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Grazie per nulla: sei anni di silenzi, veleni. Ora la resa politica

  Grazie, signor Sindaco. Grazie a tutta la nuova maggioranza. Grazie per tutte le volte in cui avete scelto di non ascoltare , preferendo l...

mercoledì 14 gennaio 2026

Grazie per nulla: sei anni di silenzi, veleni. Ora la resa politica

 


Grazie, signor Sindaco. Grazie a tutta la nuova maggioranza. Grazie per tutte le volte in cui avete scelto di non ascoltare, preferendo l’arroganza al confronto, l’ironia allo studio dei problemi, l’insulto al rispetto istituzionale. Una linea politica chiara: meno dialogo, più chiusura. Grazie per quando vi abbiamo chiesto di votare una mozione che denunciasse ENI per l’omessa bonifica, una responsabilità storica e morale verso questa città. Avete votato contro, voltando le spalle a Crotone e alla sua salute. Grazie anche per aver bocciato una mozione dal contenuto limpido e inequivocabile: liberare Crotone dai veleni. Anche lì, nessuna esitazione. Il vostro “no” ha parlato più di mille comunicati. Grazie per aver ostacolato un Consiglio comunale aperto, vero, partecipato, con cittadini e professionisti del settore, per discutere soluzioni concrete: messa in sicurezza definitiva, nuove ipotesi di bonifica, come la lavorazione in situ.

In quell’occasione non solo avete chiuso le porte alla città, ma avete trasformato un momento di democrazia in un esercizio di prepotenza politica. Grazie per aver sottovalutato il distretto energetico selvaggio che si sta abbattendo su Crotone, senza nemmeno il coraggio di porre un freno alle autorizzazioni rilasciate a ridosso del Sito di Interesse Nazionale più importante d’Italia. Un silenzio assordante, complice, irresponsabile. Grazie per aver votato contro una mia mozione che chiedeva una legge regionale di tutela ambientale per il Crotonese, come se difendere il territorio fosse un fastidio e non un dovere politico e morale. Grazie, infine, per non aver mosso un dito davanti alle modifiche al Piano regionale dei rifiuti, che avrebbero potuto offrire maggiori garanzie ambientali per il nostro territorio. Anche lì, silenzio. Anche lì, assenza. E un ultimo, amaro grazie. Sul deposito GNL, sui parchi eolici offshore, nessuna parola, nessuna posizione, nessun atto politico. Il dibattito l’ho portato io, da solo, con una mozione in Consiglio comunale.
Nessuna opposizione nemmeno all’ampliamento del parco eolico a terra, che sacrificherà ancora una volta la frazione Papanice, consegnata alle decisioni calate dall’alto.

E oggi?  Cosa succede davvero?

Succede che, dopo quasi sei anni di nulla, di promesse evaporate e cantieri mai partiti, l’unica “novità” è stato un accordo con ENI. Un accordo che, nei fatti, ha permesso a questa amministrazione di gestire l’attesa: qualche opera, poi, eventi, intrattenimento, feste e festini. Utile a tenere buoni tutti, non certo a risolvere i problemi. Poi arriva la beffa finale.
Eni Rewind fa e disfa, come Penelope: smonta la tela e blocca i lavori per il ritrovamento del Tenorm. Nessuna soluzione, solo il conto da pagare.
E, come sempre, non lo pagano il sindaco e la sua maggioranza, ma i cittadini, costretti a convivere con un’emergenza che oggi mette seriamente a rischio la salute pubblica. I cittadini, però hanno una sola arma di difesa: quella del voto! Spero che questa volta la sappiano usare.

