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PICCOLI FRAMMENTI DI VITA PAESANA. QUANDO SI CAMMINAVA INSIEME

Quando guardo le foto antiche del mio paese, riaffiora alla mente una società diversa. Forse più povera, ma certamente più vera. Una società...

lunedì 22 dicembre 2025

L'EMIGRAZIONE IN GERMANIA: SACRIFICIO DIGNITA'E MEMORIA

Quanti siete in famiglia? Otto, nove, dieci… famiglie numerose, come era normale allora. Che lavoro fa tuo padre? In Germania. E poi: contadino, operaio, manovale. La maggior parte di noi, con lo sguardo triste, rispondeva sempre allo stesso modo: in Germania, lontano da casa. Da quanto tempo non vedi papà? Da un anno, da mesi. Quando lo rivedrai? Forse a Natale. Ma non era affatto sicuro: chi era partito da tempo doveva spesso aspettare almeno un anno, quando finalmente venivano concesse le ferie. Eravamo bambini delle scuole elementari agli inizi degli anni ’70, anni in cui l’emigrazione si diffondeva come una macchia d’olio nelle regioni del Sud. Quelle domande ce le facevano i nostri maestri, come la mia, la signorina Petruzzelli. Da Scandale partivano in tanti, diretti soprattutto a St. Georgen nello Schwarzwald, ma anche a Leutkirch im Allgäu, dove trovavano lavoro nelle fabbriche o nei cantieri, le famose Baustelle.

In quegli anni partivano molti giovani, spinti dalla curiosità e dal desiderio di conoscere un mondo che appariva più moderno, capace di offrire opportunità e dignità. Ma partivano soprattutto i padri di famiglia, lasciando mogli e figli a casa. Le famiglie erano numerose e, una volta partiti, le donne aspettavano la fine del mese per ricevere le rimesse. Il cambio del marco in lire aveva un valore importante e permise a molti di costruirsi una casa. Spesso, però, accadeva che l’intera famiglia si trasferisse dove il padre lavorava. Così il paese si svuotava: quante case chiuse, quante famiglie costrette ad abbandonare le proprie radici. I lavoratori italiani erano una risorsa indispensabile per l’economia tedesca, ma allo stesso tempo venivano spesso discriminati. Eppure, con sacrificio e perseveranza, dopo anni di lavoro duro, molti riuscirono a diventare parte integrante della società tedesca. E lo sono diventati davvero.

La Germania aveva bisogno di manodopera, l’Italia era piena di disoccupati. Come spesso accade, a pagare il prezzo più alto furono i meridionali, gli ultimi dello stivale. La partenza era un vero dramma familiare, soprattutto per le madri e le mogli. Vedere un marito o un figlio allontanarsi, sapendo che il prossimo abbraccio sarebbe arrivato forse dopo un anno, era un trauma profondo e silenzioso. Era nulla rispetto a chi partiva oltre oceano. Ricordo una mia zia che emigrò in Argentina con la famiglia: mia nonna la considerò come morta. Diceva: “Mia figlia non la vedrò più”. E infatti la prima visita avvenne dopo venticinque anni, che per fortuna ancora la nonna viveva. Si partiva spesso su un pulmino, diretto alla stazione di Crotone per i viaggi nazionali, oppure fino a Lamezia per i collegamenti più lunghi. All’epoca Lamezia Terme non esisteva ancora: era divisa in Nicastro, San Biase e Sant’Eufemia. La stazione si trovava proprio lì, a Sant’Eufemia, che noi chiamavamo semplicemente “Santufemia”.

Da lì iniziava il lungo viaggio: valigie di cartone, borsoni pesanti, vagoni stipati e quasi due giorni di treno. Molti sono rientrati. Molti altri sono rimasti, hanno costruito famiglie e messo radici lontano dalla loro terra. Ma nel cuore c’era sempre un pensiero: un giorno tornare. E per chi non è riuscito a farlo da vivo, il ritorno al proprio paesello è avvenuto comunque, da morto. Perché le radici vere non si spezzano mai. Nella foto vediamo un gruppo di emigrati di Scandale a Leutkirch, riuniti in un momento carico di significato. al centro il nostro vecchio parroco, il compianto don Renato Cosentini, che volle essere presente per dare conforto e sostegno morale. Si fece portavoce presso le istituzioni tedesche, raccomandando quei lavoratori onesti e dignitosi che avevano lasciato tutto per un futuro migliore. È una storia di sacrificio, di dolore e di speranza. È la storia di uomini e donne che hanno costruito ponti tra due Paesi, pagando un prezzo altissimo, ma lasciando un esempio prezioso di coraggio, dignità e memoria che non deve mai essere dimenticato.

giovedì 18 dicembre 2025

HO VOTATO NO AL SOCIAL FREEZING: LA VITA NON SI PROGRAMMA.



Premesso che nutro il massimo rispetto per chi ha posizioni diverse dalle mie e riconosco pienamente la legittimità di una visione laica sui temi etici, ritengo doveroso dichiarare con chiarezza che, su tali questioni, la mia posizione è ispirata a una concezione cristiana, dalla quale difficilmente posso prendere le distanze. Pertanto dico la mia e allo stesso modo esigo anche io rispetto per la mia posizione. Sono anche consapevole che molte delle istanze che giungono all’attenzione delle istituzioni provengono da persone che vivono situazioni di sofferenza, spesso segnate da gravi patologie, e che proprio per questo chiedono comprensione e risposte. 

Tale consapevolezza impone a tutti noi un confronto serio, rispettoso e responsabile, che non perda mai di vista la dignità della persona umana. Tuttavia, a Crotone, a mio parere, ciò non è avvenuto. Ritengo che queste tematiche debbano essere prima approfondite in altre sedi, nelle commissioni consiliari e soprattutto in quella delle pari opportunità. Ormai è chiaro che in questo Consiglio comunale non si vota più per convinzione, ma per convenienza politica. Andiamo ai fatti: dopo che la consigliera Venneri ha già portato in votazione in questo Consiglio comunale una mozione a favore dell’eutanasia e del suicidio assistito, una scelta che non ha avuto il mio voto e che è stata presentata senza un serio e approfondito confronto né in sede di commissione né attraverso convegni o studi adeguati alla delicatezza del tema, oggi, insieme ai consiglieri Antonio Megna, Fabio Manica e Danilo Arcuri, ha avanzato un’ulteriore proposta. Si tratta di una richiesta rivolta alla Regione Calabria per l’adozione di una legge regionale che preveda un contributo economico per il cosiddetto social freezing, con gratuità per le pazienti oncologiche. Il punto è passato con tanti voti a favore, ma la mia posizione è netta e chiara.

L’ho ribadita anche in aula, richiamando le parole semplici ma profondissime del nostro grande monsignore Renato Maria Cosentini, parroco per 56 anni a Scandale: la nascita di un bambino è frutto dell’amore tra marito e moglie. Da sempre, infatti, la procreazione è stata il naturale esito dell’atto coniugale tra i coniugi. Oggi, invece, assistiamo a un progressivo stravolgimento di questo ordine naturale. Dopo milioni di anni di storia umana, si continuano a infliggere colpi alla famiglia tradizionale e al senso stesso della vita. Noi non siamo padroni della nostra vita neppure per un istante: da un momento all’altro possiamo essere chiamati a lasciarla. Figuriamoci se possiamo pretendere di programmarla a nostro piacimento, arrivando persino a pianificare la nascita di un figlio quando la donna non è più naturalmente fertile. Per me, questo rappresenta un affronto alla vita. La maternità non si rinvia. Non esistono motivazioni sociali, di carriera, di studio, di lavoro o legate all’assenza di un partner che possano giustificare pratiche orientate a una futura fecondazione artificiale.

Resto contrario anche al congelamento degli ovociti per gravi motivi medici: la sofferenza va accompagnata, sostenuta e rispettata, non piegata a una logica di manipolazione e pianificazione della vita. Ancora più grave è l’idea di mettere al mondo un bambino sapendo che, fin dalla nascita, potrebbe avere una madre fisicamente fragile e oggettivamente in difficoltà nel sostenerne la crescita, magari in un’età che è già quella della nonna. Per tutte queste ragioni, il mio voto è stato contrario: contrario per motivi etici e spirituali, ma anche per ragioni logiche e di buon senso.

VIAGGIARE A 50 KM/h E SPERARE DI TORNARE A CASA: LA NUOVA NORMALITÀ.

 


Non scrivo per suscitare compassione, ma per rendere testimonianza in un mondo che ormai vive di effimero, di cose momentanee e di vuoto, incapace di avere una visione futura. Più volte ho affrontato il problema dei cinghiali, sia sui miei Social sia nelle sedi istituzionali. Ma la politica, quella globalista e distante, resta sorda. I danni sono enormi, sotto gli occhi di tutti, eppure non esiste volontà per trovare soluzioni concrete.

Oggi non solo ci viene impedito di raggiungere i nostri poderi per “evitare incontri” con questi animali, ma è diventato praticamente impossibile anche per un contadino coltivare un semplice orto per uso familiare. Muoversi è ormai un pericolo costante, soprattutto lungo strade già di per sé malconce. Forse è meglio che restino così: almeno sei costretto a procedere lentamente.Proprio ieri sera, nei pressi del bivio Manile di San Mauro Marchesato, viaggiando a non più di 40–50 km/h, mi sono trovato davanti un cinghiale di dimensioni impressionanti, paragonabile senza esagerare a un vitellino tarchiato. Il risultato è quello che si vede in foto. Mi chiedo: se al volante ci fosse stato qualcuno a velocità sostenuta, oggi parleremmo solo di danni materiali o anche di vittime?

