Premetto, senza ambiguità, che condivido la causa palestinese e che più volte mi sono espresso su questo profilo a favore del riconoscimento del diritto di quel popolo a uno Stato e alla propria dignità. Proprio per questo trovo ancora più incomprensibile, e inaccettabile, il tentativo di usare simboli sacri del cristianesimo per veicolare messaggi politici. Provo profondo disagio di fronte alla continua strumentalizzazione politica della fede cristiana. Ancora più doloroso è constatare che chi avrebbe il dovere morale di frenare tali derive spesso sceglie il silenzio o l’ambiguità. Sui social circola un’immagine condivisa dal giornalista Andrea Scanzi, che a sua volta l’ha ripresa dal comico Enzo Iacchetti. È doveroso chiarire un punto fondamentale: quell’icona non è uno strumento politico, né può diventarlo. Per la fede cattolica, Maria non è un simbolo ideologico, ma la Madre di Dio, la donna del “sì” totale alla volontà del Padre. Non rappresenta alcuna bandiera, alcuna fazione, alcuna ideologia: rappresenta la Sacra Famiglia, cuore pulsante del cristianesimo. Quell’icona della Santa Vergine non rappresenta posizioni politiche, né di destra né di sinistra. Appartiene ai credenti, alla storia della salvezza e non certamente alla propaganda.
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LA VERGINE MARIA IN QUELL’ICONA RAPPRESENTA LA SACRA FAMIGLIA, NON LE POSIZIONI POLITICHE DI NESSUNO
Premetto, senza ambiguità, che condivido la causa palestinese e che più volte mi sono espresso su questo profilo a favore del riconoscimento...
domenica 11 gennaio 2026
martedì 6 gennaio 2026
PICCOLI FRAMMENTI DI VITA PAESANA. QUANDO SI CAMMINAVA INSIEME
Quando guardo le foto antiche del mio paese, riaffiora alla mente una società diversa. Forse più povera, ma certamente più vera. Una società in cui non si viveva per sé stessi, ma per gli altri. Una comunità compatta, dove la fatica era condivisa e la dignità non mancava mai.
Le giornate scorrevano nella semplicità. Allora le macchine erano poche, quasi assenti. Nelle prime ore del mattino le strade si animavano di cavalli e asini, e gli uomini si mettevano in cammino verso le campagne. Ricordo contadini che per raggiungere il proprio podere impiegavano un’ora e mezza, a volte due, soprattutto nelle zone più lontane della frazione Corazzo o nella località Gullo. Tre ore di cammino al giorno, andata e ritorno, dopo una giornata intera di lavoro duro, interrotta solo da un pasto frugale: “a spisa”.
Dentro quella “ a spisa” c’erano pane e un pezzo di lardo, che oggi consideriamo una prelibatezza, ma allora era il cibo dei poveri. Da noi lo chiamavano “u salatu”, oppure, nei casi migliori, un po’ di pancetta, “a panzajjhia”. Poi, col passare del tempo, qualcosa iniziò a cambiare: arrivarono più motori, e anche nella “spisa” comparve un pezzo di provola o una scotoletta di carne Simmenthal. D’estate, nei poderi dove si coltivavano i pomodori, bastava chinarsi, raccoglierne tanti per preparare una grande insalata, “a ’nzalata”.
In campagna, però, l’insalata aveva un altro sapore. Quando i contadini erano in molti, ognuno portava qualcosa da casa e tutto finiva in una grande insalatiera comune, “a ’nzalatèra”. Pomodori, cipolle, olio d’oliva, carne… un giorno, durante una torrida raccolta di pomodori, il caro Micu ci mise persino la provola, ormai mezza sciolta dal sole. Era una fatica dura, ma alle dieci del mattino quella mezz’ora di pausa diventava una festa: si mangiava insieme, si rideva, si condivideva.
Mentre gli uomini lavoravano nei campi, i paesi si svuotavano. Restavano le donne, vere colonne delle famiglie. Le strade si riempivano di madri indaffarate: prima le pulizie, poi i figli da sistemare per la scuola, con il grembiule pulito e il colletto in ordine. Poi via, dal medico per le malattie frequenti dei bambini. Era facile sentirsi chiedere:
- Dove vai? - “A ru miàdicu”, dal medico.
