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PICCOLI FRAMMENTI DI VITA PAESANA. QUANDO SI CAMMINAVA INSIEME

Quando guardo le foto antiche del mio paese, riaffiora alla mente una società diversa. Forse più povera, ma certamente più vera. Una società...

martedì 6 gennaio 2026

PICCOLI FRAMMENTI DI VITA PAESANA. QUANDO SI CAMMINAVA INSIEME

Quando guardo le foto antiche del mio paese, riaffiora alla mente una società diversa. Forse più povera, ma certamente più vera. Una società in cui non si viveva per sé stessi, ma per gli altri. Una comunità compatta, dove la fatica era condivisa e la dignità non mancava mai.

Le giornate scorrevano nella semplicità. Allora le macchine erano poche, quasi assenti. Nelle prime ore del mattino le strade si animavano di cavalli e asini, e gli uomini si mettevano in cammino verso le campagne. Ricordo contadini che per raggiungere il proprio podere impiegavano un’ora e mezza, a volte due, soprattutto nelle zone più lontane della frazione Corazzo o nella località Gullo. Tre ore di cammino al giorno, andata e ritorno, dopo una giornata intera di lavoro duro, interrotta solo da un pasto frugale: “a spisa”.

Dentro quella “ a spisa” c’erano pane e un pezzo di lardo, che oggi consideriamo una prelibatezza, ma allora era il cibo dei poveri. Da noi lo chiamavano “u salatu”, oppure, nei casi migliori, un po’ di pancetta, “a panzajjhia”. Poi, col passare del tempo, qualcosa iniziò a cambiare: arrivarono più  motori, e anche nella “spisa” comparve un pezzo di provola o una scotoletta di carne Simmenthal. D’estate, nei poderi dove si coltivavano i pomodori, bastava chinarsi, raccoglierne tanti per preparare una grande insalata, “a ’nzalata”.


In campagna, però, l’insalata aveva un altro sapore. Quando i contadini erano in molti, ognuno portava qualcosa da casa e tutto finiva in una grande insalatiera comune, “a ’nzalatèra”. Pomodori, cipolle, olio d’oliva, carne… un giorno, durante una torrida raccolta di pomodori, il caro Micu ci mise persino la provola, ormai mezza sciolta dal sole. Era una fatica dura, ma alle dieci del mattino quella mezz’ora di pausa diventava una festa: si mangiava insieme, si rideva, si condivideva.

Mentre gli uomini lavoravano nei campi, i paesi si svuotavano. Restavano le donne, vere colonne delle famiglie. Le strade si riempivano di madri indaffarate: prima le pulizie, poi i figli da sistemare per la scuola, con il grembiule pulito e il colletto in ordine. Poi via, dal medico per le malattie frequenti dei bambini. Era facile sentirsi chiedere:

- Dove vai? - “A ru miàdicu”, dal medico.

Altre si dirigevano alla posta: “Ara posta, haiu a mandari nu vagliu a fijjiuma ca è militari”.

E spesso si incontravano donne davanti alla bottega del calzolaio, lo “scarparu”, con gli scarponi del marito sotto braccio, da aggiustare con qualche chiodo, “a taccia”. I calzolai di una volta riparavano le scarpe di una moltitudine di bambini e, quando si poteva, nel negozio vendevano anche di nuove, lavorate a mano e anche industriale. Le scarpe erano indispensabili. Ricordo una mamma che supplicava mastru Giginu: - “Mastru Gigì, aggiustatimilli subitu”. E lui, pazientemente, rispondeva alla mesorachese: “Mo ti vidu, mo te fazzu, e mo te dugnu”.

Ma quando le scarpe erano ormai irrecuperabili, la sentenza era secca: “Vannu sulu jettati”.

A una certa ora del giorno le vie si animavano: posta, ambulatorio, scuola, banca dopo che si diffondeva anche nella piccola comunità. Così trascorrevano le giornate, fino al rientro degli uomini dalle campagne. La moglie li accoglieva con un ristoro veloce e poi preparava l’acqua calda, non con l’elettricità, ma con il fuoco, per lavar via la fatica. Ricordo zi’ ’Ntonetta che porgeva al marito grandi asciugamani di lino, candidi come la neve, in quella purezza, in quel bianco c’era tutto l’amore verso il marito.

I racconti di quel tempo sono infiniti. Qui ne ho fissato solo qualcuno. Piccoli frammenti di una vita semplice, dura, ma profondamente umana. Una vita in cui il paese, davvero, camminava insieme.

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