Denunciamo, segnaliamo, protestiamo. Ma a cosa serve, se la politica continua ad ascoltare solo l’élite e non più il popolo? Ovviamente non chiedo alcun risarcimento. Tra l’altro, per ottenerlo sarebbe stato necessario documentare l’accaduto con il cinghiale giacente sulla strada, che per sua fortuna è rimasto vivo. In ogni caso, non avrei chiesto neanche un centesimo, anche a causa di una burocrazia soffocante e scoraggiante.Del resto, percorriamo quotidianamente strade che sembrano una groviera, piene di buche e deformazioni, dove la sicurezza è ormai calpestata e dimenticata. È come dire, dalle sagge parole dei nostri detti: “avimu pirdutu l’occhi e jammu circandu i pinnulari”?

sabato 13 dicembre 2025

LA DONNA, IL PADRE ETERNO E LE SORTI DEL MONDO.

 

Premetto che, dal punto di vista religioso, le mie sono semplici riflessioni, spesso spontanee ma anche meditate. Lungi da me atteggiarmi a sapiente della fede. Pur nel rispetto delle altre confessioni, in particolare di quelle appartenenti ad altre denominazioni cristiane, che spesso con loro trovo condivisione anche se il mio pensiero si colloca chiaramente all’interno di una visione cattolica Spesso il cristianesimo, ancora di più si accusa la Chiesa cattolica di essere maschilista. Mi riferisco, ovviamente, alla Chiesa di un tempo, e non prendo in considerazione quella di oggi, segnata da continue uscite barcollanti e moderniste, dalle quali prendo le distanze. Tale accusa nasce dal fatto che il ministero sacerdotale è affidato agli uomini. In apparenza può sembrare così, ma nella sostanza la realtà è ben diversa.

È vero: gli Apostoli erano uomini e lo sono stati anche i loro successori, i vescovi. Tuttavia, non possiamo ignorare che molti di loro, oggi, sono lontani dallo spirito delle origini, spesso secolarizzati, e i frutti di questa deriva sono sotto gli occhi di tutti. Ma fin dall’inizio della storia della salvezza, Dio ha affidato alla donna un ruolo decisivo e insostituibile. Il Padre eterno non ha mai agito senza coinvolgere la libertà umana, e in modo particolare quella femminile. Dio bussa sempre alla porta del cuore e chiede un “sì”. Non impone, non forza: rispetta il libero arbitrio. Ma da quel “sì” o da quel “no” dipende il destino dell’uomo.

Pensiamo alle origini: Adamo ed Eva. Dio non aveva bisogno del consenso di Eva per creare il paradiso terrestre, ma pretese l’obbedienza, perché l’obbedienza è amore fiducioso. Il rifiuto di ascoltare Dio, quel “no”, ci è costato il peccato originale, una ferita che ciascuno di noi porta dentro e che, se non viene sanata, può costare la perdita della salvezza eterna. Eppure, nella storia, una Donna ha detto “sì” senza esitazione. Maria. Quando l’angelo le annuncia il progetto divino, non tergiversa, non chiede garanzie, non pretende spiegazioni umane: risponde con un atto di totale fiducia. Quel “Eccomi” ha cambiato il corso della storia. Accogliendo Cristo nel suo grembo, Maria ha portato al mondo la Salvezza. In Gesù Cristo, Figlio di Dio, ci viene annunciata la vita nuova.

Per questo la donna nella Chiesa, è molto più centrale di quanto si voglia far credere. Il primo e decisivo “sì” alla redenzione è stato pronunciato da una Donna. E non è tutto. La donna non appartiene solo al passato: avrà un ruolo unico anche nel tempo finale, nel compimento della storia Lo testimonia il Vangelo di Giovanni nell’Apocalisse: «Vidi una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle …» Quella Donna è segno di speranza, di vittoria, di maternità spirituale. È la prova che Dio affida alla donna le svolte decisive della storia della salvezza. Forse il "sì“ di una donna al Padre Eterno può ancora cambiare il mondo, anche nelle piccole cose, semplici e quotidiane

lunedì 8 dicembre 2025

Non potrei essere me stesso, oggi, se non ti dedicassi un pensiero in un giorno così importante. Lo sai: sei sempre presente nella mia mente. Ti invoco in ogni momento, perché ho sempre creduto che tu sia una cooperatrice che non oscura né diminuisce l’unica mediazione di Cristo. Nel progetto di salvezza voluto dal Signore, infatti, duemila anni fa Lui ha scelto te, di incarnarsi nel tuo seno e di rivelarsi a noi attraverso di te.

Ti dedico questo momento, tu che nella mia vita hai compiuto meraviglie e mi hai dato la forza di essere sempre più saldo e libero, in un mondo che spesso rincorre la vanità.

Con venerazione oggi celebriamo la solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, una delle verità più luminose della fede cattolica, testimoniate nelle sue apparizioni a Lourdes. Chi più di Lei può condurci a Dio? Maria è la via sicura, il sentiero diretto che ci introduce al cuore di Cristo. 

La Chiesa l’ha sempre riconosciuta come mediatrice di grazia: non perché tolga qualcosa al Signore, ma perché tutto ciò che compie conduce a Lui.

È un pilastro del cammino cristiano: colei che ha schiacciato, schiaccerà la testa del serpente e continua a proteggere i suoi figli dalle insidie del male.

Continuerò ad appoggiarmi a te, lasciando che la tua Immacolata Purezza illumini la nostra vita e il nostro cammino verso la Gerusalemme celeste.

domenica 30 novembre 2025

CROTONE E LE ELEZIONI DEL 2026: TRA MANOVERE SILENZIOSE E GIOCHI DI POTERE RISCHIA DI PREVALERE ANCORA LA POLITICA DELLE MULTINAZIONALI. LA CITTA’ DOVRA’ RIPRENDERSI IL FUTURO.

Crotone vive una delle fasi più delicate della sua storia recente. Mentre i partiti osservano in silenzio, chiusi in una prudenza che sa più di calcolo che di responsabilità, i cittadini attendono di capire quale sarà la direzione della prossima stagione amministrativa.
La domanda che circola non è più “chi sarà il prossimo sindaco”, ma una molto più scomoda: “a chi risponderà il prossimo sindaco?”
Una città che ha già pagato troppo, e rischia ancora una volta di pagare un maggiore tributo, forse molto salato. Per decenni Crotone è stata un laboratorio sperimentale nelle mani altrui. Non un progetto politico nato in città, ma un territorio usato, sfruttato, manipolato. Basta vedere come siamo isolati, sempre meno infrastrutture, meno popolazione e più disoccupazione. Le multinazionali, protagoniste ingombranti, hanno lasciato dietro di sé promesse mancate e ferite ambientali mai risanate. Le bonifiche, annunciate e mai completate, sono ancora lì a testimoniare una gestione lontana dagli interessi dei cittadini. Eppure, ogni cinque anni, tutto ricomincia da capo, come se la memoria collettiva fosse un dettaglio secondario.
La verità è semplice: Crotone non può più permettersi figure cresciute nei salotti delle multinazionali, portatrici di un’agenda dettata altrove e non costruita per la città.
Tra i temi più gravosi che incombono sul futuro del territorio c’è quello dei rifiuti industriali giacenti da decenni, che neppure in questo lustro si è riusciti a rimuovere definitivamente. Poi ci sono gli impianti di smaltimento, le cui lavorazioni sono destinate ad aumentare sempre di più: lo dimostrano le ultime concessioni di ampliamento a favore di A2A. Questo settore è un vero campo di battaglia, in cui si muovono aziende di calibro nazionale e poteri forti, spesso trasversali, che alla città danno pochissimo rispetto all’impatto e alle devastazione del territorio. Da settimane la domanda che gira non è “chi è il candidato migliore?”, bensì: “chi è la persona giusta per le aziende che operano nel settore?” Un interrogativo che pesa come un macigno, perché racconta con chiarezza la posta in gioco. In questo quadro, i partiti sembra che restino immobili. Osservano, non parlano, non scelgono. Un silenzio che sa di convenienza o, peggio, di paura. Qualche apparizione sporadica, comparse che si affacciano giusto per non scomparire, ma nessuno che abbia il coraggio di prendere una posizione netta. È un comportamento che inquieta: una politica debole, timorosa, incapace di difendere la città dai poteri che da anni contano più del Consiglio comunale. Gli ultimi cinque anni lo dimostrano chiaramente. Ma in tutto questo il peggiore pericolo è: “ un uomo di legno”
La storia recente è un monito: quando la politica tace e le lobby parlano, nasce un sindaco “di legno”, un amministratore che indossa la fascia tricolore ma non governa.
Un sindaco che esegue, non decide. Crotone non può più permettersi una guida così.
Un’altra stagione di immobilismo significherebbe perdere ancora una volta l’occasione di cambiare rotta e condannare una nuova generazione a un destino senza prospettive.
Attualmente, chi è realmente in campo? Di certo rimarrà l’attuale sindaco, Vincenzo Voce con il suo movimento, anche se ancora non sappiamo se correrà da solo o con il sostegno dell’intero centrodestra. Su di lui preferisco non pronunciarmi: ho già espresso ampiamente il mio dissenso. C’è poi Vito Barresi, che fin dall’inizio di quest’ultima sindacatura ha dato la sua disponibilità. la mia riflessione, però, oggi riguarda soprattutto la politica dei partiti crotonesi , e non solo, che finora non hanno certo brillato per esempi di buona amministrazione. Sarà questa la volta buona? Ne dubito. Intanto, però, la scelta non può più essere rimandata. Il bivio è chiaro:
un sindaco libero, competente, radicato nella città, capace di dire no quando serve e sì quando è davvero utile;
oppure l’ennesimo amministratore imposto, utile ai poteri economici e non ai cittadini.
Crotone non può continuare a essere un terreno di conquista. Ha bisogno di una guida che conosca le sue ferite, i suoi bisogni, le sue potenzialità, e che non abbia debiti politici da saldare. Non c’è più spazio per leggerezze né per candidature calate dall’alto. Il futuro della città non può essere lasciato all’incertezza o alle pressioni esterne. Crotone è davvero a un bivio: scegliere un futuro autonomo e coraggioso o restare intrappolata nel passato. Sono convinto che la decisione arriverà presto e che tutti saranno costretti a scoprire le proprie carte. Stavolta la differenza la farà il coraggio: quello di chi saprà rompere gli schemi e quello di una città che deciderà finalmente di sostenerlo. Qualcuno mi chiede: “E tu che farai?”. Sinceramente, ho le mie idee, ma al momento anche io resterò a guardare. Una mia candidatura al consiglio comunale, con questi chiari di luna, la vedo assai lontana: finché le maggiori forze cittadine continueranno a nascondersi dietro un dito, senza trasparenza né prese di posizione chiare, l’idea non mi attira affatto.