Altre si dirigevano alla posta: “Ara posta, haiu a mandari nu vagliu a fijjiuma ca è militari”.
E spesso si incontravano donne davanti alla bottega del calzolaio, lo “scarparu”, con gli scarponi del marito sotto braccio, da aggiustare con qualche chiodo, “a taccia”. I calzolai di una volta riparavano le scarpe di una moltitudine di bambini e, quando si poteva, nel negozio vendevano anche di nuove, lavorate a mano e anche industriale. Le scarpe erano indispensabili. Ricordo una mamma che supplicava mastru Giginu: - “Mastru Gigì, aggiustatimilli subitu”. E lui, pazientemente, rispondeva alla mesorachese: “Mo ti vidu, mo te fazzu, e mo te dugnu”.
Ma quando le scarpe erano ormai irrecuperabili, la sentenza era secca: “Vannu sulu jettati”.
A una certa ora del giorno le vie si animavano: posta, ambulatorio, scuola, banca dopo che si diffondeva anche nella piccola comunità. Così trascorrevano le giornate, fino al rientro degli uomini dalle campagne. La moglie li accoglieva con un ristoro veloce e poi preparava l’acqua calda, non con l’elettricità, ma con il fuoco, per lavar via la fatica. Ricordo zi’ ’Ntonetta che porgeva al marito grandi asciugamani di lino, candidi come la neve, in quella purezza, in quel bianco c’era tutto l’amore verso il marito.
I racconti di quel tempo sono infiniti. Qui ne ho fissato solo qualcuno. Piccoli frammenti di una vita semplice, dura, ma profondamente umana. Una vita in cui il paese, davvero, camminava insieme.
sabato 3 gennaio 2026
IL CAMMINO SPEZZATO: CAPOCOLONNA TRA MEMORIA, FEDE E OBLIO
Mi sono appena soffermato su un video pubblicato sulla piattaforma di Giovanni Monte, nel quale si commentano i lavori in corso nei pressi di Capocolonna, dove sorgerà una pista pedociclabile nell’ambito del progetto Antica Kroton.
Una struttura moderna, certo, che a prima vista sembra poco conciliabile con il recupero di una storia trimillenaria come quella di Crotone. Tuttavia, se un’opera viene pensata e realizzata nel rispetto del contesto, dei luoghi e dei canoni storici che li hanno attraversati, forse può anche trovare spazio senza tradire l’anima del territorio.
Ma dalla denuncia di Giovanni Monte emerge qualcosa di ben più grave e doloroso: la cancellazione di un cammino, non solo fisico ma spirituale e identitario. È stato eliminato parte del percorso storico della Madonna di Capocolonna, quello stesso cammino che il compianto sacerdote crotonese #DonPinoCovelli raccontava nei suoi scritti con profonda partecipazione e amore.
Quel percorso iniziava con il rientro dalla città del piccolo quadro della Santa Vergine, portato in processione la terza domenica di maggio. La Madonna faceva sosta al cimitero e poi proseguiva lungo un sentiero che oggi, pare non esista più, cancellato dai lavori. Un sentiero che conduceva a Capocolonna, ma che prima prevedeva una sosta carica di significato: un punto in cui ogni fedele deponeva una pietra, per creare la base su cui poggiare l’effigie sacra. Attorno a quella base di pietre si raccoglievano i devotissimi fedeli crotonesi per pregare.
Don Pino spiegava che quel gesto non aveva solo uno scopo pratico. Deporre una pietra significava molto di più. Era un gesto antico, che affondava le radici nella tradizione ebraica, testimonianza di come la presenza e l’influsso degli ebrei a Crotone abbiano lasciato un segno profondo nella nostra storia.
La pietra è simbolo di eternità. In ebraico “sasso” si dice “Even”, parola che può essere scomposta in Av (padre) e Ben (figlio): un’idea potente di continuità tra le generazioni, di legame indissolubile tra passato, presente e futuro. Dopo quel gesto silenzioso e carico di fede, il cammino riprendeva fino a Capocolonna. Lì la Madonna veniva posta su un baldacchino ornato di fiori e si celebrava la Santa Messa, in un abbraccio collettivo di devozione, memoria e appartenenza.