Eni Rewind finge stupore, come se ignorasse la presenza di materiale radioattivo. E allora la domanda è inevitabile: a cosa sono serviti studi, carotaggi, analisi?
Ricerca scientifica o semplici giustificazioni  per prendere tempo? Il finale sembra scritto da un copione già visto: “Non ci resta che piangere”.
Ed è esattamente quello che fanno oggi il sindaco e il neo presidente della Provincia, protagonisti di un comunicato piagnucoloso e rinunciatario, in cui ammettono che non esiste alcuna soluzione immediata. Ma c’è un limite a tutto.
Dopo quasi sei anni di amministrazione non si può più chiedere ai cittadini di pazientare, di stare zitti, di evitare polemiche. Non si può invocare calma mentre il tempo passa, le responsabilità si accumulano e i rischi aumentano. Ancora? Davvero ancora? No. Questa non è più pazienza. È resa.
E i cittadini non possono essere chiamati, ancora una volta, a pagarne il prezzo. Come dice amaramente un nostro concittadino: la campanella è suonata, l’ora della ricreazione è finita.
Non è più tempo di rientrare in classe per imparare,  quello dovevate farlo prima. È semplicemente arrivato il momento di andare a casa.

 

martedì 13 gennaio 2026

BONIFICA: UN ALIBI PERFETTO DI ENI PER INTERROMPRE I LAVORI, COSì SI UCCIDE CROTONE

 


Un perfetto alibi per Eni per non eseguire i lavori di bonifica, mentre la tela di Penelope continua a disfarsi. A volte mi chiedo se Crotone sia davvero una città o solo una comunità rassegnata. È orfana dei suoi politici? Sì. Ma, sempre più spesso, anche dei suoi cittadini. Ancora una volta amministratori “politicanti” hanno fatto credere che la bonifica sarebbe partita. Lo ripetono da anni, in ogni campagna elettorale; quella del 2020, in particolare, è stata suonata a tamburo battente. Tutti sanno, tutti tacciono. I politici fanno orecchie da mercante, i partiti si girano dall’altra parte e intanto il tempo passa, la terra resta avvelenata e la salute dei crotonesi continua a essere merce di scambio. E i cittadini? Anche gran parte di loro preferisce il silenzio, rendendosi complice di questo degrado. Nessuna indignazione, nessuna pressione, nessuna reazione degna di una città che si rispetti. Nel frattempo amministratori e politici si azzuffano sul nome del prossimo candidato a sindaco, come se fosse una partita di potere e non il destino di un’intera comunità. La salute pubblica, ancora una volta, non è una priorità: è solo un fastidio da ignorare.

Crotone non muore per mancanza di promesse, ma per l’abbondanza di bugie, di tradimenti e per il silenzio di chi dovrebbe ribellarsi, e nello stesso tempo perdona chi tradisce. La comunicazione di Eni Rewind è l’ennesima prova che la cosiddetta “bonifica” di Crotone procede a strappi, tra stop improvvisi, materiali imprevisti e responsabilità che si perdono nei meandri burocratici. Il ritrovamento di rifiuti contenenti TENORM, materiali radioattivi legati a decenni di produzioni industriali, diventa il nuovo alibi perfetto: non erano previsti nel progetto, non ci sono discariche disponibili, non si sa dove collocarli. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: scavi sospesi, rifiuti accumulati in loco e rinvii che sanno tanto di resa mascherata. Nessuno si indigna! Eni parla di approfondimenti, commissioni, varianti progettuali e conferenze dei servizi, ma il messaggio reale è chiaro: una vera bonifica, rapida e definitiva, non è mai stata davvero nelle intenzioni. Si procede solo dove è possibile, lasciando in sospeso il problema più grave,  quello dei materiali radioattivi, magari fino a quando l’attenzione pubblica non si spegnerà.

Il quadro è desolante: una multinazionale che prende tempo e istituzioni locali più impegnate nei giochi di potere e nelle alleanze elettorali che nel pretendere soluzioni serie, trasparenti e soprattutto a tutela della salute pubblica. In questo scontro sterile per la poltrona, l’unico sconfitto certo resta il territorio, condannato a convivere con veleni, promesse e rinvii. Tutto questo lo trovo vergognoso e deplorevole.

