Gli ultimi casi, Roggero e Fakir, riaccendono lo scontro politico e dividono ancora una volta la gente.
Da decenni, a mio avviso, la politica italiana continua a tradire la fiducia dei cittadini. Eppure, ancora oggi, molti sembrano non rendersene conto, oppure preferiscono ignorarlo. C'è chi sostiene una parte per convinzione, ma c'è anche chi lo fa perché ha ricevuto un favore: una raccomandazione, un incarico, un'opportunità, un contributo o un altro beneficio personale. In questi casi, il rapporto tra cittadino e politica si è trasformato in uno scambio di interessi anziché in una libera scelta fondata su idee e valori.
È così che, secondo questa lettura, si alimenta un sistema in cui le persone vengono spinte a schierarsi e a difendere una fazione come fossero tifosi. Si entra nell'arena politica, oggi come ieri è la stessa rispetto a cio che si consumava nel colosseo. Si finisce per gridare slogan contro l'avversario, senza interrogarsi davvero sui risultati, sulle responsabilità e sulla coerenza di chi governa.
Destra e sinistra vengono presentate come alternative inconciliabili, ma c'è chi ritiene che, nei fatti, abbiano finito per assomigliarsi molto più di quanto vogliano ammettere. Cambiano i simboli, cambiano i colori, cambiano i leader, ma il modo di esercitare il potere appare spesso lo stesso. Le promesse si ripetono, le delusioni anche. È un vero inganno!
I politici conoscono bene le dinamiche della contrapposizione permanente: un Paese diviso è un Paese più facile da governare, ma soprattutto più facile da conquistare in campagna elettorale. Ed è proprio ciò che, a mio avviso, sta accadendo in questi giorni. Con le elezioni politiche all'orizzonte, il dibattito si sposta rapidamente su temi che infiammano gli animi e dividono l'opinione pubblica. Gli ultimi esempi sono il caso del gioielliere Roggero e quello di Fakir, il cittadino marocchino deceduto durante un intervento di polizia.
La domanda che mi pongo è semplice: possibile che gli italiani si lascino trascinare ogni volta in questa dinamica? Possibile che bastino poche dichiarazioni dei leader politici per trasformare vicende complesse in uno scontro tra tifoserie? Abbiamo davvero rinunciato a ragionare con la nostra testa?
Io ho maturato da tempo la convinzione di voler restare fuori da quest'arena. Eppure, ogni volta che si esprime un'opinione indipendente, arriva puntualmente l'etichetta: "sei di destra" oppure "sei di sinistra" Eppure io ho dato prova di autonomia durante gli incarichi istituzionali. Come se non fosse più possibile essere semplicemente cittadini liberi, capaci di valutare ogni vicenda senza dover appartenere a uno schieramento.
Ho l'impressione che gli estremismi non appartengano più soltanto a una parte politica. Mi sembra, invece, che certe logiche di contrapposizione, di intolleranza verso chi dissente e di appartenenza cieca abbiano finito per contaminare entrambi gli schieramenti. Cambiano i colori, ma il metodo sembra spesso lo stesso: alimentare lo scontro anziché il confronto.
Torniamo ai due casi che stanno monopolizzando il dibattito.
Sul caso Roggero, la discussione pubblica è esplosa ancora prima che molti conoscessero il contenuto della sentenza. Si è immediatamente creato uno scontro ideologico, quando invece sarebbe più utile interrogarsi su questioni concrete: ci sono stati o no gli estremi dell'eccesso di legittima difesa? Le norme sono equilibrate? Il sistema risarcitorio è coerente e uguale per tutti? Sono domande legittime, che meritano risposte giuridiche e non slogan politici.
Allo stesso tempo, molti cittadini si chiedono se esistano disparità di trattamento. Viene spontaneo pensare ai tanti appartenenti alle forze dell'ordine, poliziotti, carabinieri e altri servitori dello Stato, rimasti uccisi o gravemente feriti durante il servizio, e domandarsi se le loro famiglie abbiano ricevuto un sostegno adeguato. È un tema che può essere affrontato senza trasformarlo in una guerra tra fazioni.
Anche sul caso Fakir il clima si è acceso immediatamente. Ancora prima che fossero chiariti tutti gli elementi della vicenda, sono partite accuse durissime contro gli agenti coinvolti. È giusto pretendere trasparenza e accertare eventuali responsabilità, ma è altrettanto importante attendere gli esiti delle indagini prima di formulare giudizi definitivi.