Oggi, invece, quel cammino sembra essersi interrotto. Non solo dal punto di vista culturale, ma anche da quello della fede. È come se si fosse spezzato un filo invisibile che teneva unita la comunità. Un’interruzione che ci allontana dalle nostre tradizioni, dalle nostre radici più profonde. E se a questo aggiungiamo la chiusura del Duomo, i fedeli si ritrovano con pochi spazi, senza i principali riferimenti in cui coltivare la propria spiritualità.
E allora mi torna alla mente le parole amare e profetiche di don Pino Covelli, che oggi risuonano più attuali che mai: “È possibile che questa città sia sempre così odiata?” Una domanda che non pesa come una pietra, ma come un macigno.
giovedì 1 gennaio 2026
DOPO LA CONFERENZA DEL SINDACO: TANTE OMBRE, POCHE LUCI (E SE CI SONO, SOLO QUELLE DI NATALE). PROMESSE, FALLIMENTI E COMPLICITÀ
Dopo la conferenza stampa del sindaco è doveroso andare oltre gli slogan e fare ciò che davvero conta: un bilancio serio, concreto, verificabile dell’azione amministrativa. Le parole pronunciate davanti ai giornalisti hanno dipinto un quadro rassicurante solo in apparenza, ma che, a uno sguardo attento, lascia emergere più interrogativi che risposte, più promesse che risultati.
Ora la parola deve tornare a chi, per quasi quattro anni, ha sostenuto questa amministrazione dall’interno: io, in rappresentanza del gruppo consiliare più numeroso del Consiglio comunale. Altro che luci: qui è tempo di parlare delle ombre. E lo dico ai crotonesi con chiarezza, chiedendo loro di non farsi abbindolare da iniziative inutili, effimere, buone solo per qualche post o per l’illusione di una città che “brilla”, ma che in realtà resta ferma.
Quelle poche luci che ci vengono raccontate sono il frutto di accordi con una multinazionale che da decenni sfrutta questo territorio senza restituire nulla, se non inquinamento e devastazione ambientale. Abbiamo vinto le elezioni perché i cittadini credevano che Vincenzo Voce si sarebbe messo di traverso. È successo esattamente il contrario. Oggi ENI detta i tempi, le modalità e persino il senso della bonifica, che resta una farsa, un’operazione “all’acqua di rosa”.
Non solo: questa amministrazione ha riportato al potere partiti, uomini e metodi che erano stati aspramente criticati in campagna elettorale. Gli stessi che, secondo Voce, in trent’anni hanno rappresentato il fallimento politico di Crotone e che oggi tornano a gestire leve decisionali come se nulla fosse, insieme al sindaco.
La realtà quotidiana della città è impietosa. I problemi strutturali restano tutti sul tavolo, irrisolti. Le “luci” sbandierate hanno più il sapore delle luminarie natalizie che quello di interventi capaci di migliorare davvero la vita delle persone. E smettiamola di raccontarci che le opere pubbliche siano di per sé un successo: senza una gestione seria diventano rogne amministrative, strutture abbandonate, ghetti urbani. L’esperienza parla chiaro: il PalaKrò chiuso da sei anni, le piscine comunali serrate, l’olimpionica al centro di conflitti tra associazioni e Comune.
Di quali grandi risultati vogliamo parlare, quando il PNRR ha distribuito fondi a pioggia ovunque e Crotone non ha avuto più risorse di altri comuni calabresi? Quelle risorse potevano essere utilizzate per ciò che serve davvero: rifare una rete idrica fatiscente, risalente addirittura agli anni ’50, che provoca continue interruzioni dell’acqua; ammodernare una rete fognaria vecchia e incompleta, con quartieri che nel 2026 sono ancora senza depurazione. Questa non è arretratezza: è terzo mondo.
Dovremmo parlare di occupazione. Crotone ospita un distretto energetico che altrove sarebbe stato trasformato in un volano di sviluppo. Qui è diventato un far west industriale, che ho denunciato più volte: imprenditori senza scrupoli, progetti devastanti, nessuna visione. Una città sfruttata fino all’osso senza benefici, senza ricadute occupazionali, con in cambio discariche, termoinceneritori, centrali a biomasse, parchi eolici selvaggi, progetti offshore e persino depositi di GPL. Il tutto mentre la bonifica dei rifiuti industriali non è mai stata realizzata seriamente.