 

domenica 11 gennaio 2026

LA VERGINE MARIA IN QUELL’ICONA RAPPRESENTA LA SACRA FAMIGLIA, NON LE POSIZIONI POLITICHE DI NESSUNO


Premetto, senza ambiguità, che condivido la causa palestinese e che più volte mi sono espresso su questo profilo a favore del riconoscimento del diritto di quel popolo a uno Stato e alla propria dignità. Proprio per questo trovo ancora più incomprensibile, e inaccettabile, il tentativo di usare simboli sacri del cristianesimo per veicolare messaggi politici. Provo profondo disagio di fronte alla continua strumentalizzazione politica della fede cristiana. Ancora più doloroso è constatare che chi avrebbe il dovere morale di frenare tali derive spesso sceglie il silenzio o l’ambiguità. Sui social circola un’immagine condivisa dal giornalista Andrea Scanzi, che a sua volta l’ha ripresa dal comico Enzo Iacchetti. È doveroso chiarire un punto fondamentale: quell’icona non è uno strumento politico, né può diventarlo. Per la fede cattolica, Maria non è un simbolo ideologico, ma la Madre di Dio, la donna del “sì” totale alla volontà del Padre. Non rappresenta alcuna bandiera, alcuna fazione, alcuna ideologia: rappresenta la Sacra Famiglia, cuore pulsante del cristianesimo. Quell’icona della Santa Vergine non rappresenta posizioni politiche, né di destra né di sinistra. Appartiene ai credenti, alla storia della salvezza e non certamente alla propaganda.

martedì 6 gennaio 2026

PICCOLI FRAMMENTI DI VITA PAESANA. QUANDO SI CAMMINAVA INSIEME

Quando guardo le foto antiche del mio paese, riaffiora alla mente una società diversa. Forse più povera, ma certamente più vera. Una società in cui non si viveva per sé stessi, ma per gli altri. Una comunità compatta, dove la fatica era condivisa e la dignità non mancava mai.

Le giornate scorrevano nella semplicità. Allora le macchine erano poche, quasi assenti. Nelle prime ore del mattino le strade si animavano di cavalli e asini, e gli uomini si mettevano in cammino verso le campagne. Ricordo contadini che per raggiungere il proprio podere impiegavano un’ora e mezza, a volte due, soprattutto nelle zone più lontane della frazione Corazzo o nella località Gullo. Tre ore di cammino al giorno, andata e ritorno, dopo una giornata intera di lavoro duro, interrotta solo da un pasto frugale: “a spisa”.

Dentro quella “ a spisa” c’erano pane e un pezzo di lardo, che oggi consideriamo una prelibatezza, ma allora era il cibo dei poveri. Da noi lo chiamavano “u salatu”, oppure, nei casi migliori, un po’ di pancetta, “a panzajjhia”. Poi, col passare del tempo, qualcosa iniziò a cambiare: arrivarono più  motori, e anche nella “spisa” comparve un pezzo di provola o una scotoletta di carne Simmenthal. D’estate, nei poderi dove si coltivavano i pomodori, bastava chinarsi, raccoglierne tanti per preparare una grande insalata, “a ’nzalata”.


In campagna, però, l’insalata aveva un altro sapore. Quando i contadini erano in molti, ognuno portava qualcosa da casa e tutto finiva in una grande insalatiera comune, “a ’nzalatèra”. Pomodori, cipolle, olio d’oliva, carne… un giorno, durante una torrida raccolta di pomodori, il caro Micu ci mise persino la provola, ormai mezza sciolta dal sole. Era una fatica dura, ma alle dieci del mattino quella mezz’ora di pausa diventava una festa: si mangiava insieme, si rideva, si condivideva.

