Post in evidenza

DOPO LA CONFERENZA DEL SINDACO: TANTE OMBRE, POCHE LUCI (E SE CI SONO, SOLO QUELLE DI NATALE). PROMESSE, FALLIMENTI E COMPLICITÀ

Dopo la conferenza stampa del sindaco è doveroso andare oltre gli slogan e fare ciò che davvero conta: un bilancio serio, concreto, verifica...

giovedì 1 gennaio 2026

DOPO LA CONFERENZA DEL SINDACO: TANTE OMBRE, POCHE LUCI (E SE CI SONO, SOLO QUELLE DI NATALE). PROMESSE, FALLIMENTI E COMPLICITÀ

Dopo la conferenza stampa del sindaco è doveroso andare oltre gli slogan e fare ciò che davvero conta: un bilancio serio, concreto, verificabile dell’azione amministrativa. Le parole pronunciate davanti ai giornalisti hanno dipinto un quadro rassicurante solo in apparenza, ma che, a uno sguardo attento, lascia emergere più interrogativi che risposte, più promesse che risultati.

Ora la parola deve tornare a chi, per quasi quattro anni, ha sostenuto questa amministrazione dall’interno: io, in rappresentanza del gruppo consiliare più numeroso del Consiglio comunale. Altro che luci: qui è tempo di parlare delle ombre. E lo dico ai crotonesi con chiarezza, chiedendo loro di non farsi abbindolare da iniziative inutili, effimere, buone solo per qualche post o per l’illusione di una città che “brilla”, ma che in realtà resta ferma.

Quelle poche luci che ci vengono raccontate sono il frutto di accordi con una multinazionale che da decenni sfrutta questo territorio senza restituire nulla, se non inquinamento e devastazione ambientale. Abbiamo vinto le elezioni perché i cittadini credevano che Vincenzo Voce si sarebbe messo di traverso. È successo esattamente il contrario. Oggi ENI detta i tempi, le modalità e persino il senso della bonifica, che resta una farsa, un’operazione “all’acqua di rosa”.

Non solo: questa amministrazione ha riportato al potere partiti, uomini e metodi che erano stati aspramente criticati in campagna elettorale. Gli stessi che, secondo Voce, in trent’anni hanno rappresentato il fallimento politico di Crotone e che oggi tornano a gestire leve decisionali come se nulla fosse, insieme al sindaco.

La realtà quotidiana della città è impietosa. I problemi strutturali restano tutti sul tavolo, irrisolti. Le “luci” sbandierate hanno più il sapore delle luminarie natalizie che quello di interventi capaci di migliorare davvero la vita delle persone. E smettiamola di raccontarci che le opere pubbliche siano di per sé un successo: senza una gestione seria diventano rogne amministrative, strutture abbandonate, ghetti urbani. L’esperienza parla chiaro: il PalaKrò chiuso da sei anni, le piscine comunali serrate, l’olimpionica al centro di conflitti tra associazioni e Comune.

Di quali grandi risultati vogliamo parlare, quando il PNRR ha distribuito fondi a pioggia ovunque e Crotone non ha avuto più risorse di altri comuni calabresi? Quelle risorse potevano essere utilizzate per ciò che serve davvero: rifare una rete idrica fatiscente, risalente addirittura agli anni ’50, che provoca continue interruzioni dell’acqua; ammodernare una rete fognaria vecchia e incompleta, con quartieri che nel 2026 sono ancora senza depurazione. Questa non è arretratezza: è terzo mondo.

Dovremmo parlare di occupazione. Crotone ospita un distretto energetico che altrove sarebbe stato trasformato in un volano di sviluppo. Qui è diventato un far west industriale, che ho denunciato più volte: imprenditori senza scrupoli, progetti devastanti, nessuna visione. Una città sfruttata fino all’osso senza benefici, senza ricadute occupazionali, con in cambio discariche, termoinceneritori, centrali a biomasse, parchi eolici selvaggi, progetti offshore e persino depositi di GPL. Il tutto mentre la bonifica dei rifiuti industriali non è mai stata realizzata seriamente.

Questo è il lato più oscuro di questa amministrazione. E se nella vecchia maggioranza non fossimo stati noi del Movimento civico ad alzare la voce, nessuno avrebbe difeso l’ambiente e, soprattutto, la salute dei cittadini. I dati sanitari sono allarmanti: malattie oncologiche, respiratorie, cardiovascolari. Sommategli gli indicatori sulla qualità della vita e il quadro diventa drammatico.