mercoledì 26 novembre 2025

CAMPAGNA SOTTO ASSEDIO? IL DIRITTO DI VIVERE LA TERRA STA SCOMPARENDO

 

Io la campagna la porto nel cuore. Mio padre era agricoltore e, fin da bambino, le giornate trascorse tra i campi non mancavano. Forse è per questo che, ancora oggi, difendo con forza quel mondo: lo faccio sui social, ma soprattutto nei contesti politici e culturali. Eppure, ogni volta che affronto questo tema, mi accorgo che molti non colgono la gravità della situazione. Siamo abituati a pensare che lo Stato ci protegga, soprattutto ora che viviamo in un’Unione Europea sempre più distante da certi valori essenziali. I fatti di questi giorni sembrano confermare che qualcosa stia cambiando in una direzione preoccupante: tre bambini sono stati allontanati dalla loro famiglia, che vive in una casa nel bosco in Abruzzo, con la motivazione dell’obbligo scolastico. Come se l’educazione parentale non fosse pienamente legittima secondo la Costituzione e le leggi vigenti, soprattutto quando svolta con il supporto di una scuola autorizzata.

E poi, nelle nostre campagne, quante persone sono cresciute, e ancora oggi vivono, in zone isolate, senza che sia mai mancata l’istruzione? Allora la domanda sorge spontanea: cosa sta succedendo davvero? C’è davvero la volontà di scoraggiare chi vuole continuare a vivere in campagna?Le preoccupazioni che un tempo sembravano esagerate oggi appaiono sempre più concrete: la figura del contadino rischia di scomparire. Nei paesi ne restano pochi, e quel poco che rimane frequenta sempre meno i campi. Perché? Perché da 10–15 anni assistiamo a una proliferazione incontrollata dei cinghiali, che devastano i raccolti e spaventano soprattutto gli agricoltori più anziani, ormai timorosi perfino di entrare nei propri terreni.

Non voglio offendere nessuno, tantomeno gli animalisti: lo sono anch’io. Non credo nella caccia indiscriminata, ma credo nella gestione. Un tempo lo Stato, e ancor più le Regioni, applicava protocolli seri per evitare questa situazione. Oggi non più. Il cinghiale ha diritto di vivere in campagna, certo. Ma anche l’uomo. E allora mi chiedo: vi capita di andare oggi nelle campagne? Quanta desolazione, quanto abbandono. Quanti querceti e quanti alberi di pregio spariti, nessun controllo, e  dulcis in fundo,  mini discariche ovunque lungo le strade. Una vergogna. L’abbandono della terra significa spopolamento delle campagne e dei nostri borghi che un tempo vivevano di agricoltura.

E cosa c’entra tutto questo con la vicenda dei bambini sottratti alla famiglia? C’entra eccome. Perché ho l’impressione che le attuali politiche stiano orientando l’uso delle terre verso finalità che poco hanno a che vedere con la vita agricola: grandi distese di pannelli fotovoltaici e impianti eolici che avanzano ogni anno. Allora mi domando: si vuole scoraggiare la presenza dell’uomo nelle campagne, rendendogli la vita impossibile? A me sembra che stiamo andando proprio in quella direzione. Sbaglio? Nella storia della Repubblica non si era mai vista una tale incapacità,o mancanza di volontà, nel controllare la fauna selvatica, né un abbandono così evidente di ettari di boschi, che un tempo erano considerati patrimonio pubblico. Il risultato? In campagna ci va sempre meno gente. E chi ancora sceglie di viverci si trova in condizione di essere scoraggiato e ostacolato.

sabato 22 novembre 2025

È IL TEMPO DEI PREPOTENTI, MA… C’È SEMPRE QUELLO DI DIO!

 

Quando finirà il tempo dei prepotenti? Oggi sembra di essere al culmine. La domanda mi è sorta ascoltando le parole di un saggio uomo religioso, mentre scorrevo distrattamente i social. Da lì è nata una riflessione: viviamo davvero in un’epoca in cui la prepotenza sembra aver messo radici ovunque, dai vertici più alti della società fino alle sue basi. Dai poteri politici a quelli culturali, da quelli economici a quelli religiosi. Tutto vacilla, e spesso non ce ne accorgiamo neppure.

Sono tempi di sopraffazione. I prepotenti, coloro che impongono la propria volontà con arroganza, forza o inganno, non agiscono più nell’ombra. Un tempo si nascondevano dietro nobili parole o ruoli prestigiosi; oggi agiscono alla luce del sole, senza timore e senza vergogna. Basta accendere la televisione: parlano di politicamente corretto, ma poi sono i primi a insultare, con parolacce, manca solo la bestemmia, anche nella televisione di Stato. È come se ogni argine morale si stesse sciogliendo, come se nulla riuscisse più a frenare il dilagare dell’arroganza. Le tenebre avanzano e l’uomo, sempre più spesso, non sente più il bisogno di stare con Dio. Per molti, Dio non è più “comodo”, anche per tanti consacrati, in un mondo che corre verso l’individualismo assoluto. E allora viene spontaneo chiedersi: se ancora abbiamo un briciolo di fede, davvero non vediamo che forse ci stiamo avvicinando ai tempi dell’Apocalisse?

“I tempi dei prepotenti” sono qui, sotto i nostri occhi: tempi in cui dominano coloro che opprimono, che impongono, che governano con l’arroganza invece che con il servizio. Non ce ne accorgiamo; viviamo nella cecità. Forse è quella stessa cecità che la Bibbia indica quando afferma che alla fine dei tempi Dio manderà una potenza d’inganno a coloro che non hanno accolto la verità: non vedremo più il bene, la retta via e la giustizia. Guerre imposte dall’alto senza giustificazioni, poteri affidati a uomini non degni, che li esercitano come pedine, spesso in cambio di pochi soldi o,  per un piatto di lenticchie.

Assistiamo a un cambiamento culturale che spaventa: stiamo dissolvendo l’identità umana, le famiglie si indeboliscono e scompaiono, diritti conquistati con sacrificio vengono erosi e si intravede persino il rischio di nuove forme di schiavitù. Una volta, forse, le cose sembravano più giuste; oggi viviamo un’epoca in cui la prepotenza non si annida solo nel potere politico o economico, ma anche nella quotidianità: nelle relazioni, nel linguaggio, nelle scelte collettive. La corruzione si espande, la morale si perde.

Eppure, proprio quando i prepotenti dominano, è fondamentale non arrendersi. La storia insegna che ogni oscurità genera la sua luce, e che ogni arroganza trova prima o poi il limite della sua stessa cecità. Come ricordano le sagge riflessioni spirituali, esiste una sola via di salvezza e di resistenza autentica: il ritorno a Dio. Non un ritorno rituale, formale o di facciata, ma un ritorno del cuore, della coscienza, della verità. Perché solo una società che rimette Dio al centro può sperare di liberarsi davvero dalla prepotenza degli uomini.

giovedì 20 novembre 2025

ATTORNO AL FOCOLARE UN TEMPO TUTTE LE MAGIE, MA ANCHE MISTERO.... VI RACCONTO!

"C’era ’na vota, cu’ami si dicìssa…”

Era così che, nel nostro paese, si dava inizio a una favola, "na fravula". Non so se anche nelle altre comunità calabresi si usasse la stessa espressione, ma da noi bastava pronunciarla per compiere una piccola magia: riunire tutta la famiglia, dai bambini più piccoli ai nonni.  Succedeva quasi sempre di sera, all’imbrunire, quando il buio calava sulle case e fuori non c’era più motivo di trattenersi. Le strade si svuotavano e la vita si spostava dentro, attorno a quel piccolo mondo domestico che prendeva forma intorno al braciere, “a vrascera” : un semplice contenitore di metallo pieno di carbone ardente, nato per scaldare le stanze lontane dal focolare, ma che finiva per scaldare molto di più i cuori che le mani.