Mentre gli uomini lavoravano nei campi, i paesi si svuotavano. Restavano le donne, vere colonne delle famiglie. Le strade si riempivano di madri indaffarate: prima le pulizie, poi i figli da sistemare per la scuola, con il grembiule pulito e il colletto in ordine. Poi via, dal medico per le malattie frequenti dei bambini. Era facile sentirsi chiedere:

- Dove vai? - “A ru miàdicu”, dal medico.

Altre si dirigevano alla posta: “Ara posta, haiu a mandari nu vagliu a fijjiuma ca è militari”.

E spesso si incontravano donne davanti alla bottega del calzolaio, lo “scarparu”, con gli scarponi del marito sotto braccio, da aggiustare con qualche chiodo, “a taccia”. I calzolai di una volta riparavano le scarpe di una moltitudine di bambini e, quando si poteva, nel negozio vendevano anche di nuove, lavorate a mano e anche industriale. Le scarpe erano indispensabili. Ricordo una mamma che supplicava mastru Giginu: - “Mastru Gigì, aggiustatimilli subitu”. E lui, pazientemente, rispondeva alla mesorachese: “Mo ti vidu, mo te fazzu, e mo te dugnu”.

Ma quando le scarpe erano ormai irrecuperabili, la sentenza era secca: “Vannu sulu jettati”.

A una certa ora del giorno le vie si animavano: posta, ambulatorio, scuola, banca dopo che si diffondeva anche nella piccola comunità. Così trascorrevano le giornate, fino al rientro degli uomini dalle campagne. La moglie li accoglieva con un ristoro veloce e poi preparava l’acqua calda, non con l’elettricità, ma con il fuoco, per lavar via la fatica. Ricordo zi’ ’Ntonetta che porgeva al marito grandi asciugamani di lino, candidi come la neve, in quella purezza, in quel bianco c’era tutto l’amore verso il marito.

I racconti di quel tempo sono infiniti. Qui ne ho fissato solo qualcuno. Piccoli frammenti di una vita semplice, dura, ma profondamente umana. Una vita in cui il paese, davvero, camminava insieme.

sabato 3 gennaio 2026

IL CAMMINO SPEZZATO: CAPOCOLONNA TRA MEMORIA, FEDE E OBLIO



Mi sono appena soffermato su un video pubblicato sulla piattaforma di Giovanni Monte, nel quale si commentano i lavori in corso nei pressi di Capocolonna, dove sorgerà una pista pedociclabile nell’ambito del progetto Antica Kroton.

Una struttura moderna, certo, che a prima vista sembra poco conciliabile con il recupero di una storia trimillenaria come quella di Crotone. Tuttavia, se un’opera viene pensata e realizzata nel rispetto del contesto, dei luoghi e dei canoni storici che li hanno attraversati, forse può anche trovare spazio senza tradire l’anima del territorio.

Ma dalla denuncia di Giovanni Monte emerge qualcosa di ben più grave e doloroso: la cancellazione di un cammino, non solo fisico ma spirituale e identitario. È stato eliminato parte del percorso storico della Madonna di Capocolonna, quello stesso cammino che il compianto sacerdote crotonese #DonPinoCovelli raccontava nei suoi scritti con profonda partecipazione e amore.

Quel percorso iniziava con il rientro dalla città del piccolo quadro della Santa Vergine, portato in processione la terza domenica di maggio. La Madonna faceva sosta al cimitero e poi proseguiva lungo un sentiero che oggi, pare non esista più, cancellato dai lavori. Un sentiero che conduceva a Capocolonna, ma che prima prevedeva una sosta carica di significato: un punto in cui ogni fedele deponeva una pietra, per creare la base su cui poggiare l’effigie sacra. Attorno a quella base di pietre si raccoglievano i devotissimi fedeli crotonesi per pregare.

Don Pino spiegava che quel gesto non aveva solo uno scopo pratico. Deporre una pietra significava molto di più. Era un gesto antico, che affondava le radici nella tradizione ebraica, testimonianza di come la presenza e l’influsso degli ebrei a Crotone abbiano lasciato un segno profondo nella nostra storia.