Crotone è diventata una terra buona per gli altri: pochi gruppi di imprenditori si arricchiscono smisuratamente, mentre i crotonesi si impoveriscono sempre di più, pagando le aliquote più alte e ricevendo in cambio servizi indegni, a partire dalla sanità. L’ospedale è in condizioni penose. Le infrastrutture sono da Paese sottosviluppato: ferrovia senza prospettive concrete, aeroporto ciclicamente minacciato di chiusura con la solita narrazione vergognosa sull’assenza di utenza, strade interne e periferiche dissestate.

Siamo primi per corruzione, spaccio, criminalità organizzata. Se aggiungiamo l’emergenza sanitaria e ambientale, il quadro è semplicemente intollerabile. Le scorie del vecchio polo industriale sono ovunque: strade, piazzali, fabbricati. Eppure nessuna denuncia, nessuna presa di posizione: tutti accomodanti, tutti silenziosi.

Quale “crescita”? Crotone sta andando indietro.

A proposito di degrado, parliamo dei quartieri: quelli dimenticati e quelli usati come campo di battaglia politica.

All’ingresso della città c’è Fondo Gesù. Un nome luminoso, quasi ironico, perché lì regna il buio totale. Da sempre. Stesse strade rotte, stessi problemi, stesso abbandono. L’unica “opera” realizzata è un murales di Pitagora, per giunta anche questo con il volto scuro: una foglia di fico culturale per coprire il nulla. Per il resto, zero interventi, zero visione, zero rispetto per chi ci vive.

E poi c’è Acquabona. Oggi è praticamente al centro della città e il quartiere è nell’abbandono, nel degrado come in alcune zone di guerra, circondata dagli istituti scolastici superiori, quindi, in mezzo ai nostri ragazzi, un’area che avrebbe potuto e dovuto essere riqualificata con investimenti seri. Le condizioni c’erano tutte. Non è stato fatto nulla. Niente decoro, niente servizi, niente futuro. Un quartiere strategico lasciato marcire sotto gli occhi di tutti.

Ma quando si tratta di spendere, si sceglie altro. Si sceglie Tufolo-Farina, via Israele, diventata la madre di tutte le diatribe politiche cittadine. Un investimento sbagliato, contestato dai propri abitanti, imposto, che ha spaccato la città e ha portato persino alle dimissioni del sindaco, salvo poi un ritiro degno di una farsa istituzionale. Un caso emblematico di come non si governa una comunità.

La questione è arrivata in Consiglio comunale attraverso una mia interpellanza. E qui si è toccato il punto più basso. Questa maggioranza ha tirato fuori una pregiudiziale che definisco senza mezzi termini “paolina”, non c’entra l’Apostolo Paolo, ma il consigliere Paolo Acri, che ha letto una disposizione mai vista, mai registrata, mai applicata in nessun Comune al mondo: mettere ai voti se un consigliere comunale potesse parlare o meno.

Avete capito bene. Non il contenuto, non il merito. Il diritto di parola.

Ovviamente hanno votato per farmi tacere. È nata così una nuova forma di democrazia tutta crotonese: il bavaglio istituzionale. Quando non si hanno risposte, si chiude la bocca a chi fa domande. Quando le scelte non reggono, si silenzia il dissenso.

Altro che riqualificazione urbana. Qui siamo alla riqualificazione dell’arroganza politica. E mentre si gioca al potere, Fondo Gesù resta al buio, Acquabona resta nel degrado e Crotone continua a pagare il prezzo più alto: quello dell’abbandono e della negazione della democrazia.

E non è teoria, sono fatti. Questa nuova maggioranza ha votato contro una mia mozione per il ripristino dei serbatoi di San Giorgio, fondamentali per garantire continuità al servizio idrico, soprattutto d’estate. Ha votato no anche a una mia proposta in Regione Calabria che avrebbe potuto proteggere Crotone da nuovi soprusi ambientali, bloccando progetti impattanti e inquinanti.

Queste sono le domande che i crotonesi devono porsi. Non quante luci accendiamo, ma quanta dignità stiamo spegnendo.