Questo è il lato più oscuro di questa amministrazione. E se nella vecchia maggioranza non fossimo stati noi del Movimento civico ad alzare la voce, nessuno avrebbe difeso l’ambiente e, soprattutto, la salute dei cittadini. I dati sanitari sono allarmanti: malattie oncologiche, respiratorie, cardiovascolari. Sommategli gli indicatori sulla qualità della vita e il quadro diventa drammatico.
Crotone è diventata una terra buona per gli altri: pochi gruppi di imprenditori si arricchiscono smisuratamente, mentre i crotonesi si impoveriscono sempre di più, pagando le aliquote più alte e ricevendo in cambio servizi indegni, a partire dalla sanità. L’ospedale è in condizioni penose. Le infrastrutture sono da Paese sottosviluppato: ferrovia senza prospettive concrete, aeroporto ciclicamente minacciato di chiusura con la solita narrazione vergognosa sull’assenza di utenza, strade interne e periferiche dissestate.
Siamo primi per corruzione, spaccio, criminalità organizzata. Se aggiungiamo l’emergenza sanitaria e ambientale, il quadro è semplicemente intollerabile. Le scorie del vecchio polo industriale sono ovunque: strade, piazzali, fabbricati. Eppure nessuna denuncia, nessuna presa di posizione: tutti accomodanti, tutti silenziosi.
Quale “crescita”? Crotone sta andando indietro.
A proposito di degrado, parliamo dei quartieri: quelli dimenticati e quelli usati come campo di battaglia politica.
All’ingresso della città c’è Fondo Gesù. Un nome luminoso, quasi ironico, perché lì regna il buio totale. Da sempre. Stesse strade rotte, stessi problemi, stesso abbandono. L’unica “opera” realizzata è un murales di Pitagora, per giunta anche questo con il volto scuro: una foglia di fico culturale per coprire il nulla. Per il resto, zero interventi, zero visione, zero rispetto per chi ci vive.
E poi c’è Acquabona. Oggi è praticamente al centro della città e il quartiere è nell’abbandono, nel degrado come in alcune zone di guerra, circondata dagli istituti scolastici superiori, quindi, in mezzo ai nostri ragazzi, un’area che avrebbe potuto e dovuto essere riqualificata con investimenti seri. Le condizioni c’erano tutte. Non è stato fatto nulla. Niente decoro, niente servizi, niente futuro. Un quartiere strategico lasciato marcire sotto gli occhi di tutti.
Ma quando si tratta di spendere, si sceglie altro. Si sceglie Tufolo-Farina, via Israele, diventata la madre di tutte le diatribe politiche cittadine. Un investimento sbagliato, contestato dai propri abitanti, imposto, che ha spaccato la città e ha portato persino alle dimissioni del sindaco, salvo poi un ritiro degno di una farsa istituzionale. Un caso emblematico di come non si governa una comunità.
La questione è arrivata in Consiglio comunale attraverso una mia interpellanza. E qui si è toccato il punto più basso. Questa maggioranza ha tirato fuori una pregiudiziale che definisco senza mezzi termini “paolina”, non c’entra l’Apostolo Paolo, ma il consigliere Paolo Acri, che ha letto una disposizione mai vista, mai registrata, mai applicata in nessun Comune al mondo: mettere ai voti se un consigliere comunale potesse parlare o meno.
Avete capito bene. Non il contenuto, non il merito. Il diritto di parola.
Ovviamente hanno votato per farmi tacere. È nata così una nuova forma di democrazia tutta crotonese: il bavaglio istituzionale. Quando non si hanno risposte, si chiude la bocca a chi fa domande. Quando le scelte non reggono, si silenzia il dissenso.
Altro che riqualificazione urbana. Qui siamo alla riqualificazione dell’arroganza politica. E mentre si gioca al potere, Fondo Gesù resta al buio, Acquabona resta nel degrado e Crotone continua a pagare il prezzo più alto: quello dell’abbandono e della negazione della democrazia.
E non è teoria, sono fatti. Questa nuova maggioranza ha votato contro una mia mozione per il ripristino dei serbatoi di San Giorgio, fondamentali per garantire continuità al servizio idrico, soprattutto d’estate. Ha votato no anche a una mia proposta in Regione Calabria che avrebbe potuto proteggere Crotone da nuovi soprusi ambientali, bloccando progetti impattanti e inquinanti.