In quelle sere fredde, soprattutto quando il maltempo imperversava e i tuoni si facevano sentire forte, interrompendo il silenzio con colpi improvvisi, ritrovarsi attorno alla brace diventava un rito. Ogni tuono era una pausa, un istante in cui tutti restavamo fermi, vicini, quasi a cercare protezione l’uno nell’altro, sì, perché spesso il lampo provocava l’interruzione dell’energia elettrica e si resta totalmente al buio, la luce si produceva con le fiamma della legna o si accendevano le candele di cera che allora non mancavano nelle case. E mentre le braci crepitavano piano, si preparavano i ceci da arrostire nel coppo: un profumo semplice, antico, che già da solo bastava a far sentire che una storia stava per cominciare.

Poi arrivava la frase che apriva le porte al meraviglioso: “C’era ’na vota cu’ami si dicìssa…” E insieme alla frase, iniziava anche il rito di mangiare quei ceci caldi, come oggi si mangerebbe il pop corn al cinema. In fondo, era proprio questo: il nostro piccolo cinema di casa, prima ancora che le sale cinematografiche arrivassero nei paesi e cambiassero quelle abitudini.

Le favole duravano poco. Ma non quelle di mio padre. Lui le faceva durare finché non ci addormentavamo tutti, uno dopo l’altro, come candele che si spengono piano. Era il suo modo dolce e paziente di accompagnarci nella notte. Mio padre non raccontava soltanto: interpretava.

Con la sua voce, la mimica, i gesti, riusciva a farci vivere ogni scena come se fossimo dentro un film. Non si limitava a narrare la trama: ce la mostrava. E noi la vedevamo davvero. Ma c’era ancora di più. La favola doveva sempre terminare con quelle storie che un po’ ci inquietavano, le famose “chiri chi fannu spagnàri”. Erano racconti che, dicevano, erano accaduti davvero, di anime del purgatorio che si ripresentavano. E noi bambini, anche i più piccoli, li aspettavamo con un misto di timore e desiderio, sapendo che ci avrebbero fatto stringere un po’ di più gli uni agli altri, soprattutto quando si rimaneva letteralmente a lume di candela, nessuno andava a letto da solo, si decideva insieme, come una piccola squadra nella notte.

E così, attorno al braciere o al focolare, ci lasciavamo prendere da quelle paure buone, quelle che alla fine ti consumano piano piano e ti lasciano cadere nel sonno. Nelle famiglie numerose, la favola era un rituale. E soprattutto, era il più dolce dei sonniferi.

martedì 11 novembre 2025

Ecco perché il sindaco Voce non doveva ritirare le dimissioni

 


Mi rivolgo a quei cittadini e politici che amano definirsi “paladini della cultura”, custodi di un’etica laica o cristiana, ma che oggi tacciono. O peggio, sostengono l’indifendibile. Davvero dobbiamo accettare che un sindaco, in pieno Consiglio comunale, aggredisca verbalmente delle consigliere, urli contro chi lo contesta, in aula o tra il pubblico, e arrivi perfino a presentarsi sui luoghi di lavoro dei consiglieri per azzittirli?Con il ritiro delle dimissioni, Crotone e la sua classe politica sdoganano l’inaccettabile. Si afferma che l’arroganza è tollerabile, che la violenza verbale, e ormai anche quella fisica, può diventare linguaggio istituzionale. È un segnale devastante. Solo per questi comportamenti, Voce andava escluso dalla politica, non accolto con applausi e abbracci. Una città che non tutti si indignano. Nessuna presa di distanza da quei consiglieri che in un batter d'occhio hanno costruito una nuova maggioranza, nessuna voce dal mondo culturale. Anzi, lo si incoraggia a restare. Perché?

Davvero si crede che Voce sia l’unico in grado di risollevare la città? O dietro questa difesa compatta si nascondono interessi meno nobili? Il tradimento di uno spirito civico.  Il “civico” Voce ha tradito lo spirito con cui si era presentato ai crotonesi. Aveva giurato che non si sarebbe mai piegato ai partiti, tanto meno ai sostenitori dell’onorevole Sculco. Eppure oggi, dopo aver cambiato schieramento come si cambia giacca, si ritrova proprio con loro nella sua “nuova” maggioranza. Dal giorno dell’insediamento, il suo progetto politico si è sgretolato. Il movimento civico Tesoro Calabria, fondato da Tansi e portato come bandiera elettorale a Crotone , si è dissolto in pochi mesi, lasciando solo macerie e delusione. Non è forse questo un tradimento politico e morale verso chi aveva creduto in lui?

Perché Voce non doveva ritirare le dimissioni? Non per amore di Crotone, ma perché oggi incarna tutto ciò che la città non dovrebbe più essere. Un sindaco che cambia bandiera, che distrugge la propria creatura politica, che urla invece di dialogare, che confonde la guida con il comando… e che arriva persino alle mani con i suoi. Surreale è dire poco. C’è chi prova a giustificarlo: “Sì, non ha modi giusti ma ha fatto tanto per la città.” No. A Crotone non è stato fatto tanto. Sono state fatte solo omissioni, e ogni problema si è aggravato fino a diventare una ferita aperta. L’accordo con Eni: dal “nemico” all’alleato. In campagna elettorale, Voce si era presentato come il nemico giurato dell’Eni. Prometteva dignità, difesa del territorio, riscatto ambientale. Eppure, appena eletto, il primo atto concreto è stato un accordo proprio con l’Eni. Arrivano così 18 milioni di euro nelle casse comunali: ossigeno politico immediato, ma al prezzo di un benessere effimero, costruito su opere di poco conto, spettacoli e serate mentre la città continua a respirare veleno. Crotone balla, ma muore lentamente. E se qualcosa si è mosso sul fronte ambientale, non è stato grazie al sindaco, ma ai comitati cittadini, a chi lotta senza passerelle né ritorni d’immagine. Giammiglione, rigassificatore, parchi eolici: battaglie combattute da soli.

La discarica di Giammiglione è stata scongiurata grazie alle nostre battaglie e a una mozione che ho portato e fatto approvare in Consiglio comunale. Il rigassificatore è tornato al centro del dibattito solo grazie al nostro intervento, con una mozione che ha portato a un voto chiaro contro. E sui parchi eolici, questa amministrazione ha consentito l’ampliamento verso il Papaniciaro e perfino il progetto del parco offshore: anche lì, abbiamo dovuto batterci da soli per difendere il territorio e il mare crotonese. Bonifica e salute: una farsa ai danni dei cittadini. Sulla bonifica, l’Eni conduce una finta operazione, senza trasparenza né garanzie per la salute pubblica. Dopo cinque anni, nulla di concreto. Nel frattempo, i dati sanitari peggiorano, ma il sindaco tace, come se nulla stesse accadendo. Distretto energetico e rifiuti: silenzi e complicità. Negli ultimi anni, gli smaltimenti industriali sono aumentati. Abbiamo chiesto un Consiglio comunale aperto ai cittadini e ci siamo battuti, ma alla fine A2A ha ottenuto l’ampliamento, con la complicità della Provincia e del suo Presidente alleato. Nel silenzio generale, Crotone è diventata terra di scarico. Persino la mia proposta di legge per tutelare il territorio crotonese è stata bocciata da questa amministrazione. Un altro tradimento verso i cittadini. Emergenza idrica: un disastro annunciato.Reti idriche vecchie di quasi un secolo, quartieri senz’acqua e nessun piano concreto. Eppure una possibilità c’era: utilizzare parte dei fondi Eni per ripristinare i serbatoi di San Giorgio, indispensabili per garantire un approvvigionamento stabile. Una delibera lo prevedeva, ma la giunta Voce, la stessa che l'aveva deliberata, l’ha revocata. E la mozione che abbiamo presentato in Consiglio è stata bocciata dalla sua nuova maggioranza.

E allora mi chiedo: nostalgia di cosa, esattamente? Di un sindaco che promette e poi si smentisce? Di un’amministrazione che cancella invece di costruire? Forse sì: è la nostalgia di farsi del male da soli. Voce non doveva ritirare le dimissioni perché ha tradito i suoi principi, i suoi elettori e perfino se stesso. Crotone merita una guida, non un comandante. Merita coraggio, non convenienza. Merita verità, non compromessi.

domenica 2 novembre 2025

LA TRAGEDIA DI DONNA PEPPA E DEL FIGLIO PUGNALATO AL CUORE

 

Una storia accaduta un secolo fa 

Quella che racconto oggi è una storia vera, accaduta circa un secolo fa a Scandale (KR) dove fino a poco tempo fa ancora si tramanda un antico detto, usato come malaugurio verso chi si macchiava di cattive azioni:

«Chi vò murìri cuami u fijjiu i donna Peppa» – “Che tu possa morire come il figlio di donna Peppa”. 

Dietro queste parole, tramandate di generazione in generazione, si cela una tragedia tanto dolorosa quanto umana, che parla di miseria, orgoglio e soprattutto di un amore sconfinato: quello di una madre per il proprio figlio. La storia l’ho appena terminata di ricostruire questa sera, ma i nomi e i personaggi mi sono stati forniti con pazienza e passione dall’ex ufficiale dell’anagrafe di Scandale, Nicola Carvelli, mio cugino, che, attraverso documenti e testimonianze d’epoca, riuscì a risalire ai veri protagonisti di quel dramma, realmente vissuti agli inizi del Novecento.