LA STALLA E LA SALVEZZA: IL MESSAGGIO DIMENTICATO DEL NATALE. I RICORDI DI UN TEMPO

Gesù non nacque nei palazzi, ma in una stalla. Scelse gli ultimi, la povertà, il silenzio della grotta per entrare nella storia e salvare l’uomo.
Quante volte, nella mia vita, mi sono sentito anch’io uno dei tre re Maggi? Uno che si mette in cammino verso quella stalla?
Un tempo il Natale era attesa vera. Non solo convivialità, ma speranza. Durante l’Avvento i cuori cambiavano: la gente era più buona, più disponibile, più unita. Era comunità.
Ricordo quando, in banca, vedevo persone umili chiedere un piccolo prestito solo per “ppi passari u Santo Natali” con i figli che tornavano da lontano. Non servivano grandi garanzie: era Natale per tutti. Anche le banche, i campi, le botteghe artigiane erano aperti al bene. Era un altro mondo!
Oggi, invece, cosa ne è rimasto?
Senza di Lui siamo vuoti. È Cristo l’acqua viva che disseta, la pace che non tradisce, la gioia che non inganna. Dobbiamo ritornare alla fede!
Il mio invito è rivolto a chi si dice cristiano, battezzato, ma poi rinnega con i fatti: a chi dileggia, profana e svuota il Mistero, trasformando la nascita di Gesù in un pretesto per diffondere banalità, falsità e ideologie estranee al Vangelo. Il Natale è diventato commerciale, pagano, svuotato. La nascita di Cristo usata come strumento, e peggio ancora, talvolta derisa e profanata, lo stiamo vedendo in questi giorni con i presepi blasfemi. I valori vengono calpestati, l’uomo si chiude nell’egoismo, i potenti parlano di guerra.
Eppure la verità resta:
non esiste nulla che possa colmare il cuore dell’uomo senza Cristo.
Questi giorni siano luce e speranza. Ricordiamo che Cristo è venuto nel mondo per donarci la salvezza.
La Sua nascita non sia un ricordo lontano, ma un miracolo quotidiano, da far rinascere ogni giorno nella nostra vita.
Che il Signore rinasca nei nostri cuori!

lunedì 22 dicembre 2025

L'EMIGRAZIONE IN GERMANIA: SACRIFICIO DIGNITA'E MEMORIA

Quanti siete in famiglia? Otto, nove, dieci… famiglie numerose, come era normale allora. Che lavoro fa tuo padre? In Germania. E poi: contadino, operaio, manovale. La maggior parte di noi, con lo sguardo triste, rispondeva sempre allo stesso modo: in Germania, lontano da casa. Da quanto tempo non vedi papà? Da un anno, da mesi. Quando lo rivedrai? Forse a Natale. Ma non era affatto sicuro: chi era partito da tempo doveva spesso aspettare almeno un anno, quando finalmente venivano concesse le ferie. Eravamo bambini delle scuole elementari agli inizi degli anni ’70, anni in cui l’emigrazione si diffondeva come una macchia d’olio nelle regioni del Sud. Quelle domande ce le facevano i nostri maestri, come la mia, la signorina Petruzzelli. Da Scandale partivano in tanti, diretti soprattutto a St. Georgen nello Schwarzwald, ma anche a Leutkirch im Allgäu, dove trovavano lavoro nelle fabbriche o nei cantieri, le famose Baustelle.

In quegli anni partivano molti giovani, spinti dalla curiosità e dal desiderio di conoscere un mondo che appariva più moderno, capace di offrire opportunità e dignità. Ma partivano soprattutto i padri di famiglia, lasciando mogli e figli a casa. Le famiglie erano numerose e, una volta partiti, le donne aspettavano la fine del mese per ricevere le rimesse. Il cambio del marco in lire aveva un valore importante e permise a molti di costruirsi una casa. Spesso, però, accadeva che l’intera famiglia si trasferisse dove il padre lavorava. Così il paese si svuotava: quante case chiuse, quante famiglie costrette ad abbandonare le proprie radici. I lavoratori italiani erano una risorsa indispensabile per l’economia tedesca, ma allo stesso tempo venivano spesso discriminati. Eppure, con sacrificio e perseveranza, dopo anni di lavoro duro, molti riuscirono a diventare parte integrante della società tedesca. E lo sono diventati davvero.