La pietra è simbolo di eternità. In ebraico “sasso” si dice “Even”, parola che può essere scomposta in Av (padre) e Ben (figlio): un’idea potente di continuità tra le generazioni, di legame indissolubile tra passato, presente e futuro. Dopo quel gesto silenzioso e carico di fede, il cammino riprendeva fino a Capocolonna. Lì la Madonna veniva posta su un baldacchino ornato di fiori e si celebrava la Santa Messa, in un abbraccio collettivo di devozione, memoria e appartenenza.

Oggi, invece, quel cammino sembra essersi interrotto. Non solo dal punto di vista culturale, ma anche da quello della fede. È come se si fosse spezzato un filo invisibile che teneva unita la comunità. Un’interruzione che ci allontana dalle nostre tradizioni, dalle nostre radici più profonde. E se a questo aggiungiamo la chiusura del Duomo, i fedeli si ritrovano con pochi spazi, senza i principali riferimenti in cui coltivare la propria spiritualità.

E allora mi torna alla mente le parole amare e profetiche di don Pino Covelli, che oggi risuonano più attuali che mai: “È possibile che questa città sia sempre così odiata?” Una domanda che non pesa come una pietra, ma come un macigno.

giovedì 1 gennaio 2026

DOPO LA CONFERENZA DEL SINDACO: TANTE OMBRE, POCHE LUCI (E SE CI SONO, SOLO QUELLE DI NATALE). PROMESSE, FALLIMENTI E COMPLICITÀ

Dopo la conferenza stampa del sindaco è doveroso andare oltre gli slogan e fare ciò che davvero conta: un bilancio serio, concreto, verificabile dell’azione amministrativa. Le parole pronunciate davanti ai giornalisti hanno dipinto un quadro rassicurante solo in apparenza, ma che, a uno sguardo attento, lascia emergere più interrogativi che risposte, più promesse che risultati.

Ora la parola deve tornare a chi, per quasi quattro anni, ha sostenuto questa amministrazione dall’interno: io, in rappresentanza del gruppo consiliare più numeroso del Consiglio comunale. Altro che luci: qui è tempo di parlare delle ombre. E lo dico ai crotonesi con chiarezza, chiedendo loro di non farsi abbindolare da iniziative inutili, effimere, buone solo per qualche post o per l’illusione di una città che “brilla”, ma che in realtà resta ferma.

Quelle poche luci che ci vengono raccontate sono il frutto di accordi con una multinazionale che da decenni sfrutta questo territorio senza restituire nulla, se non inquinamento e devastazione ambientale. Abbiamo vinto le elezioni perché i cittadini credevano che Vincenzo Voce si sarebbe messo di traverso. È successo esattamente il contrario. Oggi ENI detta i tempi, le modalità e persino il senso della bonifica, che resta una farsa, un’operazione “all’acqua di rosa”.

Non solo: questa amministrazione ha riportato al potere partiti, uomini e metodi che erano stati aspramente criticati in campagna elettorale. Gli stessi che, secondo Voce, in trent’anni hanno rappresentato il fallimento politico di Crotone e che oggi tornano a gestire leve decisionali come se nulla fosse, insieme al sindaco.

La realtà quotidiana della città è impietosa. I problemi strutturali restano tutti sul tavolo, irrisolti. Le “luci” sbandierate hanno più il sapore delle luminarie natalizie che quello di interventi capaci di migliorare davvero la vita delle persone. E smettiamola di raccontarci che le opere pubbliche siano di per sé un successo: senza una gestione seria diventano rogne amministrative, strutture abbandonate, ghetti urbani. L’esperienza parla chiaro: il PalaKrò chiuso da sei anni, le piscine comunali serrate, l’olimpionica al centro di conflitti tra associazioni e Comune.