Colpisce, inoltre, il clima di ostilità che talvolta si manifesta nei confronti delle forze dell'ordine. Basta un intervento di polizia perché qualcuno inizi a filmare e a gridare insulti come "bastardi", "venduti" o altre espressioni offensive, senza conoscere il contesto dell'azione.
Criticare l'operato delle istituzioni è un diritto fondamentale in una democrazia, ammesso che si possa ancora definire tale. Ben altra cosa, però, è trasformare ogni intervento delle forze dell'ordine in una condanna preventiva, senza attendere che i fatti vengano accertati. Questo atteggiamento non fa altro che alimentare tensioni, sfiducia e un clima di ostilità permanente.
Mi chiedo: vogliamo davvero una società senza forze dell'ordine? Possiamo immaginare uno Stato in cui nessuno faccia rispettare le leggi? È giusto discutere del modo in cui la polizia opera, pretendere trasparenza, formazione adeguata e responsabilità quando emergono eventuali errori. Ma delegittimare in blocco uomini e donne che ogni giorno svolgono un compito difficile significa imboccare una strada pericolosa: l'anarchia.
Anche le manifestazioni organizzate dopo vicende così delicate dovrebbero essere improntate al senso di responsabilità, evitando che il dibattito pubblico si trasformi in una sentenza anticipata o nell'ennesimo scontro politico alimentato dall'emotività. Penso, ad esempio, alla manifestazione di Bologna, che ha suscitato forti polemiche anche perché è voluta dal sindaco della città. Al di là delle diverse opinioni, il punto è un altro: quando la politica entra a gamba tesa in fatti ancora da chiarire, il rischio è che l'obiettivo non sia più la ricerca della verità, ma la conquista del consenso. È così che, a mio avviso, la politica finisce per influenzare il modo in cui interpretiamo la realtà.
Ed è proprio questo il problema di fondo. Ogni fatto di cronaca viene trasformato in una bandiera politica. Non conta più capire cosa sia realmente accaduto, ma stabilire da quale parte stare. La ricerca della verità lascia il posto alla propaganda, mentre il confronto civile viene sostituito dalla logica della tifoseria.
Oggi questa dinamica, secondo me, riguarda sia la destra sia la sinistra. Cambiano i simboli e gli slogan, ma il metodo sembra spesso lo stesso: dividere i cittadini per consolidare il proprio consenso. È una deriva che considero molto pericolosa, perché una società continuamente lacerata dal conflitto perde progressivamente fiducia nelle istituzioni e nelle regole democratiche. La storia insegna che il caos e la contrapposizione permanente possono creare le condizioni favorevoli all'affermazione di forme di potere sempre più autoritarie. Per questo ritengo che chi alimenta sistematicamente l'odio politico e la divisione porti una responsabilità importante, indipendentemente dall'appartenenza ideologica.
È arrivato il momento di uscire da questa logica e tornare a discutere dei fatti con equilibrio, senza lasciarci trascinare ogni volta nell'ennesima arena costruita dalla politica.
Troppi cittadini finiscono per identificarsi con una bandiera anziché pretendere trasparenza, competenza, coerenza e responsabilità da chi li rappresenta. Io continuo a credere che gli italiani, nella loro grande maggioranza, siano persone perbene. Non penso che siano un popolo naturalmente estremista o razzista. Ritengo piuttosto che etichette di questo tipo vengano spesso utilizzate nel dibattito politico per semplificare la realtà, contrapporre le persone e rafforzare gli schieramenti. Una politica velenosa contro i propri cittadini, favorendo lo scontro.
La vera sfida non è decidere se stare dalla parte del rosso o del nero, ma liberarsi dalla logica dell'appartenenza e tornare a giudicare la per ciò che si realizza concretamente. Significa recuperare il senso critico, il rispetto reciproco e, per chi vi si riconosce, anche quei valori cristiani che per molti hanno rappresentato un punto di riferimento: la dignità della persona, la solidarietà, il rispetto della vita e il bene comune.
L'invito che rivolgo a tutti è semplice: non lasciamoci trascinare dall'odio, dalla propaganda o dalla paura. Manteniamo la testa sulle spalle, analizziamo i fatti prima di schierarci e pretendiamo una politica che metta davvero al centro l'interesse collettivo, ritornare ai valori cristiani, spesso dimenticati da che è preposto, invece della fedeltà cieca a delle fazioni, che appaiono sempre più luciferine.
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