Queste sono le domande che i crotonesi devono porsi. Non quante luci accendiamo, ma quanta dignità stiamo spegnendo.
LA STALLA E LA SALVEZZA: IL MESSAGGIO DIMENTICATO DEL NATALE. I RICORDI DI UN TEMPO
lunedì 22 dicembre 2025
L'EMIGRAZIONE IN GERMANIA: SACRIFICIO DIGNITA'E MEMORIA
Quanti siete in famiglia? Otto, nove, dieci… famiglie numerose, come era normale allora. Che lavoro fa tuo padre? In Germania. E poi: contadino, operaio, manovale. La maggior parte di noi, con lo sguardo triste, rispondeva sempre allo stesso modo: in Germania, lontano da casa. Da quanto tempo non vedi papà? Da un anno, da mesi. Quando lo rivedrai? Forse a Natale. Ma non era affatto sicuro: chi era partito da tempo doveva spesso aspettare almeno un anno, quando finalmente venivano concesse le ferie. Eravamo bambini delle scuole elementari agli inizi degli anni ’70, anni in cui l’emigrazione si diffondeva come una macchia d’olio nelle regioni del Sud. Quelle domande ce le facevano i nostri maestri, come la mia, la signorina Petruzzelli. Da Scandale partivano in tanti, diretti soprattutto a St. Georgen nello Schwarzwald, ma anche a Leutkirch im Allgäu, dove trovavano lavoro nelle fabbriche o nei cantieri, le famose Baustelle.
In quegli anni partivano molti giovani, spinti dalla curiosità e dal desiderio di conoscere un mondo che appariva più moderno, capace di offrire opportunità e dignità. Ma partivano soprattutto i padri di famiglia, lasciando mogli e figli a casa. Le famiglie erano numerose e, una volta partiti, le donne aspettavano la fine del mese per ricevere le rimesse. Il cambio del marco in lire aveva un valore importante e permise a molti di costruirsi una casa. Spesso, però, accadeva che l’intera famiglia si trasferisse dove il padre lavorava. Così il paese si svuotava: quante case chiuse, quante famiglie costrette ad abbandonare le proprie radici. I lavoratori italiani erano una risorsa indispensabile per l’economia tedesca, ma allo stesso tempo venivano spesso discriminati. Eppure, con sacrificio e perseveranza, dopo anni di lavoro duro, molti riuscirono a diventare parte integrante della società tedesca. E lo sono diventati davvero.
La Germania aveva bisogno di manodopera, l’Italia era piena di disoccupati. Come spesso accade, a pagare il prezzo più alto furono i meridionali, gli ultimi dello stivale. La partenza era un vero dramma familiare, soprattutto per le madri e le mogli. Vedere un marito o un figlio allontanarsi, sapendo che il prossimo abbraccio sarebbe arrivato forse dopo un anno, era un trauma profondo e silenzioso. Era nulla rispetto a chi partiva oltre oceano. Ricordo una mia zia che emigrò in Argentina con la famiglia: mia nonna la considerò come morta. Diceva: “Mia figlia non la vedrò più”. E infatti la prima visita avvenne dopo venticinque anni, che per fortuna ancora la nonna viveva. Si partiva spesso su un pulmino, diretto alla stazione di Crotone per i viaggi nazionali, oppure fino a Lamezia per i collegamenti più lunghi. All’epoca Lamezia Terme non esisteva ancora: era divisa in Nicastro, San Biase e Sant’Eufemia. La stazione si trovava proprio lì, a Sant’Eufemia, che noi chiamavamo semplicemente “Santufemia”.