La Germania aveva bisogno di manodopera, l’Italia era piena di disoccupati. Come spesso accade, a pagare il prezzo più alto furono i meridionali, gli ultimi dello stivale. La partenza era un vero dramma familiare, soprattutto per le madri e le mogli. Vedere un marito o un figlio allontanarsi, sapendo che il prossimo abbraccio sarebbe arrivato forse dopo un anno, era un trauma profondo e silenzioso. Era nulla rispetto a chi partiva oltre oceano. Ricordo una mia zia che emigrò in Argentina con la famiglia: mia nonna la considerò come morta. Diceva: “Mia figlia non la vedrò più”. E infatti la prima visita avvenne dopo venticinque anni, che per fortuna ancora la nonna viveva. Si partiva spesso su un pulmino, diretto alla stazione di Crotone per i viaggi nazionali, oppure fino a Lamezia per i collegamenti più lunghi. All’epoca Lamezia Terme non esisteva ancora: era divisa in Nicastro, San Biase e Sant’Eufemia. La stazione si trovava proprio lì, a Sant’Eufemia, che noi chiamavamo semplicemente “Santufemia”.

Da lì iniziava il lungo viaggio: valigie di cartone, borsoni pesanti, vagoni stipati e quasi due giorni di treno. Molti sono rientrati. Molti altri sono rimasti, hanno costruito famiglie e messo radici lontano dalla loro terra. Ma nel cuore c’era sempre un pensiero: un giorno tornare. E per chi non è riuscito a farlo da vivo, il ritorno al proprio paesello è avvenuto comunque, da morto. Perché le radici vere non si spezzano mai. Nella foto vediamo un gruppo di emigrati di Scandale a Leutkirch, riuniti in un momento carico di significato. al centro il nostro vecchio parroco, il compianto don Renato Cosentini, che volle essere presente per dare conforto e sostegno morale. Si fece portavoce presso le istituzioni tedesche, raccomandando quei lavoratori onesti e dignitosi che avevano lasciato tutto per un futuro migliore. È una storia di sacrificio, di dolore e di speranza. È la storia di uomini e donne che hanno costruito ponti tra due Paesi, pagando un prezzo altissimo, ma lasciando un esempio prezioso di coraggio, dignità e memoria che non deve mai essere dimenticato.

giovedì 18 dicembre 2025

HO VOTATO NO AL SOCIAL FREEZING: LA VITA NON SI PROGRAMMA.



Premesso che nutro il massimo rispetto per chi ha posizioni diverse dalle mie e riconosco pienamente la legittimità di una visione laica sui temi etici, ritengo doveroso dichiarare con chiarezza che, su tali questioni, la mia posizione è ispirata a una concezione cristiana, dalla quale difficilmente posso prendere le distanze. Pertanto dico la mia e allo stesso modo esigo anche io rispetto per la mia posizione. Sono anche consapevole che molte delle istanze che giungono all’attenzione delle istituzioni provengono da persone che vivono situazioni di sofferenza, spesso segnate da gravi patologie, e che proprio per questo chiedono comprensione e risposte. 

Tale consapevolezza impone a tutti noi un confronto serio, rispettoso e responsabile, che non perda mai di vista la dignità della persona umana. Tuttavia, a Crotone, a mio parere, ciò non è avvenuto. Ritengo che queste tematiche debbano essere prima approfondite in altre sedi, nelle commissioni consiliari e soprattutto in quella delle pari opportunità. Ormai è chiaro che in questo Consiglio comunale non si vota più per convinzione, ma per convenienza politica. Andiamo ai fatti: dopo che la consigliera Venneri ha già portato in votazione in questo Consiglio comunale una mozione a favore dell’eutanasia e del suicidio assistito, una scelta che non ha avuto il mio voto e che è stata presentata senza un serio e approfondito confronto né in sede di commissione né attraverso convegni o studi adeguati alla delicatezza del tema, oggi, insieme ai consiglieri Antonio Megna, Fabio Manica e Danilo Arcuri, ha avanzato un’ulteriore proposta. Si tratta di una richiesta rivolta alla Regione Calabria per l’adozione di una legge regionale che preveda un contributo economico per il cosiddetto social freezing, con gratuità per le pazienti oncologiche. Il punto è passato con tanti voti a favore, ma la mia posizione è netta e chiara.

