vita intensa, segnata dalla sofferenza ma vissuta con grande dignità. Addio, amico mio. La tua voce si è spenta, ma il ricordo che hai lasciato e l’esempio che ci hai donato continueranno a vivere in mezzo a noi, custoditi nel tempo e nella gratitudine di un’intera comunità.


giovedì 28 maggio 2026

SENZA GESÙ CRISTO, QUALE DESTINO AVRÀ L’ITALIA?


Bisogna sempre affrontare certi argomenti con cautela, soprattutto quando si parla di fede e, ancor più, di cristianesimo. Basta esprimere liberamente il proprio pensiero per essere subito etichettati come fanatici o retrogradi. Eppure io credo che la libertà passi anche attraverso il diritto di parlare apertamente di ciò in cui si crede. D’altronde qualcuno disse: “La verità vi renderà liberi.”

Oggi Nostro Signore Gesù Cristo viene troppo spesso messo da parte. Il suo insegnamento non è più considerato “moderno”, specialmente in Italia, proprio nella nazione che custodisce Roma, sede spirituale di oltre un miliardo di fedeli. Anche qui la secolarizzazione avanza rapidamente: tutto sembra doversi adattare al mondo, al materialismo, mentre il senso del trascendente e del metafisico viene relegato ai margini. Guai a parlarne apertamente.

L’Italia, che per secoli ha riconosciuto in Gesù Cristo l’unico Salvatore, oggi sembra voler accogliere ogni cosa tranne la propria identità cristiana. Si apre a tutto e a tutti, spesso senza discernimento, fino quasi a rinnegare le proprie radici. Si concede spazio anche a culture e visioni che, in alcuni casi, continuano a limitare la dignità e la libertà, soprattutto della donna. E tutto questo avviene nel silenzio di molti che un tempo si proclamavano difensori dei diritti e dell’emancipazione femminile.

È una trasformazione profonda: visibile, ma al tempo stesso silenziosa e raffinata. In nome del progresso e dell’“evoluzione”, si rinuncia gradualmente alla propria cultura e alla propria identità. Come se difendere le radici cristiane significasse automaticamente rifiutare il dialogo, la convivenza o il rispetto degli altri. Eppure un popolo senza memoria è un popolo destinato a smarrirsi.

L’Italia delle cattedrali, dei santi, dei missionari, dei martiri e delle opere di carità nate dal Vangelo sembra quasi vergognarsi della propria anima. Oggi si parla soprattutto di economia, consumo, immagine, successo, e soprattutto di guerre, mentre il senso del sacro viene confinato ai margini della società. Chi parla di fede viene spesso considerato antiquato, mentre ogni nuova ideologia deve essere accolta senza possibilità di critica.

Basta osservare ciò che accade: in Italia trovano spazio e diffusione buddismo, induismo, islam e molte altre visioni religiose o culturali; il cristianesimo, invece, sembra quasi dover arretrare. Il nome di Cristo fa paura: nelle scuole, negli edifici pubblici, perfino nelle tradizioni natalizie. Si eliminano presepi, canzoni di Natale e simboli cristiani in nome di una neutralità che, troppo spesso, finisce per colpire soltanto una fede: quella cristiana. Persino il Natale, secondo alcune visioni ideologiche europee, dovrebbe diventare una semplice “festa d’inverno”.

Ma la vera apertura non consiste nel cancellare sé stessi, non dovrebbe significare rinnegare ciò che si è. Una società che dimentica Cristo rischia di perdere anche quei valori umani che proprio dal cristianesimo hanno tratto forza: la dignità della persona, la solidarietà, il rispetto dei più deboli, il senso autentico della libertà.

Forse il problema non è il cambiamento in sé, ma un cambiamento che sembra chiedere continuamente ai cristiani di tacere, di farsi da parte, di vivere la propria fede quasi come qualcosa da nascondere. Eppure una civiltà che recide le proprie radici spirituali difficilmente può restare viva a lungo.

L’Europa di oggi ne appare, per molti, la dimostrazione più evidente: un continente che troppo spesso sembra impegnato a cancellare la propria tradizione cristiana, lasciando spazio a un vuoto culturale e spirituale. E l'Italia? Ahimè, ci sta cascando dentro ...!