Di quali grandi risultati vogliamo parlare, quando il PNRR ha distribuito fondi a pioggia ovunque e Crotone non ha avuto più risorse di altri comuni calabresi? Quelle risorse potevano essere utilizzate per ciò che serve davvero: rifare una rete idrica fatiscente, risalente addirittura agli anni ’50, che provoca continue interruzioni dell’acqua; ammodernare una rete fognaria vecchia e incompleta, con quartieri che nel 2026 sono ancora senza depurazione. Questa non è arretratezza: è terzo mondo.

Dovremmo parlare di occupazione. Crotone ospita un distretto energetico che altrove sarebbe stato trasformato in un volano di sviluppo. Qui è diventato un far west industriale, che ho denunciato più volte: imprenditori senza scrupoli, progetti devastanti, nessuna visione. Una città sfruttata fino all’osso senza benefici, senza ricadute occupazionali, con in cambio discariche, termoinceneritori, centrali a biomasse, parchi eolici selvaggi, progetti offshore e persino depositi di GPL. Il tutto mentre la bonifica dei rifiuti industriali non è mai stata realizzata seriamente.

Questo è il lato più oscuro di questa amministrazione. E se nella vecchia maggioranza non fossimo stati noi del Movimento civico ad alzare la voce, nessuno avrebbe difeso l’ambiente e, soprattutto, la salute dei cittadini. I dati sanitari sono allarmanti: malattie oncologiche, respiratorie, cardiovascolari. Sommategli gli indicatori sulla qualità della vita e il quadro diventa drammatico.

Crotone è diventata una terra buona per gli altri: pochi gruppi di imprenditori si arricchiscono smisuratamente, mentre i crotonesi si impoveriscono sempre di più, pagando le aliquote più alte e ricevendo in cambio servizi indegni, a partire dalla sanità. L’ospedale è in condizioni penose. Le infrastrutture sono da Paese sottosviluppato: ferrovia senza prospettive concrete, aeroporto ciclicamente minacciato di chiusura con la solita narrazione vergognosa sull’assenza di utenza, strade interne e periferiche dissestate.

Siamo primi per corruzione, spaccio, criminalità organizzata. Se aggiungiamo l’emergenza sanitaria e ambientale, il quadro è semplicemente intollerabile. Le scorie del vecchio polo industriale sono ovunque: strade, piazzali, fabbricati. Eppure nessuna denuncia, nessuna presa di posizione: tutti accomodanti, tutti silenziosi.

Quale “crescita”? Crotone sta andando indietro.

A proposito di degrado, parliamo dei quartieri: quelli dimenticati e quelli usati come campo di battaglia politica.

All’ingresso della città c’è Fondo Gesù. Un nome luminoso, quasi ironico, perché lì regna il buio totale. Da sempre. Stesse strade rotte, stessi problemi, stesso abbandono. L’unica “opera” realizzata è un murales di Pitagora, per giunta anche questo con il volto scuro: una foglia di fico culturale per coprire il nulla. Per il resto, zero interventi, zero visione, zero rispetto per chi ci vive.

E poi c’è Acquabona. Oggi è praticamente al centro della città e il quartiere è nell’abbandono, nel degrado come in alcune zone di guerra, circondata dagli istituti scolastici superiori, quindi, in mezzo ai nostri ragazzi, un’area che avrebbe potuto e dovuto essere riqualificata con investimenti seri. Le condizioni c’erano tutte. Non è stato fatto nulla. Niente decoro, niente servizi, niente futuro. Un quartiere strategico lasciato marcire sotto gli occhi di tutti.

Ma quando si tratta di spendere, si sceglie altro. Si sceglie Tufolo-Farina, via Israele, diventata la madre di tutte le diatribe politiche cittadine. Un investimento sbagliato, contestato dai propri abitanti, imposto, che ha spaccato la città e ha portato persino alle dimissioni del sindaco, salvo poi un ritiro degno di una farsa istituzionale. Un caso emblematico di come non si governa una comunità.