Donna Peppa Contestabile, il cui nome completo era Giuseppina Contestabile, portava un titolo che un tempo apparteneva alle famiglie aristocratiche: quel “donna” che evocava nobiltà e rispetto. Ma di quella nobiltà lei non possedeva che il nome, perché la vita l’aveva privata di tutto. Non aveva marito, non aveva ricchezze, solo un figlio nato da padre sconosciuto. Quel figlio si chiamava Antonio Salvatore Contestabile. Essendo il padre ignoto, portava il cognome della madre. Per donna Peppa, Antonio era tutto ciò che aveva.

Antonio era un giovane alto, forte, dal carattere fiero. A Scandale incuteva timore e rispetto: pochi osavano contraddirlo. Forse per orgoglio, forse per gioventù, amava scherzare, talvolta anche con troppa durezza. E fu proprio questo a segnare il suo destino. Un giorno prese di mira un povero pastore del paese, un ragazzo umile ma dal cuore puro, innamorato di una giovane donna che, si diceva, non fosse indifferente nemmeno ad Antonio. Da lì nacque una rivalità silenziosa, un rancore che covava sotto la cenere.

Fu così che, in un pomeriggio d’estate, all’ingresso di Via Garibaldi a Scandale, tra la casa di Luigi De Biase e la vecchia bottega di "Micu i Carru", il destino tese la sua mano crudele. Antonio, con i soliti toni beffardi, schernì ancora una volta il pastore davanti ad altri due compaesani, nobili del paese che, si dice, lo avevano aizzato. L’altro, accecato dall’ira e dall’umiliazione, estrasse un pugnale e, in un solo, terribile gesto, glielo conficcò nel petto. Antonio Salvatore cadde a terra senza un grido. Il suo corpo, imponente e forte, divenne improvvisamente fragile e inerme.

Quando la notizia raggiunse donna Peppa, un urlo squarciò il silenzio del paese. Si dice che corse subito fino al luogo del delitto, che abbracciò il corpo del figlio e non volle più lasciarlo andare. Si racconta anche che, in preda alla follia del dolore, avvicinò le labbra alla ferita del figlio e ne succhiò il sangue, come per voler trattenere in sé la vita che stava svanendo.

E così, di madre in figlio, di generazione in generazione, a Scandale rimase vivo quel detto:

«Chi vò murìri cuami u fijjiu i donna Peppa»,

non come semplice malaugurio, ma come monito e ricordo di una tragedia che nessuna madre dovrebbe mai vivere.

mercoledì 22 ottobre 2025

PISCINA OLIMPIONICA CROTONE, IL COMUNE NAUFRAGA DEFINITIVAMENTE.

 

Se Crotone può ancora sperare di formare nuovi campioni nel nuoto, di certo non sarà grazie all’amministrazione comunale. Anzi, sulla vicenda legata alla piscina olimpionica, il Comune ne esce sconfitto su tutti i fronti, dimostrando una totale assenza di capacità politica, gestionale e visione strategica.

Le parole amare su un comunicato stampa di ieri della Kroton Nuoto lo confermano: i problemi non solo non vengono risolti, ma vengono aggravati da un atteggiamento passivo da parte di chi dovrebbe rappresentare legalità, equità e buon senso. È emblematico che il Sindaco comunichi il fallimento del tentativo di mediazione, avviato il 7 ottobre, con un semplice messaggio WhatsApp. Un tentativo nato con l’obiettivo di permettere ai ragazzi della Kroton Nuoto di tornare ad allenarsi nell’impianto comunale, naufragato per le "valutazioni legali" di una delle parti coinvolte, senza che l’altra fosse nemmeno informata. Il Comune, proprietario della struttura, è rimasto a guardare per mesi il conflitto tra le due società gestrici, lasciando che degenerasse in una guerra senza fine. Nessun intervento autorevole, nessuna mediazione efficace, solo silenzi, rinvii e scaricabarile.

La Kroton Nuoto, una realtà importante dello sport crotonese, è stata mollata, lasciata sola, costretta a portare i propri atleti a Catanzaro pur di garantire continuità agli allenamenti. Ragazzi crotonesi esclusi di fatto da un impianto pubblico che avrebbero pieno diritto di utilizzare. Una ferita per la città, una vergogna istituzionale. Se un’amministrazione non è in grado di garantire la convivenza e il rispetto delle regole tra due realtà sportive che condividono una struttura comunale, come può affrontare questioni più complesse che richiedono visione, responsabilità e coraggio?

Oggi Crotone è ostaggio dell’immobilismo. Di un’amministrazione che, invece di costruire coesione, alimenta divisioni. Che, invece di tutelare i cittadini, soprattutto i più giovani, li spinge a cercare fuori ciò che dovrebbe essere garantito dentro la propria città.

Una città che vuole crescere non può permettersi di perdere i suoi talenti per colpa della burocrazia, dell’inefficenza, della totale indifferenza.

lunedì 20 ottobre 2025

OGGI È IL CENTENARIO DI PAPÀ. IL BREVE RICORDO DI UN UOMO DI ALTRI TEMPI




Oggi mio padre avrebbe compiuto 100 anni. Non sono solito fare commemorazioni sui social, ma oggi sento il bisogno di fermarmi e ricordare. Per lui. Per mio padre, Ippolito. Un uomo laborioso, instancabile, fedele alla sua famiglia. Un padre che ha generato ben 15 figli,  due bimbe volate via troppo presto, un aborto gemellare… alla fine siamo rimasti in undici. La sua esistenza fu segnata anche da un dolore profondo: la perdita improvvisa di un figlio di appena 25 anni, Fedele, uno dei primi impiegati della locale Cassa Rurale. Dopo la dipartita dei genitori ci vennero a mancare la prima e l'ultima delle figlie, Rosa e  Fiorella. Una famiglia numerosa, cresciuta con fatica ma anche con tanta dignità, anche grazie all’immenso sostegno di mia madre.

Loro non conoscevano vacanze, né riposo. La vita era un dono di Dio, e allo stesso tempo, la loro esistenza era un’offerta quotidiana, fatta di sacrificio e amore. Mia madre, donna profondamente cattolica, era una testimone viva della fede. Mio padre, invece, era un credente a modo suo: per lungo tempo legato agli ideali di un comunismo puro, anticlericale come molti contadini dell’epoca. Ma credeva. E proprio attraverso le sue labbra, un giorno, il Signore mi parlò. Perché Dio sa scegliere le vie più misteriose per richiamare a sé i propri figli. Non sempre servono parole: spesso basta l’esempio. 

E mio padre, con il sudore del suo lavoro, con la sua dedizione, con la forza silenziosa che lo accompagnava, è stato un testimone autentico. Un tempo, fare i genitori significava molto più che crescere ed educare i figli. Bisognava pensare anche al loro futuro, al matrimonio, alla sistemazione, soprattutto delle figlie. C’era da preparare il corredo, da arredare la casa… E in una famiglia come la nostra, con cinque maschi e ben sei femmine, il lavoro non finiva mai. Ma lui non si lamentava. Si alzava ogni giorno alle cinque del mattino. Il rombo del suo trattore, uno dei quali ancora oggi cammina,  rompeva il silenzio dell’alba.

Poi si metteva in marcia verso il suo amato podere: "Faragone- Latina". Lì cominciava la sua vera giornata: fatta di fatica, di sudore, di sacrificio quotidiano. Solo una breve pausa a mezzogiorno, giusto il tempo di consumare 'a spisa, il pranzo semplice preparato da mia madre. Di solito "pipi e patati", il cui profumo ci arrivava fin dentro il letto nelle prime ore del mattino. Poi, di nuovo al lavoro, fino alle cinque del pomeriggio, ma anche più tardi. Quasi al tramonto riprendeva la via del ritorno con il suo trattore, un viaggio di almeno tre quarti d’ora. Arrivava stanco, certo, ma col sorriso. E noi, puntuali, ad attenderlo. Perché portava con sé i frutti della terra. I prodotti più abbondanti li lasciava in magazzino, ma quelli più prelibati li portava a casa, dentro "u panaru".

E allora, tutti intorno a sbirciare nel cesto: secondo la stagione c’erano fichi fioroni, nespole, albicocche, uva… Una festa di colori, di profumi, di sapori. Era la nostra ricompensa. E il suo modo silenzioso di amarci, ogni singolo giorno. È difficile raccontare tutta la sua vita, potrei scrivere libri,  ma oggi basta per ricordare un uomo, un uomo di altri tempi. E, nel centenario della sua nascita, voglio ancora dire: grazie, papà.

domenica 19 ottobre 2025

11° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI GINO SCALISE. UOMO SANTO

Una vita donata, una fede vissuta, un’eredità che ancora parla. Oggi ricorre l’undicesimo anniversario della morte di #GinoScalse, figura indimenticabile per la nostra comunità e per quanti hanno avuto la grazia di incrociare il suo cammino. Presidente diocesano dell’Azione Cattolica per lunghi anni, insignito anche dell’onorificenza vaticana di "#CavalieredelPapa", sindaco del nostro paese dal 1979 al 1983, Gino è stato molto più di un amministratore o di un dirigente ecclesiale.