L’ho ribadita anche in aula, richiamando le parole semplici ma profondissime del nostro grande monsignore Renato Maria Cosentini, parroco per 56 anni a Scandale: la nascita di un bambino è frutto dell’amore tra marito e moglie. Da sempre, infatti, la procreazione è stata il naturale esito dell’atto coniugale tra i coniugi. Oggi, invece, assistiamo a un progressivo stravolgimento di questo ordine naturale. Dopo milioni di anni di storia umana, si continuano a infliggere colpi alla famiglia tradizionale e al senso stesso della vita. Noi non siamo padroni della nostra vita neppure per un istante: da un momento all’altro possiamo essere chiamati a lasciarla. Figuriamoci se possiamo pretendere di programmarla a nostro piacimento, arrivando persino a pianificare la nascita di un figlio quando la donna non è più naturalmente fertile. Per me, questo rappresenta un affronto alla vita. La maternità non si rinvia. Non esistono motivazioni sociali, di carriera, di studio, di lavoro o legate all’assenza di un partner che possano giustificare pratiche orientate a una futura fecondazione artificiale.

Resto contrario anche al congelamento degli ovociti per gravi motivi medici: la sofferenza va accompagnata, sostenuta e rispettata, non piegata a una logica di manipolazione e pianificazione della vita. Ancora più grave è l’idea di mettere al mondo un bambino sapendo che, fin dalla nascita, potrebbe avere una madre fisicamente fragile e oggettivamente in difficoltà nel sostenerne la crescita, magari in un’età che è già quella della nonna. Per tutte queste ragioni, il mio voto è stato contrario: contrario per motivi etici e spirituali, ma anche per ragioni logiche e di buon senso.

VIAGGIARE A 50 KM/h E SPERARE DI TORNARE A CASA: LA NUOVA NORMALITÀ.

 


Non scrivo per suscitare compassione, ma per rendere testimonianza in un mondo che ormai vive di effimero, di cose momentanee e di vuoto, incapace di avere una visione futura. Più volte ho affrontato il problema dei cinghiali, sia sui miei Social sia nelle sedi istituzionali. Ma la politica, quella globalista e distante, resta sorda. I danni sono enormi, sotto gli occhi di tutti, eppure non esiste volontà per trovare soluzioni concrete.

Oggi non solo ci viene impedito di raggiungere i nostri poderi per “evitare incontri” con questi animali, ma è diventato praticamente impossibile anche per un contadino coltivare un semplice orto per uso familiare. Muoversi è ormai un pericolo costante, soprattutto lungo strade già di per sé malconce. Forse è meglio che restino così: almeno sei costretto a procedere lentamente.Proprio ieri sera, nei pressi del bivio Manile di San Mauro Marchesato, viaggiando a non più di 40–50 km/h, mi sono trovato davanti un cinghiale di dimensioni impressionanti, paragonabile senza esagerare a un vitellino tarchiato. Il risultato è quello che si vede in foto. Mi chiedo: se al volante ci fosse stato qualcuno a velocità sostenuta, oggi parleremmo solo di danni materiali o anche di vittime?

Denunciamo, segnaliamo, protestiamo. Ma a cosa serve, se la politica continua ad ascoltare solo l’élite e non più il popolo? Ovviamente non chiedo alcun risarcimento. Tra l’altro, per ottenerlo sarebbe stato necessario documentare l’accaduto con il cinghiale giacente sulla strada, che per sua fortuna è rimasto vivo. In ogni caso, non avrei chiesto neanche un centesimo, anche a causa di una burocrazia soffocante e scoraggiante.Del resto, percorriamo quotidianamente strade che sembrano una groviera, piene di buche e deformazioni, dove la sicurezza è ormai calpestata e dimenticata. È come dire, dalle sagge parole dei nostri detti: “avimu pirdutu l’occhi e jammu circandu i pinnulari”?

sabato 13 dicembre 2025

LA DONNA, IL PADRE ETERNO E LE SORTI DEL MONDO.