La questione è arrivata in Consiglio comunale attraverso una mia interpellanza. E qui si è toccato il punto più basso. Questa maggioranza ha tirato fuori una pregiudiziale che definisco senza mezzi termini “paolina”, non c’entra l’Apostolo Paolo, ma il consigliere Paolo Acri, che ha letto una disposizione mai vista, mai registrata, mai applicata in nessun Comune al mondo: mettere ai voti se un consigliere comunale potesse parlare o meno.

Avete capito bene. Non il contenuto, non il merito. Il diritto di parola.

Ovviamente hanno votato per farmi tacere. È nata così una nuova forma di democrazia tutta crotonese: il bavaglio istituzionale. Quando non si hanno risposte, si chiude la bocca a chi fa domande. Quando le scelte non reggono, si silenzia il dissenso.

Altro che riqualificazione urbana. Qui siamo alla riqualificazione dell’arroganza politica. E mentre si gioca al potere, Fondo Gesù resta al buio, Acquabona resta nel degrado e Crotone continua a pagare il prezzo più alto: quello dell’abbandono e della negazione della democrazia.

E non è teoria, sono fatti. Questa nuova maggioranza ha votato contro una mia mozione per il ripristino dei serbatoi di San Giorgio, fondamentali per garantire continuità al servizio idrico, soprattutto d’estate. Ha votato no anche a una mia proposta in Regione Calabria che avrebbe potuto proteggere Crotone da nuovi soprusi ambientali, bloccando progetti impattanti e inquinanti.

Queste sono le domande che i crotonesi devono porsi. Non quante luci accendiamo, ma quanta dignità stiamo spegnendo.


LA STALLA E LA SALVEZZA: IL MESSAGGIO DIMENTICATO DEL NATALE. I RICORDI DI UN TEMPO

Gesù non nacque nei palazzi, ma in una stalla. Scelse gli ultimi, la povertà, il silenzio della grotta per entrare nella storia e salvare l’uomo.
Quante volte, nella mia vita, mi sono sentito anch’io uno dei tre re Maggi? Uno che si mette in cammino verso quella stalla?
Un tempo il Natale era attesa vera. Non solo convivialità, ma speranza. Durante l’Avvento i cuori cambiavano: la gente era più buona, più disponibile, più unita. Era comunità.
Ricordo quando, in banca, vedevo persone umili chiedere un piccolo prestito solo per “ppi passari u Santo Natali” con i figli che tornavano da lontano. Non servivano grandi garanzie: era Natale per tutti. Anche le banche, i campi, le botteghe artigiane erano aperti al bene. Era un altro mondo!
Oggi, invece, cosa ne è rimasto?
Senza di Lui siamo vuoti. È Cristo l’acqua viva che disseta, la pace che non tradisce, la gioia che non inganna. Dobbiamo ritornare alla fede!
Il mio invito è rivolto a chi si dice cristiano, battezzato, ma poi rinnega con i fatti: a chi dileggia, profana e svuota il Mistero, trasformando la nascita di Gesù in un pretesto per diffondere banalità, falsità e ideologie estranee al Vangelo. Il Natale è diventato commerciale, pagano, svuotato. La nascita di Cristo usata come strumento, e peggio ancora, talvolta derisa e profanata, lo stiamo vedendo in questi giorni con i presepi blasfemi. I valori vengono calpestati, l’uomo si chiude nell’egoismo, i potenti parlano di guerra.
Eppure la verità resta:
non esiste nulla che possa colmare il cuore dell’uomo senza Cristo.
Questi giorni siano luce e speranza. Ricordiamo che Cristo è venuto nel mondo per donarci la salvezza.
La Sua nascita non sia un ricordo lontano, ma un miracolo quotidiano, da far rinascere ogni giorno nella nostra vita.
Che il Signore rinasca nei nostri cuori!