È stato un uomo giusto, un servo buono e fedele, che ha fatto della propria vita un’offerta continua a Dio e agli altri. La sua esistenza è stata un apostolato quotidiano, semplice e silenzioso, vissuto tra le vie del paese, nelle case della gente, nelle chiese e nei luoghi di incontro. Il Vangelo era la sua bussola, l’amore il suo linguaggio. Gino non ha mai trattenuto nulla per sé, ma si è spogliato di tutto, anche di ciò che era poco, per metterlo nelle mani di chi aveva bisogno. Se è vero che "c'è più gioia nel dare che nel ricevere" (At 20,35), Gino ne è stato testimone radicale: ha dato beni materiali, ma ha dato anche sorrisi, parole di conforto, ascolto e speranza.

La sua casa era aperta a tutti: un focolare vivo, una mensa di fraternità, un porto sicuro per gli smarriti, una fonte zampillante dove chiunque poteva abbeverarsi. Chi entrava da lui, usciva diverso: più sereno, più forte, più credente nella vita. La sua figura è stata giustamente ricordata da in tante occasioni, da mio zio, Iginio Carvelli, che ne ha raccolto testimonianze nei suoi scritti, libri e in diverse manifestazioni pubbliche. E anche durante il mio mandato da sindaco, ho collaborato con lui per tenere viva la memoria di questo piccolo grande uomo, attraverso convegni, incontri, e momenti di riflessione collettiva.

Come il buon samaritano, Gino si è chinato sulle ferite del suo prossimo, senza fare distinzioni, con la sola forza della carità e della fede. Come San Paolo, ha combattuto la buona battaglia, ha conservato la fede, lasciandoci in eredità non solo un ricordo, ma un cammino da proseguire. Che il suo esempio continui a ispirare le nuove generazioni, affinché non smettano mai di credere che la politica può essere servizio, la fede può essere vissuta nella vita quotidiana, e l’amore gratuito è il vero volto di Dio.

mercoledì 15 ottobre 2025

IL LICEO CLASSICO "PITAGORA" DI CROTONE RESTITUITO AL SUO SPLENDORE

 


Dopo un lungo periodo, il Liceo Classico "Pitagora" di Crotone è stato finalmente restituito agli studenti, ai docenti e a tutto il personale nella sua rinnovata bellezza. Per troppo tempo l’edificio era rimasto ingabbiato dai ponteggi, ma oggi si presenta nuovamente all’altezza del prestigio che da sempre lo contraddistingue. La riqualificazione è stata resa possibile grazie ai fondi del PNRR, che la Provincia di Crotone ha intercettato. L’intervento ha riguardato la messa in sicurezza e l’efficientamento energetico della struttura, restituendo alla città un edificio, funzionale e sostenibile.

Nella terra che Pitagora ha iniziato la propria scuol, non poteva permanere a lungo un’istituzione culturale in condizioni non adeguate. Il nuovo volto del liceo è un segnale concreto di attenzione verso la formazione e il futuro dei giovani. L’auspicio è che il Liceo Classico "Pitagora" possa tornare a essere un punto di riferimento per la formazione umanistica, capace di attrarre studenti motivati e di prepararli con rigore e serietà ai percorsi universitari più impegnativi, così come ha fatto per generazioni.

lunedì 13 ottobre 2025

CROTONE, RICORSO AL TAR CONTRO L'AMPLIAMENTO DELL'INCENERITORE "A2A" PRIMA DI TUTTO GRAZIE A CHI SI BATTE.

 


Accolgo con soddisfazione la delibera di giunta approvata,  con cui si è deciso di ricorrere al TAR della Calabria contro il decreto dirigenziale del 14 luglio 2025 che rilascia alla società A2A l’Autorizzazione Integrata Ambientale per l’adeguamento dell’inceneritore di Passovecchio, a Crotone.

Una decisione tardiva, arrivata solo dopo la forte pressione esercitata dalle nostre posizioni e dai comitati cittadini, e, va detto chiaramente, grazie al gesto di un cittadino, il dott. Luigi Bitonti, che ha assunto su di sé l’onere di incaricare un legale per presentare un ricorso autonomo. Un esempio di impegno civico autentico e raro, che ha costretto la politica a muoversi.

Sulla vicenda ho personalmente presentato un’interrogazione al Presidente della Provincia di Crotone, Sergio Ferrari, oggi anche consigliere regionale,  in merito alle autorizzazioni rilasciate dall’ente intermedio. Purtroppo, non ho ancora ricevuto risposta. Mi auguro ci sia ancora tempo per rimediare, non solo a livello provinciale, ma anche, e soprattutto, in ambito regionale in seguito ci aspettiamo giuste risposte, che fino sulla problematica non ci sono state!

Ciò che dispiace maggiormente è l'inerzia dell'amministrazione comunale, che nulla ha fatto per contrastare l’azione della Provincia, come si dice: "cittu tu e cittu iju", proprio ora che avrebbe potuto farlo con maggiore forza, considerata la grande luna di miele che c'è stata in queste elezioni regionali tra il sindaco Voce e Ferrari. Una occasione mancata, l’ennesima, non si può aspettare ogni volta che qualche consigliere d'opposizione e\o privati assumono forti posizioni, che insieme abbiamo tenuto alta la guardia e costretto le istituzioni ad assumersi le proprie responsabilità.


venerdì 10 ottobre 2025

LO SVILUPPO DELLA SIBARITIDE NON PUÒ AVVENIRE A DANNO DI CROTONE. L'AEROPORTO NON SI TOCCA!

Leggo con sgomento alcune dichiarazioni provenienti da uno dei territori della Calabria jonica, e sento il bisogno, come rappresentante istituzionale di questa terra spesso dimenticata, di intervenire. È chiaro che l’intera costa jonica vive una condizione di disagio cronico, abbandono infrastrutturale e isolamento. E proprio per questo, alcune menti lungimiranti hanno proposto una visione nuova, un progetto di coesione e rilancio: penso al #ComitatoMagnaGrecia, che da tempo propone l’unificazione delle aree della Sibaritide e del Crotonese in un’unica provincia, per contare di più e pesare finalmente nelle scelte regionali e nazionali. Si può essere d'accordo o meno, ma rimane un'idea.

Ma poi, ecco la doccia fredda: il sindaco di Trebisacce, Franco Mundo, persona che senz'altro lavora bene il suo impegno territoriale, si lascia andare a una proposta che definire “fuori luogo” è poco. Auspica la chiusura dell’aeroporto di Crotone e invita addirittura il presidente Occhiuto ad aprire un nuovo scalo a Sibari. Sì, avete capito bene. Proprio ora che lo scalo pitagorico sta mostrando segnali concreti di crescita, con numeri incoraggianti e nuovi investimenti, come l'adeguamento per la base dei canadair.

A quale logica risponde questa “sparata”? L’aeroporto di Crotone non è un giocattolo né un capriccio: è un’infrastruttura strategica per un’intera fascia di territorio dimenticato, penalizzato da una mobilità disastrosa, un servizio ferroviario inesistente e una viabilità che, tra promesse e cantieri eterni, continua a essere un freno allo sviluppo.

Il sindaco Mundo giustifica la sua proposta affermando che, con la nuova SS106 tra Crotone e Catanzaro, l’utenza si sposterà verso l’aeroporto di Lamezia, rendendo quindi “inutile” lo scalo Sant’Anna. Ma questa è una visione miope e fuorviante. Innanzitutto, la nuova SS106 non è partita, prima che diventi realtà, passeranno anni — se mai vedrà la luce. Nel frattempo, l’unica infrastruttura esistente e funzionante resta proprio l’aeroporto di Crotone. E i numeri lo confermano: lo scalo sta crescendo, registra una domanda crescente, anche da territori esterni al crotonese.

In Calabria abbiamo un detto: “Spugjjiamu nu santu ppi 'ndi vistìri n’atru”. Ecco, non possiamo pensare di costruire qualcosa distruggendo ciò che già esiste, soprattutto in un territorio fragile come il nostro, dove ogni centimetro di sviluppo va protetto e difeso.

Mi rivolgo direttamente al nostro nuovo rappresentante regionale, Sergio Ferrari: è il momento di intervenire, con forza, presso la Regione Calabria a difesa dello scalo di Crotone. E mi appello anche al consigliere regionale Vito Pitaro, che ha ricevuto la fiducia di tantissimi crotonesi: servono prese di posizione chiare, definitive, coraggiose. Occorre nuova linfa e sinergia per questo territorio.

La Calabria ha bisogno di visione e coesione, non di campanilismi ciechi e pericolosi. I problemi si affrontano con una strategia condivisa, non mettendo territori uno contro l’altro. Serve una politica che non sacrifichi il Crotonese per sostenere la Sibaritide, o viceversa: servono investimenti per entrambi, senza sottrarre, ma aggiungendo. Senza chiudere, ma aprendo.

E soprattutto, serve rispetto per chi vive ogni giorno in un isolamento che non è solo geografico, ma anche politico.

mercoledì 8 ottobre 2025

CHI HA VINTO, DAVVERO? IL GRUPPO DELLA "BOTTEGA DEI NOANTRI" ... O HA VINTO CROTONE?

 


Non intendo fare un’analisi politica approfondita delle ultime elezioni regionali, ma un paio di cose vanno dette, soprattutto a quei sostenitori del sindaco che si illudono che il successo di Sergio Ferrari sia frutto dell’attuale maggioranza. I voti? Certo, la sua posizione istituzionale ha inciso. Ma chi crede che questi numeri siano un segnale di forza per le prossime comunali, si faccia due conti.