 

Premetto che, dal punto di vista religioso, le mie sono semplici riflessioni, spesso spontanee ma anche meditate. Lungi da me atteggiarmi a sapiente della fede. Pur nel rispetto delle altre confessioni, in particolare di quelle appartenenti ad altre denominazioni cristiane, che spesso con loro trovo condivisione anche se il mio pensiero si colloca chiaramente all’interno di una visione cattolica Spesso il cristianesimo, ancora di più si accusa la Chiesa cattolica di essere maschilista. Mi riferisco, ovviamente, alla Chiesa di un tempo, e non prendo in considerazione quella di oggi, segnata da continue uscite barcollanti e moderniste, dalle quali prendo le distanze. Tale accusa nasce dal fatto che il ministero sacerdotale è affidato agli uomini. In apparenza può sembrare così, ma nella sostanza la realtà è ben diversa.

È vero: gli Apostoli erano uomini e lo sono stati anche i loro successori, i vescovi. Tuttavia, non possiamo ignorare che molti di loro, oggi, sono lontani dallo spirito delle origini, spesso secolarizzati, e i frutti di questa deriva sono sotto gli occhi di tutti. Ma fin dall’inizio della storia della salvezza, Dio ha affidato alla donna un ruolo decisivo e insostituibile. Il Padre eterno non ha mai agito senza coinvolgere la libertà umana, e in modo particolare quella femminile. Dio bussa sempre alla porta del cuore e chiede un “sì”. Non impone, non forza: rispetta il libero arbitrio. Ma da quel “sì” o da quel “no” dipende il destino dell’uomo.

Pensiamo alle origini: Adamo ed Eva. Dio non aveva bisogno del consenso di Eva per creare il paradiso terrestre, ma pretese l’obbedienza, perché l’obbedienza è amore fiducioso. Il rifiuto di ascoltare Dio, quel “no”, ci è costato il peccato originale, una ferita che ciascuno di noi porta dentro e che, se non viene sanata, può costare la perdita della salvezza eterna. Eppure, nella storia, una Donna ha detto “sì” senza esitazione. Maria. Quando l’angelo le annuncia il progetto divino, non tergiversa, non chiede garanzie, non pretende spiegazioni umane: risponde con un atto di totale fiducia. Quel “Eccomi” ha cambiato il corso della storia. Accogliendo Cristo nel suo grembo, Maria ha portato al mondo la Salvezza. In Gesù Cristo, Figlio di Dio, ci viene annunciata la vita nuova.

Per questo la donna nella Chiesa, è molto più centrale di quanto si voglia far credere. Il primo e decisivo “sì” alla redenzione è stato pronunciato da una Donna. E non è tutto. La donna non appartiene solo al passato: avrà un ruolo unico anche nel tempo finale, nel compimento della storia Lo testimonia il Vangelo di Giovanni nell’Apocalisse: «Vidi una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle …» Quella Donna è segno di speranza, di vittoria, di maternità spirituale. È la prova che Dio affida alla donna le svolte decisive della storia della salvezza. Forse il "sì“ di una donna al Padre Eterno può ancora cambiare il mondo, anche nelle piccole cose, semplici e quotidiane

lunedì 8 dicembre 2025

Non potrei essere me stesso, oggi, se non ti dedicassi un pensiero in un giorno così importante. Lo sai: sei sempre presente nella mia mente. Ti invoco in ogni momento, perché ho sempre creduto che tu sia una cooperatrice che non oscura né diminuisce l’unica mediazione di Cristo. Nel progetto di salvezza voluto dal Signore, infatti, duemila anni fa Lui ha scelto te, di incarnarsi nel tuo seno e di rivelarsi a noi attraverso di te.

Ti dedico questo momento, tu che nella mia vita hai compiuto meraviglie e mi hai dato la forza di essere sempre più saldo e libero, in un mondo che spesso rincorre la vanità.

Con venerazione oggi celebriamo la solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, una delle verità più luminose della fede cattolica, testimoniate nelle sue apparizioni a Lourdes. Chi più di Lei può condurci a Dio? Maria è la via sicura, il sentiero diretto che ci introduce al cuore di Cristo. 

La Chiesa l’ha sempre riconosciuta come mediatrice di grazia: non perché tolga qualcosa al Signore, ma perché tutto ciò che compie conduce a Lui.

È un pilastro del cammino cristiano: colei che ha schiacciato, schiaccerà la testa del serpente e continua a proteggere i suoi figli dalle insidie del male.

Continuerò ad appoggiarmi a te, lasciando che la tua Immacolata Purezza illumini la nostra vita e il nostro cammino verso la Gerusalemme celeste.