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"NE GATTU FÙ E NE DIMMAGGIU FICI". UN VECCHIO DETTO COME FRAMMENTO DI PELLICOLA.

Scavo sempre nella mia memoria e, ogni tanto, riaffiora qualche detto antico, di quelli che sembrano essere rimasti sepolti sotto la polvere...

venerdì 25 settembre 2026

"NE GATTU FÙ E NE DIMMAGGIU FICI". UN VECCHIO DETTO COME FRAMMENTO DI PELLICOLA.


Scavo sempre nella mia memoria e, ogni tanto, riaffiora qualche detto antico, di quelli che sembrano essere rimasti sepolti sotto la polvere del tempo. Questa volta è tornata alla luce un’espressione di Scandale che ho sentito tante volte, in un’epoca ormai lontana, ma il cui significato non ho mai compreso fino in fondo:
"Ne gattu fu e ne dimmaggiu fici".
Per molto tempo questo detto è rimasto per me quasi un enigma. Ho chiesto spiegazioni a qualcuno più anziano, nella speranza di trovare una risposta capace di sciogliere quel piccolo mistero, ma le spiegazioni raccolte non mi sono mai sembrate del tutto convincenti.
Eppure, mettendo insieme quei frammenti di memoria, le parole ascoltate dagli anziani e ciò che io stesso ho cercato di interpretare, alla fine mi è apparsa un’immagine che, forse, racchiude il vero senso di quella frase.

Immaginiamo una casa di una volta. All’improvviso si sente un gran rumore: qualcosa si muove tra una credenza e un tavolo, passa da una parte all’altra della stanza, fa cadere o urtare qualcosa. Il rumore cresce e, nella confusione, sembra che sia successo chissà cosa.
La prima impressione è quella di un grosso guaio. Poi, però, tutto si calma. Si guarda meglio e si scopre che non è successo nulla: nessun danno, nessuna conseguenza. E, magari, alla fine, non c’era neppure il gatto che tutti pensavano di aver sentito.
Da qui, forse, nasce l’immagine contenuta nel detto: tanto rumore, tanta paura, la sensazione che sia accaduto qualcosa di grave e, alla fine, né il gatto ci fu, né il danno si fece.

È una piccola scena quotidiana che diventa metafora della vita: un avvenimento che sembra annunciare guai e che, invece, si conclude senza conseguenze. La paura passa e ciò che rimane è soltanto il ricordo di quello spavento.
Ma in questo detto c’è qualcosa che va oltre il semplice significato delle parole.
È come se, attraverso la memoria, riaffiorasse l’immagine sbiadita di un fotogramma di un vecchio film. Un fotogramma breve, quasi consumato dal tempo, nel quale è racchiusa un’intera scena: un fatto accaduto, un momento di agitazione, la paura di un danno e, infine, la scoperta che non è successo niente.
Una frase breve, capace di raccontare ciò che oggi avremmo forse bisogno di spiegare con molte più parole, il tempo dei nostri nonni

Ma andiamo per ordine.
Prima ancora di cercare di interpretare il significato del detto, bisogna soffermarsi sulle sue parole e, soprattutto, sul tempo verbale con cui sono espresse: il passato remoto.
Un particolare che potrebbe sembrare insignificante, ma che invece racconta molto della nostra lingua e, forse, anche del modo in cui i nostri nonni concepivano il tempo.
Ricordo che gli anziani parlavano spesso al passato remoto anche per raccontare fatti appena accaduti. Ricordo mio padre che, a Scandale, quando narrava qualcosa successo poco prima, poteva tranquillamente usare il passato remoto, come se quell’evento fosse già entrato nella memoria.
Non era soltanto un modo di parlare.
Era quasi un modo di concepire il tempo.
Un fatto accadeva e, nel momento stesso in cui veniva raccontato, sembrava già appartenere al passato, già diventato memoria, già trasformato in qualcosa da tramandare.

Lo stesso uso del passato remoto, del resto, appartiene alla parlata di un territorio molto più ampio, dal Catanzarese al Reggino e, credo, che un tempo anche a buona parte del nostro comprensorio. Con il passare degli anni, da noi, questa consuetudine si è lentamente perduta e il presente ha preso sempre più il posto di quella forma antica.
Ed è proprio in queste piccole tracce linguistiche che forse si nasconde una parte della cultura che abbiamo perduto.
Una cultura fatta di parole tramandate a voce, di espressioni che passavano dai nonni ai figli e dai figli ai nipoti, di detti che spesso non avevano bisogno di spiegazioni perché, dentro quelle poche parole, era già racchiusa un’intera storia.
"Ne gattu fu e ne dimmaggiu fici" è forse uno di quei frammenti.
Un piccolo pezzo di pellicola rimasto nella memoria, come quei vecchi fotogrammi che il tempo ha scolorito ma non è riuscito a cancellare.
E più lo ripeto nella mente, più mi sembra che dietro quella frase ci sia molto più di quanto appare a prima vista: non soltanto un gatto che fa rumore tra i mobili, non soltanto un danno che alla fine non c’è stato, ma un modo antico di raccontare la paura, l’attesa e la liberazione nello spazio di poche parole.

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