Premesso: auguri sinceri agli eletti, in particolare a Sergio Ferrari. Tuttavia, non posso tacere la mia delusione per come ha gestito (o meglio, ignorato) la questione ambientale negli ultimi mesi, relativa alla concessione per l'ampliamento dell'inceneritore di A2A. Spero che nella sua nuova veste sappia recuperare, per il bene comune e soprattutto per questo territorio martoriato. Ma torniamo al voto dei crotonesi. I numeri parlano chiaro.

Sergio Ferrari, pur avendo ottenuto un ottimo risultato complessivo, a Crotone, sostenuto da tutto l'apparato politico e istituzionale, della città ha raccolto appena 2.746 voti. 

Vito Pitaro di "Noi Moderati" senza giunte, consiglieri, né macchina amministrativa al seguito, ne ha presi 1.500 in città e 3.312 in tutta la provincia. Il dato che dovrebbe far riflettere è questo: Ferrari, con tutto il carrozzone dietro, ha ottenuto meno del doppio di un candidato senza apparati locali. E di quei 2.746 voti, la metà, diciamo 1.350, sono "naturali", legati al fatto che è del posto e presidente della provincia.

L’altra metà? Probabilmente frutto della spinta del sindaco e del suo cerchio magico. Eppure, dove sono i suoi famosi e tanto decantati, 16.600 voti? Non doveva seguirlo almeno il 50%? No? Nemmeno il 25%? Evidentemente no, forse neanche il 15%!

Non va sottovaluto anche un dato importante, a Crotone ha votato rispetto alle precedenti regionali, ben il 6% in più! E allora di che cosa parliamo? Diciamolo chiaramente: Vincenzo Voce non è più il detentore automatico di quei numeri. Crotone non lo segue più. 

Chi oggi si candida a rappresentare la città deve fare i conti con la realtà, non con la nostalgia dei numeri del passato. Da quando siamo usciti dalla maggioranza, siamo stati trattati a pesci in faccia dal primo cittadino, che non ha fatto altro che ribadire che noi, piccoli detentori di voti, eravamo lì solo grazie alla sua larga fiducia concessa dai cittadini. Adesso è arrivato il momento di rispondere. Come si dice dalle nostre parti: "Sona a zampogna ppi quandu t'abbisogna." E ora, la suoniamo!

La verità è semplice: ha vinto politicamente chi ha portato voti veri, senza grandi stampelle. E se domani si tornasse alle urne per il Comune, chi sarebbe davvero competitivo? Non chi, con tutto l’apparato alle spalle, ha raccolto appena 2.746 voti, ma chi, senza particolari movimenti, è riuscito comunque a lasciare un segno profondo. Perché il mondo gira. E stavolta ha girato altrove, di certo, non dalla parte del sindaco.




lunedì 6 ottobre 2025

CROTONE DICE BASTA: AVVIATA INIZIATIVA CITTADINA CONTRO L'INCENERITORE DELLA VERGOGNA.

Ho sempre sostenuto che Crotone ha bisogno di una vera e propria risoluzione della questione ambientale. Questa potrebbe essere l’occasione giusta, una volta per tutte, per migliorare la situazione, rendere la città vivibile e rilanciarne il turismo, sia vacanziero che soprattutto archeologico, vista la sua storia trimillenaria.

È fondamentale contribuire alla crescita economica e sociale dei territori che ospitano i siti archeologici, alcuni dei quali ricadono proprio nelle aree contaminate che necessitano di bonifica. Tuttavia, sappiamo bene come stanno andando le cose: la bonifica procede in modo sempre discutibile e poco trasparente, e credo che, continuando così, non ci libereremo mai definitivamente delle scorie industriali. Un altro grave problema ambientale che affligge Crotone è il cosiddetto “distretto energetico selvaggio”. Mi sono battuto a lungo contro questo scempio, senza però trovare riscontro positivo da parte delle istituzioni locali, provinciali e comunali, che invece di intervenire per tempo, hanno permesso che la situazione degenerasse.

Basta osservare le autorizzazioni concesse per l’ampliamento del mega-inceneritore di A2A in località Passovecchio, predisposto per trattare fino a 300.000 tonnellate all’anno di rifiuti pericolosi industriali e rifiuti infettivi ospedalieri, provenienti non solo dall’Italia, ma anche da altri Paesi europei. Il colosso A2A, che ha investito mezzo miliardo di euro per l’acquisto dell’impianto dal Gruppo Vrenna, non intende certo smaltire bucce di noccioline, ma nuove scorie tossiche e rifiuti infettivi altamente pericolosi.

Di fronte all’inerzia delle istituzioni locali, è stata avviata una lodevole iniziativa da parte dell’associazione culturale Paideia, guidata dal dott. Luigi Bitonti, che ha promosso un ricorso al TAR Calabria e al Ministero dell’Ambiente, tramite un avvocato membro del direttivo regionale del WWF, agendo in base al D.M. MASE n. 45 del 26.01.2023 (articoli 5, 6, 8, 9) e al D.lgs. n.192/2006 in materia ambientale.

Scopo del ricorso è bloccare questo folle investimento in una città che ha urgente bisogno solo di bonifica, non di nuovi impianti che devastano ulteriormente il territorio e mettono a rischio la salute dei cittadini, aumentando l’incidenza di gravi malattie. Ritengo, pertanto, che chi ha preso questa iniziativa non debba essere lasciato solo. Il ricorso comporta una spesa di circa 3.500 euro, un importo modesto se rapportato all’enorme valore dell’azione intrapresa. 

Per questo lancio un appello agli amministratori, ai cittadini, a tutte le persone di buona volontà affinché diano il proprio contributo, anche simbolico: 20, 30, 50 euro possono fare la differenza. Io stesso mi impegnerò già da oggi, perché credo fermamente che, se il popolo prende in mano questa grave situazione, possiamo ancora uscirne. Altrimenti, la questione è destinata solo a peggiorare.

N.B. coloro i quali vogliono aderire alle spese possono contattare direttamente il dott. Luigi Bitonti su messanger.

domenica 5 ottobre 2025

Oggi si vota in Calabria per il rinnovo del Consiglio Regionale.


Oggi si vota in Calabria per il rinnovo del Consiglio Regionale. Permettetemi una riflessione, forse un po amara, ma sentita.

Ho militato in politica da quando ero ragazzo, e in questi decenni ho visto il passaggio da una classe dirigente fatta di personalità autorevoli, competenti e profondamente innamorate della propria terra, a una politica svuotata, senza visione, senza cuore, spesso priva perfino della conoscenza dei problemi reali.

Abbiamo smarrito il senso della responsabilità collettiva. Abbiamo sostituito la progettualità con la propaganda, l’impegno con la convenienza. Oggi la politica è diventata accessibile a chiunque, anche a chi non ha mai studiato un dossier, mai fatto un'analisi, mai ascoltato un cittadino fuori dalle passerelle.

Non parliamo poi del nostro territorio, che è la rappresentazione chiara dell’abbandono. A ogni tornata elettorale si rispolvera la parola “sviluppo”, ma puntualmente, dal giorno dopo, tutto torna nell’oblio.

Eppure, oggi andrò a votare.

Sono un rappresentante delle istituzioni. È un dovere civile, anche se è difficile crederci ancora. Ho la mia idea, ho valutato, tra una proposta spesso mediocre e opportunista, chi almeno abbia un minimo di credibilità, chi possa rappresentare, se non altro, un argine.

Dovremmo imparare a ritrovare la bussola, agire non per convenienza, ma per il bene comune. Ritornare in politica, quella vera, poiché,  politica non significa solo ricoprire cariche ben retribuite, ma essere al servizio della comunità. Ci sono momenti in cui è necessario far sentire la propria voce nel segno della giustizia, anche a costo di restare soli, marginali.

Credo che anche da una posizione periferica si possa essere una voce libera, senza compromessi. La mia militanza è spesso una voce scomoda, penso di averlo più volte dimostrato, ma ciò che conta è svolgere una missione onesta e coerente.

Il vero problema, però, è che troppo spesso il popolo non premia l’integrità, ma l’interesse. Non cerca il meglio, ma il più utile nell’immediato. E finché continueremo su questa scia e non per una visione collettiva, restemo prigionieri per sempre: divisi in una sterile guerra tra destra e sinistra e centro, incapace di costruire un domani e un futuro degno per i nostri figli.

venerdì 3 ottobre 2025

QUANDO L'INFANZIA DIVENTA CARNE DA MACELLO, A GAZA, E NON SOLO ....



Ciò che sta accadendo a Gaza è un crimine contro l’umanità. Un genocidio sotto gli occhi del mondo. Decine di migliaia di bambini sono stati uccisi nei bombardamenti israeliani, altri sono rimasti mutilati, malnutriti, condannati a vivere, se sopravvivono, tra le macerie, senza scuole, senza ospedali, senza futuro. E il mondo guarda, diviso, o peggio, indifferente.

Questa non è una guerra. È un massacro. E non riguarda solo i morti. Riguarda i sopravvissuti. Bambini che porteranno nel corpo e nell’anima cicatrici indelebili. Una generazione bruciata dall’odio, della vendetta, della geopolitica cieca e disumana.