Da lì iniziava il lungo viaggio: valigie di cartone, borsoni pesanti, vagoni stipati e quasi due giorni di treno. Molti sono rientrati. Molti altri sono rimasti, hanno costruito famiglie e messo radici lontano dalla loro terra. Ma nel cuore c’era sempre un pensiero: un giorno tornare. E per chi non è riuscito a farlo da vivo, il ritorno al proprio paesello è avvenuto comunque, da morto. Perché le radici vere non si spezzano mai. Nella foto vediamo un gruppo di emigrati di Scandale a Leutkirch, riuniti in un momento carico di significato. al centro il nostro vecchio parroco, il compianto don Renato Cosentini, che volle essere presente per dare conforto e sostegno morale. Si fece portavoce presso le istituzioni tedesche, raccomandando quei lavoratori onesti e dignitosi che avevano lasciato tutto per un futuro migliore. È una storia di sacrificio, di dolore e di speranza. È la storia di uomini e donne che hanno costruito ponti tra due Paesi, pagando un prezzo altissimo, ma lasciando un esempio prezioso di coraggio, dignità e memoria che non deve mai essere dimenticato.
giovedì 18 dicembre 2025
HO VOTATO NO AL SOCIAL FREEZING: LA VITA NON SI PROGRAMMA.
Premesso che nutro il massimo rispetto per chi ha posizioni diverse dalle mie e riconosco pienamente la legittimità di una visione laica sui temi etici, ritengo doveroso dichiarare con chiarezza che, su tali questioni, la mia posizione è ispirata a una concezione cristiana, dalla quale difficilmente posso prendere le distanze. Pertanto dico la mia e allo stesso modo esigo anche io rispetto per la mia posizione. Sono anche consapevole che molte delle istanze che giungono all’attenzione delle istituzioni provengono da persone che vivono situazioni di sofferenza, spesso segnate da gravi patologie, e che proprio per questo chiedono comprensione e risposte.
Tale consapevolezza impone a tutti noi un confronto serio, rispettoso e responsabile, che non perda mai di vista la dignità della persona umana. Tuttavia, a Crotone, a mio parere, ciò non è avvenuto. Ritengo che queste tematiche debbano essere prima approfondite in altre sedi, nelle commissioni consiliari e soprattutto in quella delle pari opportunità. Ormai è chiaro che in questo Consiglio comunale non si vota più per convinzione, ma per convenienza politica. Andiamo ai fatti: dopo che la consigliera Venneri ha già portato in votazione in questo Consiglio comunale una mozione a favore dell’eutanasia e del suicidio assistito, una scelta che non ha avuto il mio voto e che è stata presentata senza un serio e approfondito confronto né in sede di commissione né attraverso convegni o studi adeguati alla delicatezza del tema, oggi, insieme ai consiglieri Antonio Megna, Fabio Manica e Danilo Arcuri, ha avanzato un’ulteriore proposta. Si tratta di una richiesta rivolta alla Regione Calabria per l’adozione di una legge regionale che preveda un contributo economico per il cosiddetto social freezing, con gratuità per le pazienti oncologiche. Il punto è passato con tanti voti a favore, ma la mia posizione è netta e chiara.
L’ho ribadita anche in aula, richiamando le parole semplici ma profondissime del nostro grande monsignore Renato Maria Cosentini, parroco per 56 anni a Scandale: la nascita di un bambino è frutto dell’amore tra marito e moglie. Da sempre, infatti, la procreazione è stata il naturale esito dell’atto coniugale tra i coniugi. Oggi, invece, assistiamo a un progressivo stravolgimento di questo ordine naturale. Dopo milioni di anni di storia umana, si continuano a infliggere colpi alla famiglia tradizionale e al senso stesso della vita. Noi non siamo padroni della nostra vita neppure per un istante: da un momento all’altro possiamo essere chiamati a lasciarla. Figuriamoci se possiamo pretendere di programmarla a nostro piacimento, arrivando persino a pianificare la nascita di un figlio quando la donna non è più naturalmente fertile. Per me, questo rappresenta un affronto alla vita. La maternità non si rinvia. Non esistono motivazioni sociali, di carriera, di studio, di lavoro o legate all’assenza di un partner che possano giustificare pratiche orientate a una futura fecondazione artificiale.
Resto contrario anche al congelamento degli ovociti per gravi motivi medici: la sofferenza va accompagnata, sostenuta e rispettata, non piegata a una logica di manipolazione e pianificazione della vita. Ancora più grave è l’idea di mettere al mondo un bambino sapendo che, fin dalla nascita, potrebbe avere una madre fisicamente fragile e oggettivamente in difficoltà nel sostenerne la crescita, magari in un’età che è già quella della nonna. Per tutte queste ragioni, il mio voto è stato contrario: contrario per motivi etici e spirituali, ma anche per ragioni logiche e di buon senso.