Ma Gaza non è un’eccezione. È solo l’ultima pagina insanguinata di una lunga lista che comprende anche il Donbass, dove per anni bambini sono morti sotto le bombe, nell’indifferenza generale. Non ci sono state manifestazioni oceaniche. Perché? Perché i morti, a volte, sembrano valere meno a seconda di chi li uccide.

E allora chiediamoci: cosa ci sta succedendo? Davanti a crimini così orrendi, riusciamo solo a dividerci. Si forma subito il tifo, come se il dolore avesse un colore politico. La destra accusa la sinistra, la sinistra accusa la destra. E intanto, i bambini muoiono. Muoiono davvero. Noi sì, che abbiamo atteggiamenti infantili!

Dovremmo alzare la bandiera dell’onore, della giustizia, della dignità umana. E invece ci rinchiudiamo nelle solite logiche ideologiche, nei giochi di propaganda, nella comoda distanza delle opinioni. Le manifestazioni servono, sì, ma se non portano a una presa di coscienza reale, radicale, profonda, allora rimangono solo gesti vuoti. Coreografie del nulla.

Non può esserci pace se continuiamo a scegliere da che parte stare in base alla convenienza o all’appartenenza politica. La pace vera nasce solo quando il dolore dell’altro ci riguarda. Quando un bambino morto, ovunque sia nato, ci spezza il cuore allo stesso modo. Quando smettiamo di essere tifosi e iniziamo ad essere umani.


mercoledì 1 ottobre 2025

AEROPORTO DI CROTONE E VIABILITÀ, LA CALABRIA NON DOVRÀ VOLTARSI DALL'ALTRA PARTE. ANCHE IN CAMPAGNA ELETTORALE ..


Il 25 febbraio 2025 ho inoltrato al Presidente del Consiglio Comunale di Crotone una mozione, che successivamente è stata approvata all’unanimità dall’intero Consiglio. L'obiettivo era chiaro e ambizioso: portare all’attenzione della Regione Calabria la grave questione infrastrutturale che affligge il nostro territorio.

Crotone e la sua provincia vivono una condizione di isolamento inaccettabile, sia dal punto di vista stradale che ferroviario. I collegamenti sono insufficienti, inadeguati e spesso assenti. Un’intera area della Calabria, ricca di storia, cultura e potenzialità turistiche, è tagliata fuori dai circuiti regionali e nazionali. È un danno non solo per Crotone, ma per l’intera regione.

L’unico punto di accesso oggi, e potenzialmente strategico, è l’Aeroporto Pitagora “Sant'Anna” di Crotone, un’infrastruttura che per troppo tempo è stata trascurata, sottoutilizzata, quando non addirittura ignorata. Eppure, nonostante le criticità del passato, i numeri degli ultimi mesi parlano chiaro: il traffico passeggeri è in costante crescita rispetto agli stessi periodi degli anni precedenti.

Non sono solo numeri, ma segnali forti e inequivocabili. La domanda esiste, il territorio risponde, e la popolazione, compresa la vasta comunità di emigrati crotonesi, è pronta a tornare e contribuire allo sviluppo della propria terra d’origine. Anche la linea verso la Germania, dove risiedono molti conterranei, registra dati incoraggianti. Cosa manca allora?

Va detto con chiarezza: la recente funzionalità dell’aeroporto potrebbe non essere frutto di una pianificazione a lungo termine. E ciò che preoccupa è che nessuno, tra i candidati al Consiglio Regionale, sembra affrontare per davvero questa problematica, quando invece è fondamentale garantire continuità, progettualità e investimenti strutturali.

Prendiamo esempio dalla Sicilia. La Regione Siciliana ha scelto di scommettere su territori periferici e svantaggiati come Trapani, mettendo in campo incentivi mirati e investimenti intelligenti. Il risultato? Un aeroporto che oggi è un motore di sviluppo turistico ed economico.

È tempo che anche la Calabria faccia lo stesso. Crotone non chiede favoritismi, ma pari dignità.

Non è in concorrenza con Lamezia o Reggio Calabria, fra l'altro la struttura di Crotone è storica: la riqualificazione dell’Aeroporto pitagorico è un’opportunità per tutta la Calabria. Significa attrarre turisti, facilitare il ritorno degli emigrati, aprire nuovi scenari economici per il territorio.

Mi auguro che i prossimi inquilini della Cittadella Regionale ascoltino il grido che arriva da questa parte della Calabria, e ne facciano una priorità anche in questa campagna elettorale.

È il momento di scegliere:

o si continua a lasciare Crotone ai margini,

o si decide finalmente di investire in modo serio e lungimirante. Lo sviluppo di Crotone è lo sviluppo della Calabria.


Ecco l'articolo con i nuovi investimenti e gli incentivi della regione siciliana per far decollare una zona disagiata.

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martedì 30 settembre 2025

QUANDO LA CULTURA SI FACEVA PER STRADA



Niente di straordinario, a dirla tutta. Non era esattamente l'era della piena diffusione degli smartphone, né social network, né strutture attrezzate. Eppure, bastava una piazza, una strada, qualche sedia portata da casa e tanta voglia di stare insieme. La cultura, a quei tempi, la facevamo così: per strada.

Era, l’estate del 2001. La prima estate scandalese, un esperimento spontaneo nato dal mio desiderio di animare il paese, di farlo rivivere con suoni, sapori e racconti, coinvolgendo anche i bambini. Organizzammo spettacoli, sagre, serate di musica popolare. Ma non ci fermammo lì.

Decidemmo di andare oltre l’intrattenimento. Volevamo dare spazio alla nostra storia, alla nostra identità. Così nacquero esposizioni di vecchie fotografie in bianco e nero, ricordi che riaffioravano dai cassetti delle case. Mostrammo libri scritti e quadri di autori di Scandale, spesso dimenticati, ma capaci di raccontare il nostro mondo meglio di chiunque altro. Portammo in piazza gli attrezzi della civiltà contadina, oggetti semplici ma ricchi di significato, appartenuti a padri, nonni, contadini che ancora in quegli anni popolavano il paese, anziani portatori di memoria viva.

Non c’era nulla di tecnologico, nulla di programmato nei minimi dettagli. Ma c’era l’anima. C’erano le strade del paese che tornavano a vivere, tra una chiacchiera e una risata, tra un piatto di "covatelli" e un bicchiere di vino e un aneddoto raccontato all’ombra di un lampione. Momenti di aggregazione veri, sinceri, senza filtri. E soprattutto, c’erano i ricordi: quelli che uniscono, che insegnano, che fanno sentire parte di qualcosa.

Era l'inizio per fare anche grandi eventi estivi nel nostro paese.

E forse, senza saperlo, stavamo costruendo un piccolo pezzo di storia.

domenica 28 settembre 2025

NEL VOLTO DI UN BAMBINO, IL VOLTO DEL CIELO


Oggi, con il cuore aperto, desidero condividere alcune riflessioni che forse, a prima vista, sembrano non avere nulla a che fare con certe tematiche quotidiane… ma per chi crede, nulla è mai davvero scollegato. Ed oggi consentitemelo! E’ domenica, per me è una giornata che va fuori dalla quotidianità di tutti i giorni, credo, che Dio si fa prossimo, che parla nei gesti più semplici e nei volti più puri. Ed è per questo che oggi, in questo giorno in cui scelgo di mettere da parte ogni preoccupazione lavorativa e politica, guardo questa foto e sento il bisogno di dire qualcosa, consentitemelo! Non solo con la mente, ma con l’anima. Due frasi del Vangelo mi risuonano dentro, come un sussurro che interpella e scuote:

“Chi accoglie anche uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me. Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me…”

E mi chiedo: oggi, noi adulti, siamo accoglienti o motivo di scandalo per i nostri bambini?

Perché, sì, se allargate la foto… di bambini si tratta. Di "quatrareddri", come diciamo noi. Piccoli occhi che osservano tutto, cuori pronti a credere, a sperare, a dare fiducia. Noi, spesso, litighiamo. Loro, invece, si impegnano. Lottano, competono, sorridono, costruiscono sogni…

Nonostante tutto. Anche quando la loro comunità, la nostra comunità, non li sostiene, si mette di traverso, li ostacola. E allora trovano accoglienza altrove, magari in un’altra città, magari a Catanzaro, una città capoluogo, sì, ma soprattutto una città che sa accogliere. Ed ecco che mi torna in mente un’altra frase del Vangelo:

“Il sabato è fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato.”

Il sabato di un tempo era come la domenica di oggi, un tempo dedicato al bene dell’umanità. È un invito a fermarsi, a riscoprire ciò che conta davvero.

E anche oggi, io vedo quel “sabato” nei volti di questi ragazzi. In quella struttura che li ha accolti. In quello spazio pensato, o che dovrebbe essere pensato, per il bene dell’uomo. Perché ogni opera realizzata ha senso solo se promuove la crescita umana, morale e spirituale di chi la abita. A cosa serve un impianto sportivo, una scuola, un’opera pubblica, se poi diventa luogo di divisione, di astio, di rancore? A cosa serve costruire muri, se dimentichiamo di costruire ponti tra i cuori?

Oggi, guardando questi bambini sorridenti, io vedo speranza. Ci stanno insegnando a vivere. Ma sento anche la responsabilità, nostra, di non tradirla. Abbiamo il dovere di proteggere la loro gioia, di essere per loro esempio, guida, rifugio. Perché ogni bambino accolto è Dio che bussa alla nostra porta. E ogni bambino ferito è una ferita inferta al futuro.